Giornalismo sotto attacco in Italia

C’è del metodo in questa follia

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“C’è del metodo in questa follia”, l’aforisma rivolto ad Amleto, principe di Danimarca, si adatta bene anche alle grottesche intemperanze di Donald Trump. La sua capacità di adorarsi e di pretendere di essere adorato da tutti attribuendosi miracoli immaginari, come quello di aver posto fine ad otto guerre in otto mesi e di aver riportato la pace in Medio Oriente dopo 3.000 anni; la supponenza con cui lancia scomuniche che poi rovescia nel giro di una stessa giornata;  l’aggressività con cui scaglia anatemi e minacce di distruzione totale, che poi ritira per lodarsi meglio, sono tutti elementi che portano a dubitare della sanità mentale del personaggio. Tuttavia sarebbe sbagliato rendere banale questo personaggio ridimensionandolo nel circuito dei clown. La storia ci insegna che un buffone messo a capo di una nazione e di un esercito potente può essere molto pericoloso per tutti. E Donald Trump si è avventurato su questa strada. Con l’aggressione proditoria all’Iran, come un apprendista stregone, ha scatenato un incendio di proporzioni spaventose, senza sapere come domarlo. Se riusciamo a guardare oltre l’aspetto grottesco-folcloristico dobbiamo renderci conto che c’è del metodo in questa follia. Dietro le smargiassate, si nasconde una visione del mondo, che va oltre Trump, un pensiero strategico (che ha radici profonde nelle tradizioni politiche americane) che ci indica i programmi e la linea di azione che gli Stati Uniti hanno concepito e stanno attuando per perseguire i propri obiettivi di suprematismo, guidati dal mantra “America first” che aprirà la strada a quella che Trump definisce una nuova epoca d’oro (golden age).

Come la missione Artemis II ci ha svelato la faccia nascosta della Luna, questo libro ci svela la faccia nascosta del potere trumpiano. In realtà qui non si tratta di percorrere territori inesplorati, i due documenti che pubblichiamo tradotti in italiano: la Strategia di Sicurezza Nazionale di Donald Trump e la Strategia di Difesa Nazionale del suo Ministro della guerra Pete Hegseth, sono documenti non classificati della Presidenza americana e del Pentagono, disponibili in internet. Questi documenti sono visibili a tutti, ma il sistema mediatico li nasconde e li rende invisibili, come la faccia nascosta della Luna. Come la navicella spaziale Orion, questo libro illumina il volto oscuro del potere degli Stati Uniti, il suo linguaggio, i suoi obiettivi, i suoi valori, sui quali i politici ed i Media tengono spenta la luce e si ritraggono dal guardarli. Se si leggono questi documenti con la dovuta attenzione e con il commento chiarificatore di Alberto Cacopardo, crolla quel castello di scempiaggini sul quale è costruita la politica italiana ed europea. Formule come legame transatlantico, civiltà della NATO, mondo fondato sulle regole, si rivelano per quello che sono: finzioni, nebbia, fumo negli occhi per nascondere una realtà oscena.

Invece quella realtà noi dobbiamo guardarla con occhi liberi da pregiudizi. Comprendere è il primo passo per uscire fuori dalla rassegnazione e dal senso di impotenza generato dalle catastrofi che ci sovrastano. Conoscere la propria malattia è un presupposto indispensabile per poter sperare nella guarigione. Il male oscuro che affligge il c.d. Occidente è profondo come il mare ma si può sconfiggere. L’abbiamo fatto nel 1945 quando proprio gli Stati Uniti, ancora animati dagli ideali di Roosevelt, hanno contribuito con le altre Potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, a voltare pagina rispetto al passato prebellico e a disegnare un nuovo ordine mondiale pacifico, fondato sul bando della guerra e sulla collaborazione fra le Nazioni.

E’ un dato di fatto che il progetto di ordine internazionale, preannunciato dalla Carta Atlantica (14 agosto 1941), partorito con la Carta delle Nazioni Unite (26 giugno 1945) e fondato sulla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (10 dicembre 1948), ha attraversato fasi alterne e non si è mai completamente realizzato, ma adesso ci troviamo di fronte ad una crisi profonda che ne mette in dubbio persino l’esistenza giuridica dei suoi assiomi principali. L’ordine internazionale prefigurato dalla Carta ONU in qualche modo raccoglieva la sfida del perseguimento di una pace stabile ed universale fra le Nazioni da realizzarsi attraverso il diritto, sulla falsariga dell’insegnamento di Hans Kelsen in “Peace through Law”.[1] La novità principale del nuovo diritto internazionale post-bellico consisteva nella messa al bando della guerra, proclamata categoricamente dall’art. 2, comma 4, della Carta di San Francisco: “I membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.”

