Tante voci. Quella del vicesindaco, Enrico Papais, anche a nome del sindaco, Mauro Benvenuto, reduce da un’operazione chirurgica. Quella della presidente dell’Anpi, Marina Cuzzi, quella del vicario parrocchiale, don Gigi Fontanot, ma anche di Zoe Cannizzaro, vicesindaco junior della città, di Sara Laxmi Tirumale ed Ettore Chiandotto della consulta dei ragazzi, ai quali è stato affidato il compito di leggere alcune testimonianze raccolte nel corso dei decenni di partigiani e staffette e di Alessandro Marega, nipote di Mario Candotto, l’ultimo deportato ronchese scomparso quasi un anno orsono. Ancora una volta Ronchi dei Legionari ha ricordato in modo solenne ed alla presenza di moltissime persone il 25 Aprile, nell’ottantunesimo anniversario della Liberazione. Non poteva essere diversamente nella città insignita con la medaglia d’argento al valor militare, conferita proprio per la sua intensa attività partigiana e che punta alla medaglia d’oro al valor civile. L’intensa mattinata, coordinata dalla consigliera comunale, Federica Bon, iniziata con la celebrazione di una messa, è poi proseguita con l’omaggio in alcuni luoghi simbolo. Alla targa in ricordo di “Pre Tita”, monsignor Giovanni Battista Falzari, parroco che, dopo l’8 settembre 1943, accolse i soldati sbandati che giungevano dai Balcani e coloro che uscivano dai campi di concentramento per le popolazioni slave nella Bassa Friulana. Nel suo intervento il presidente dell’Azione Cattolica Italiana, Massimiliano Natali, ha ricordato la figura di Leda Bevilacqua, giovane militante di Azione Cattolica nata a Vermegliano nel 1922 e deportata prima ad Auschwitz e poi a Ravensbrück dove morì il 28 febbraio 1945. Al cimitero, Gastone Martinuzzi ha sottolineato la storia dell’Ossario dei caduti partigiani, costruito anche con fondi privati per ricordare tutti i caduti ronchesi, di cui 24 riposano proprio lì e le discussioni politiche che ne ritardarono l’inaugurazione. Poco lontano riposa Vjekoslav Andrijic, partigiano dalmata ucciso in un’imboscata a seguito di una soffiata a Soleschiano. “Come dalmata – sono state le parole del presidente dell’Aned, Libero Tardivo – ha sofferto molto come suoi conterranei la violenza fascista”. Quindi la cerimonia ufficiale, con il gonfalone decorato scortato dalla Polizia locale, la presenza dei labari di tante associazioni e le note della banda della Società filarmonica Giuseppe Verdi, diretta da Fulvia Antoniali. Nel suo intervento Marina Cuzzi ha rivolto un saluto speciale a Longino Sardon, l’ultimo partigiano ancora in vita e che, lo scorso marzo, ha festeggiato 100 anni. “Dalla storia e dalla memoria – ha detto – si possono trarre strumenti di interpretazione di ciò che avviene. Si può anche capire che la guerra non è inevitabile e che la libertà non è un bene che si può rimuovere. L’importante è non girarsi dall’altra parte”. “Il 25 aprile è importante ricordarlo perché oggi il 25 aprile si ricorda molto poco, anzi, pochissimo. Il 25 aprile è importante ricordarlo – sono state le parole di Alessandro Marega – perché oggi, invece, il fascismo si ricorda troppo. Sta tornando qui, a casa nostra. E’ importante ricordarlo perché lo diceva mio nonno”. “Ronchi dei Legionari – ha sottolineato il vicesindaco Papais – non è stata spettatrice della storia: ne è stata protagonista. Qui, dove il confine è stato ferita e frontiera, uomini e donne scelsero la Resistenza sapendo che il prezzo poteva essere la vita. Penso alla determinazione degli operai dei cantieri, al coraggio dei contadini, al coraggio delle madri di famiglia e di giovani poco più che ragazzi che imbracciarono il fucile e scelsero di combattere per salvare la speranza di vivere in una terra libera da conflitti, ingiustizie e crudeltà. Le donne, in particolare, furono staffette instancabili e colonna portante di quella ribellione morale e civile”.
