Giornalismo sotto attacco in Italia

Alla luce dell’articolo 11: la pace delle Costituenti

0 0

Ritorna con noi Giulia Brian che abbiamo conosciuto con il racconto “Fuoriclasse un’esperienza di democrazia partecipativa” a Breganze. Allora ci ha raccontato una pratica didattica di educazione civica condotta con due prime classi di una scuola secondaria di primo grado, durante la pandemia nell’aprile 2022. Oggi si inserisce nel dibattito in corso per l’ottantesimo anniversario del voto alle donne e per ricordare con riconoscenza il lavoro svolto dalle 21 Madri costituenti. Ma lo fa partendo da un margine, da un angolo rimasto finora opaco: come queste donne hanno saputo incarnare il coraggio dell’utopia, espresso dall’articolo 11 della nostra Costituzione, facendosi operatrici di pace, operando fattivamente per costruire una cultura di pace in una società uscita lacerata dalle macerie della guerra. Con la stessa forza e determinazione altre donne si fanno oggi operatrici di pace, abitando i luoghi degli immani conflitti del nostro presente.

Ci avviciniamo alla data dell’ottantesimo anniversario del voto alle donne, il 2 giugno 1946; nello stesso giorno l’Italia sceglie di essere una Repubblica. “È un miracolo della ragione che una Repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il re”. È questo il commento di Piero Calamandrei ai risultati del referendum sul «Corriere della Sera» di giovedì 6 giugno 1946. Forse non aveva pensato, o meglio creduto, che le donne sarebbero andate in massa a votare: furono tredici milioni a recarsi alle urne, un milione più degli uomini!

Giulia Brian ci avrebbe pensato sicuramente. Ci racconta che quel voto del 2 giugno elesse anche l’Assemblea Costituente con 556 deputati di cui 21 donne (solo il 3,7%).

Ma quelle 21 donne fecero la differenza, anche se non poterono occuparsi direttamente di tutti gli articoli che formarono la Costituzione. Nella Commissione dei 75 , infatti, solo 5 donne vennero nominate. Riuscirono però, perfino sull’articolo 11, con il «ripudio della guerra», a lasciare tracce significative nelle tre sottocommissioni e nel testo complessivo che fu approvato. Giulia racconta il percorso culturale e politico di alcune di queste donne che pensano già alla parola pace non solo come assenza di conflitti ma come la costruzione di un impegno costante per il pieno sviluppo culturale sociale e civile di ogni persona. Racconta storie antiche e sempre attuali: Lisistrata, la scioglitrice di eserciti, il conflitto della tragedia di Antigone, per non ricadere nell’equivoco del vecchio motto (che il nostro presidente del Consiglio utilizza anche oggi): “si vis pacem para bellum”. Racconta anche un episodio poco indagato: le voci delle nostre 21 donne quando si discusse l’adesione al patto atlantico non furono univoche. Il focus sulle Madri e l’articolo 11 non solo un momento di memoria ricostruita bensì ci riporta prepotentemente al nostro presente.

Giulia Brian ha conseguito il dottorato di ricerca in Italianistica con una tesi insignita dall’Accademia Olimpica di Vicenza del premio Hic labor. Ha curato la pubblicazione dei diversi carteggi inediti di Antonio Fogazzaro, di cui il più recente è quello con la figlia Gina. È autrice di diversi saggi su Fogazzaro e Meneghello. Attualmente è insegnante di Lettere nella scuola secondaria.

AC e MGG

 

Alla luce dell’articolo 11: la pace delle Costituenti

di Giulia Brian

Osservatele. Una corona di ventuno donne, di diversa provenienza, estrazione sociale, professione, età, indirizzo politico, l’una congiunta alla mano dell’altra, alla gioia dell’altra. Sopra le loro teste un altro cerchio, «l’anello delle città italiche che, quali muse, si danno le mani» («La Tribuna», 22 settembre 1913), rappresentazione allegorica dell’unione del popolo dipinta tra il 1908 e il 1912 da Giulio Aristide Sartorio nell’emiciclo di Palazzo Montecitorio. Le Ventuno – ce lo racconta la più giovane di loro, Teresa Mattei in un’intervista a «La Repubblica» del 19 febbraio 2006 – sono scese dall’anfiteatro dei banchi per sigillare con quel gesto di sorellanza l’approvazione appena avvenuta dell’articolo 11, gemma della Costituzione italiana che sancisce il ripudio della guerra e l’impegno per la pace. In opposizione al nazionalismo, all’imperialismo, al militarismo dell’ideologia fascista, la Costituente aveva voluto affermare, con chiarezza e lungimiranza, la volontà di una politica improntata alla cooperazione e al rispetto del diritto internazionale.