La Carta delle Nazioni unite non ha messo la guerra fuori dalla Storia (non avrebbe potuto), ma l’ha messa fuori dal diritto[2], espungendo dalle prerogative della sovranità lo ius ad bellum, o quanto meno degradandolo.[3] Si è trattato di una scelta politica che ha cambiato la natura del diritto realizzando la fusione fra la tecnica giuridica ed un’istanza etica di valore universale. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ha completato questo processo attraverso l’inserimento nel diritto internazionale di una tavola di valori che pone al centro la dignità di ogni essere umano, in questo modo creando le basi del diritto internazionale dei diritti umani. Questa è stata la vera lezione positiva che l’Umanità ha tratto uscendo dalla notte della Seconda guerra mondiale, la gloria del Novecento (come scriveva Italo Mancini)[4], il patrimonio morale che l’Occidente (compresi i Paesi socialisti) ha costruito per l’umanità intera.

Orbene, distruggere l’ordine politico concepito dall’Umanità per uscire fuori dalle tenebre che avevano generato due guerre mondiali, l’olocausto e la minaccia di estinzione del genere umano, è la missione fondamentale a cui si dedica l’orientamento strategico condensato nei due documenti che pubblichiamo in queste pagine, confermato dalle folcloristiche intemperanze di Donald Trump.

Subito dopo l’incursione in Venezuela ed il rapimento del suo Capo di Stato con un blitz delle forze speciali che ha causato circa duecento morti, Trump si è vantato dell’eccellente risultato ottenuto, nel quale è compreso il controllo delle enormi riserve di petrolio venezuelano, ed ha messo ben in chiaro come concepisce il suo potere.  L’8 gennaio 2026, alla domanda dei giornalisti del New York Times: «C’è qualche limite al suo potere sul piano mondiale che potrebbe fermare ciò che vuol fare?», Donald Trump ha risposto in maniera chiara e netta: «C’è una sola cosa: la mia propria moralità, la mia mente. È la sola cosa che mi può fermare. E questo va benissimo. Io non ho bisogno di nessun diritto internazionale. Il mio potere (cioè quello degli Stati Uniti, ndr) è limitato dalla forza, piuttosto che dai trattati o dalle convenzioni».

Siamo, purtroppo abituati alle violazioni dei principi fondanti del diritto internazionale da parte degli USA e di altri attori internazionali, ma queste violazioni non sono mai state apertamente rivendicate come esercizio di un legittimo potere. Quando gli USA si preparavano ad invadere l’Irak, il 5 febbraio 2003, il Segretario di Stato Colin Powell presentò una serie di (false) prove per dimostrare che Saddam Hussein possedeva un arsenale di armi di distruzione di massa, cercando, in tale modo, di fornire una giustificazione per l’illegale aggressione che si sarebbe consumata di lì a poco.  In tempi più recenti, Biden, dopo aver spinto la Russia con innumerevoli provocazioni ad attaccare l’Ucraina, ha alzato la bandiera del diritto ed ha organizzato una crociata dell’Occidente per sconfiggere la Russia, invocando la superiore ragione di “un mondo fondato sulle regole”. Da questo punto di vista la Presidenza Trump marca una differenza, tutta questa ipocrisia viene spazzata via ed il potere imperiale americano rimane nudo nella sua brutalità, senza le braghe che ne mascheravano l’oscenità. Adesso le regole che dovrebbero assicurare la convivenza pacifica delle Nazioni, fondate sul divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali comminato dallo Statuto dell’ONU, vengono apertamente rinnegate e sostituite dalla restaurazione della legge del più forte. Sbugiardata la finzione del “mondo fondato sulle regole”, l’imperatore dell’Occidente ci informa che l’unica regola che riconosce e che può porre un limite al suo potere è quella della forza.

