Giornalismo sotto attacco in Italia

L’estetica del potere e la miseria dello sguardo

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Ci sono frasi che valgono più di una confessione. Non perché raccontino un fatto, ma perché spalanchino una visione del mondo. Hannah Arendt scriveva che le parole rivelano chi siamo prima ancora di ciò che facciamo; Pierre Bourdieu ci ha insegnato che il potere si esercita anche attraverso il linguaggio, trasformando gerarchie arbitrarie in un’apparente normalità. E allora non è solo una questione di cronaca. È una questione di civiltà. Perché ci sono parole che non difendono: tradiscono.

Una donna accusa il senatore Francesco Silvestro di averla violentata nel suo ufficio. Saranno gli eventuali magistrati, se la vicenda seguirà il suo corso, a stabilire responsabilità e verità processuali. Questo è il fondamento dello Stato di diritto e nessuno dovrebbe dimenticarlo. Ma esiste un altro piano, quello culturale, sul quale una sentenza è già stata pronunciata dallo stesso protagonista.

«Ma quando mai. Non ci pensi. Poi, modestamente io sono un bel ragazzo, la signora è una signora normale. Comunque, denunciasse. Poi ci divertiamo»: in quattro frasi c’è un manuale di patriarcato condensato. La prima: «Poi ci divertiamo».

Una donna denuncia una presunta violenza sessuale e la risposta evocata è il divertimento. Il tribunale diventa un palcoscenico, il procedimento un passatempo, il dolore un intrattenimento. È il privilegio di chi considera il proprio potere talmente solido da trasformare persino l’ipotesi di una denuncia in uno spettacolo personale.

Poi arriva la frase destinata a restare: «Io sono un bel ragazzo, la signora è una signora normale». Qui il discorso smette di essere una difesa e diventa un autoritratto. Perché significa una cosa sola: il desiderio maschile viene immaginato come una graduatoria estetica e la credibilità femminile come una conseguenza dello sguardo dell’uomo. Se lui è abbastanza attraente, sarebbe per definizione innocente. Se lei è “normale”, sarebbe per definizione inattendibile. È la più antica delle fallacie travestita da battuta: una donna ritenuta poco desiderabile non potrebbe essere vittima perché, implicitamente, nessuno la desidererebbe abbastanza da aggredirla. Come se la violenza sessuale fosse un complimento mal riuscito e non un abuso di potere. Simone de Beauvoir scriveva che la donna viene continuamente definita non come soggetto ma come oggetto dello sguardo altrui. In questa frase quella teoria prende improvvisamente carne: la donna non esiste come persona, ma come voto estetico assegnato da chi parla. Graziosa o normale. Meritevole o trascurabile. Credibile o ridicola.

Non sappiamo cosa sia accaduto in quell’ufficio. E sarebbe irresponsabile fingere di saperlo.

Sappiamo però cosa è accaduto davanti ai microfoni: un rappresentante delle istituzioni ha scelto di difendersi non contestando un fatto, ma classificando una donna secondo il proprio personale indice di desiderabilità. Ha ritenuto naturale utilizzare il proprio aspetto come argomento logico e quello della denunciante come elemento di delegittimazione.

Non è una gaffe: è una grammatica del potere. Per secoli alle donne è stato chiesto di essere abbastanza belle da meritare attenzione ma non abbastanza da essere sospettate, abbastanza composte da risultare credibili ma non troppo libere da essere considerate complici, abbastanza vittime ma senza disturbare. E ogni volta che qualcuno dice «io sono un bel ragazzo, lei è normale», quella grammatica torna a galla con l’arroganza di chi crede che il proprio riflesso basti a cancellare la parola di un’altra persona.

Oscar Wilde sosteneva che solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze. Qui siamo oltre la superficialità: siamo davanti alla pretesa che l’apparenza assolva, che la bellezza costituisca un alibi e che l’ordinarietà femminile diventi una prova contro chi la incarna. Il punto non è soltanto una frase infelice ma l’idea di mondo che quella frase contiene: un mondo in cui il corpo dell’uomo è un titolo di merito e quello della donna un certificato di attendibilità.

Certo, il senatore ha esercitato il suo diritto di difendersi. Ma, nel tentativo di difendersi dall’accusa, ha finito per raccontare con impressionante precisione lo sguardo con cui guarda le donne. E forse è proprio questa la fotografia più nitida di tutta la vicenda.


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