Con il voto del 2 giugno 1946, circostanza in cui furono finalmente chiamate ad esprimersi anche le italiane, era stata eletta l’Assemblea Costituente, composta da 556 deputati di cui, appunto, ventuno donne. Per elaborare un progetto di Costituzione repubblicana da proporre alla discussione plenaria, il 15 luglio fu istituita la cosiddetta Commissione dei Settantacinque, l’organo più importante della Costituente. Di questo e delle sue tre Sottocommissioni erano parte Angelina Merlin del Psi, Maria Federici della Dc, Ottavia Penna Buscemi del Fronte dell’Uomo Qualunque (che sarà sostituita da Gennaro Patricolo, mentre Angela Gotelli della Dc prenderà il posto di Carmelo Aristia), Nilde Iotti e Teresa Noce del Pci.

Eppure nel resoconto sommario della seduta del 3 dicembre ’46 della Prima Sottocommissione, deputata a redigere anche quello che in origine era l’articolo 4 e che successivamente sarebbe divenuto l’undicesimo, i nomi citati non compaiono. È Nilde Iotti a confermare in un’intervista dell’87 che si tratta di un’assenza a tutti gli effetti: le donne elette all’Assemblea «non presero parte direttamente all’elaborazione dell’articolo 11» (La Costituzione è donna. Le conquiste per la parità di genere dal 1946 ad oggi, a cura di A. Chimenti, M. Natale, Carocci, 2025, p. 75). Le Madri non entrarono nei grandi dibattiti di politica internazionale e di organizzazione dello Stato; esse si dedicarono a temi quali la pari dignità sociale (art. 3), il diritto al lavoro (art. 4), i diritti della famiglia (artt. 29-31) e della donna (artt. 37, 48, 51). Da un lato, infatti, nella fucina della nuova Italia persistevano, nonostante l’impegno multiforme, sostanziale e capillare delle donne nella Resistenza, vecchi pregiudizi patriarcali; dall’altro vanno tenuti in debita considerazione l’esiguità numerica della rappresentanza femminile (il 3,78%), la scarsa varietà delle loro professioni e specializzazioni, la loro limitata esperienza politica e, non da ultimo, un certo timore reverenziale nutrito per quello spazio pubblico che da sempre era abitato da soli uomini (N. e C. D’Amico, Le ventuno tessitrici della Costituzione, Franco Angeli, 2020).

Tuttavia nella stessa intervista Iotti puntualizza che le Costituenti «furono fortemente coinvolte e si mobilitarono esse stesse per affermare la scelta di pace che consideravano basilare per il nuovo ordine costituzionale». A questo punto sono opportune due considerazioni. La prima, di metodo: come nella gran parte dei casi in cui si intenda avvicinare questioni che riguardano la storia delle donne, conviene operare una sorta di rovesciamento prospettico: non ricercare solo i pieni nei documenti istituzionali, ma mettere a fuoco anche le assenze; muoversi oltre che nell’Aula, anche sulla soglia e per via. La seconda, di tipo epistemologico: a determinare il rifiuto della follia delle armi, come sottolinea Luisa Ricaldone in Pagine di pace (Iacobelli, 2025), non è un fattore biologico ovvero l’appartenenza ad un sesso, semmai l’elaborazione di un pensiero e di una pratica dei margini del potere – assi portanti del femminismo – che operino una rottura della logica duale tipica della cultura patriarcale.