E’ interessante notare che nella Strategia di Sicurezza Nazionale non compaiono mai le parole ONU, Diritto internazionale, Cooperazione internazionale, o simili; al contrario, nell’indicare i principi che devono ispirare l’azione degli Stati Uniti si indica chiaramente l’obiettivo di conseguire “la Pace attraverso la Forza”.

A ben vedere si tratta del rovesciamento totale del fine ultimo della Nazioni Unite che è quello di delegittimare la guerra come strumento di regolazione dei conflitti e realizzare la pace attraverso il diritto, nonché di costruire relazioni amichevoli fra le Nazioni fondate sul rispetto dell’eguaglianza e dell’autodeterminazione (art. 1, co. 2).

Il disprezzo per il diritto e la cooperazione internazionale si riflette nello smantellamento di quel fitto reticolo di organizzazioni, agenzie ed enti internazionali volti alla cooperazione per la soluzione dei problemi internazionali di carattere economico, sociale, culturale e umanitario.

Nel suo secondo mandato, a gennaio 2026, la Casa Bianca ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali (31 legate all’ONU e 35 non ONU).

Tra quelle più importanti e geopoliticamente rilevanti ci sono:

L’ Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) (gli USA hanno avviato e poi formalizzato l’uscita nel 2025–2026);

L’UNESCO (gli USA erano già usciti durante il primo mandato Trump, rientrati sotto Biden, e adesso Trump ha nuovamente disposto il ritiro);

Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (gli USA hanno cessato la partecipazione e il finanziamento).

L’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti e il lavoro per i Rifugiati Palestinesi)

Accordo di Parigi (l’Accordo di Parigi è il principale trattato internazionale sul cambiamento climatico adottato nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici adottato il 12 dicembre 2015 durante la conferenza climatica COP21 a Parigi. Trump ha disposto per la seconda volta l’uscita degli USA dall’accordo climatico globale);

Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (È la struttura ONU che organizza i negoziati climatici globali; il ritiro è ancora più radicale rispetto alla sola uscita dall’Accordo di Parigi);

Intergovernmental Panel on Climate Change (Organismo scientifico ONU sul clima dal quale l’amministrazione Trump ha disposto il ritiro del supporto ufficiale);

UN Women (l’Agenzia delle Nazioni Unite dedicata ai diritti delle donne e all’uguaglianza di genere).

Se il metodo è quello della forza, anche i contenuti della pax americana sono opposti a quelli delineati nella Carta dell’ONU ed in tutti i Trattati e le Convenzioni internazionali sui diritti dei popoli e sui diritti umani. La Costituzione italiana indica, fra i principi fondamentali che devono orientare l’Italia nelle relazioni internazionale la collaborazione ad un “ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” (art. 11). La Costituzione trumpiana rovescia questo principio nel suo contrario. Ricercare la giustizia fra le Nazioni comporta non assumere come assoluto il proprio interesse nazionale, ma prendere in considerazione anche gli interessi degli altri, l’equa distribuzione delle risorse, la cooperazione per lo sviluppo, la lotta per sconfiggere la fame, il contrasto ai disastri ambientali.

Nella Costituzione trumpiana, invece, non esiste né pace, né giustizia. Il principio fondamentale è quello di perseguire il proprio interesse nazionale, inteso come supremazia, accaparramento di risorse, dominio energetico e nel settore finanziario, egoismo planetario. Questo principio addirittura viene elevato a criterio regolatore della vita internazionale: “E’ naturale e giusto che tutte le Nazioni mettano al primo posto i propri interessi e tutelino la propria sovranità. Il mondo funziona meglio quando le Nazioni danno priorità ai propri interessi.

Questa celebrazione dell’ideologia del nazionalismo potrebbe inorgoglire la Meloni, che appartiene alla stessa famiglia politica di Trump, ma non è un viatico per la costruzione di un ordinamento pacifico fra le Nazioni. Al contrario, questa visione cancella tutto ciò che è stato pensato e costruito nel corso del 900 per orientare le relazioni internazionali verso la convivenza pacifica, dalla Società delle Nazioni all’ONU, e ci restituisce la visione di un mondo precipitato in una anarchia planetaria caratterizzata da conflitto permanente fra gli attori internazionali in competizione per affermare i propri interessi, gli uni contro gli altri. In questo conflitto l’unico criterio regolatore è la forza e Trump si vanta di avere le forze armate più potenti ed efficaci del mondo, capaci “di scongiurare le guerre e, se necessario, vincerle in modo rapido e decisivo, con il minor numero possibile di perdite fra le nostre forze.” La realtà della vittoria non rapida e non decisiva nel conflitto con l’Iran, però, contraddice questa visione della forza sempre trionfante. Come sempre accade alla fine sono i fatti che contano ed i fatti ridimensionano il delirio di onnipotenza trumpiano.

Nella costruzione distopica della giustizia fra le Nazioni di Trump, l’aspetto più grave è quello che riguarda la giustizia verso le generazioni future. In un passaggio del paragrafo sul dominio energetico il documento che pubblichiamo afferma: “rifiutiamo le disastrose ideologie del cambiamento climatico”. Come osserva Alberto Cacopardo, l’Amministrazione Trump passerà alla storia dell’idiozia. Considerare un fatto indiscutibile, verificato, oggetto di studi scientifici in tutto il mondo, come un “ideologia”, è una sfida alla ragione umana, indice di una supponenza illimitata. Se coloro che guidano l’economia più potente e più inquinante del mondo, considerano il mutamento climatico, un’ideologia disastrosa, è evidente che a livello globale nessuna politica di contrasto al cambiamento climatico può essere impostata, con la conseguenza di accelerare il degrado delle condizioni della vita sulla Terra.  E’ l’avidità di guadagno, attraverso il rilancio delle fonti di energia fossile in cui gli USA hanno acquistato il predominio (anche controllando le fonti degli altri come in Venezuela), che cancella ogni sentimento di responsabilità per il destino delle generazioni future. Pregiudicare la vita delle generazioni future è il massimo dell’irresponsabilità e dell’ingiustizia che si possa concepire.

Dal percorso di lettura di questa “bibbia” di Trump che proponiamo emergono le differenze che contraddistinguono questa nuova Amministrazione con le precedenti ma anche gli elementi di continuità con la tradizione politica imperiale americana. Viene meno l’illusione, da taluni prospettata, di un ridimensionamento delle pretese di egemonia globale americane a favore dell’accettazione di un mondo multipolare. Quella che viene ridimensionata è l’ideologia delle guerre per esportare la democrazia, formula ipocrita adoperata per nascondere gli interessi reali di dominio in gioco, che adesso non vengono più mascherati ma riconosciuti con il loro nome.

L’unica differenza veramente rilevante è quella che riguarda le politiche ambientali se si pensa che persino un Presidente sbiadito come Biden nel suo discorso del 21 settembre 2021 alla 76 sessione dell’Assemblea generale dell’ONU invocava piani ambiziosi per rispondere a una situazione di cambiamenti climatici descritti come già “da codice rosso”. Citando “la devastazione e morte” già provocate dagli eventi climatici estremi in tutto il mondo, Biden aveva sottolineato come ci si sesse avvicinando al “punto di non ritorno” nella crisi climatica, annunciando l’obiettivo di mobilizzare 100 miliardi di dollari a sostegno delle azioni nei Paesi in via di sviluppo. Oggi sappiamo che si trattava di buoni propositi rimasti lettera morta, anzi seppelliti senza rimpianti dalla nuova guerra fredda avviata da Biden contro la Russia, però averli cancellati del tutto marca la differenza più profonda dell’amministrazione Trump rispetto alle precedenti. La profezia nera che ci svelano i documenti che pubblichiamo in questo volume è che il riscaldamento climatico e la febbre di dominio della Potenza guida dell’Occidente vanno a braccetto e si alimentano a vicenda.  Per la prima volta nella storia dell’Umanità, se non ci sarà un risveglio della ragione, c’è la prospettiva di un’estinzione del genere umano.

E’ un buon motivo per i giovani di tutto il mondo per alzarsi in piedi e dire no.

[1] H. Kelsen, Peace through Law, New York, Garland Publishing, Inc., 1973, pp. 58, 135, trad. it. Torino, Giappichelli, 1990.

[2] Raniero La Valle, Prima che l’amore finisca, Ponte alle Grazie, 2013, Milano, pag. 197

[3] Augusto Curti Cialdino, Guerra (dir. Intern.), in Enciclopedia del diritto, Giuffrè, pag. 874

[4] Italo Mancini, l’ethos dell’Occidente, Marietti, Genova, 1990

introduzione al libro “il Manifesto di una dittatura planetaria”, pubblicato da Edimedia


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