Torniamo quindi sui nostri passi. In attesa che venisse eletta l’Assemblea Costituente, fu istituita la Consulta Nazionale, un parlamento ad interim attivo tra il 25 settembre ’45 e il primo giugno ’46, e formato da 440 membri di cui 13 donne. Prima tra le consultrici ad intervenire nelle sedute di questo organo fu la cattolica Angela Maria Guidi Cingolani, la quale il primo ottobre ’45, in rappresentanza delle donne italiane, «tutrici della pace», dopo aver tracciato un quadro drammatico delle condizioni in cui versava il Paese, invocò la «pace serena delle coscienze», la «pace feconda delle famiglie» e la «pace operosa del lavoro». Il discorso si chiudeva con una riflessione dai tratti fortemente retorici: «Questa triplice finalità della pace l’Italia di domani la raggiungerà: e noi donne, pur consapevoli della misura precisa delle nostre possibilità, possiamo affermare che la nostra Patria arriverà a collaborare con tutti i popoli del mondo per un superiore incivilimento cristiano, se noi sapremo essere l’anima, la poesia, la sorgente della vita nuova del risorto popolo italiano». Il giorno seguente, la comunista Caterina Picolato si espresse riconoscendo tra le maggiori priorità quella di educare i giovani alla solidarietà e alla pace (Atti della Consulta Nazionale, 1 ottobre ’45, pp. 121-3, e 2 ottobre ’45, pp. 127-9). Simile aspirazione e simile desiderio di un impegno fattivo erano nutriti da tutte le donne, di qualsiasi orientamento politico, che si pronunciarono in Aula. Del resto la fame, le disparità sociali, i traumi causati dalla forza bruta erano il lascito di oltre vent’anni di fascismo e cinque di lotta armata: il concetto di pace non poteva che derivare dall’esperienza di guerra di cui rappresentava l’antitesi. Era la pace invocata da Lisistrata, scioglitrice di eserciti, l’ateniese che nella commedia di Aristofane propone alle donne delle poleis greche di fare dei propri corpi uno strumento politico per costringere gli uomini a deporre le armi.

Tuttavia tale concezione iniziava ad aprirsi ad una progettualità nuova che, coraggio dell’utopia, avrebbe contraddistinto l’articolo 11: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Questo articolo, gemello del primo per il soggetto posto in apertura – l’Italia e non la Repubblica – offre una visione complessiva della pace non meramente come temporanea assenza di conflitti, ma come un assetto di equilibri attivi e duraturi volto a creare i presupposti giuridici e materiali per il pieno sviluppo sociale e civile della persona. Nella sua formulazione definitiva non può sfuggire il carico emotivo di quel verbo che, anche nell’etimologia (forse dal latino repudium, composto dal prefisso re- che indica allontanamento, e pes pedis, piede), evocherebbe l’atto di respingere qualcosa con un gesto fisico di netta rottura che è anche di sdegno.

Una volta che le tensioni internazionali assunsero irrimediabilmente la conformazione nuova di una guerra fredda, il ripudio dello scontro armato e la promozione di una collaborazione internazionale divennero bussola morale per l’azione politica delle Nostre. Il 27 luglio ’47, sulle pagine di «Popolo e libertà» uscì un pezzo firmato da Filomena Delli Castelli della Dc sul convegno che era stato organizzato dal conte Coudhenove Kalergi a Gstaad, nel Bernese Svizzero, in ottica di uno scambio di idee su una possibile unione politica ed economica fra gli Stati d’Europa. Delli Castelli ragionava in questi termini: «Come donna sentivo che nessuna aspirazione può essere maggiormente viva in noi, entrate ora in Italia nell’agone politico, che questa di lavorare per l’unione e la fraternità dei popoli, e non solo sul piano sentimentale o ideale ma anche, e direi oggi in modo speciale sul piano economico, ripristinando una libera contrattazione di materie prime e di prodotti, demolendo barriere doganali, protezionismi egoistici, ecc.» (p. 4).

Il giorno seguente, in una seduta dell’Assemblea che aveva l’ingrato compito di ratificare il Trattato con gli Alleati firmato a Parigi il 10 febbraio, Maria Maddalena Rossi del Pci, dopo aver guardato con costernazione alla guerra civile greca e al regime franchista, soppesò le conseguenze che quell’accettazione avrebbe avuto sulla politica estera italiana e osservò, ricalcando il pensiero dell’articolo 11, che «una pace duratura non si stabilisce solo attraverso un Trattato, ma soprattutto attraverso una politica di riconciliazione e di collaborazione con gli altri popoli» e che quest’ultima «non si realizza soltanto attraverso l’azione diplomatica. Le amicizie vere sono quelle che trovano una reale rispondenza nella coscienza e nel sentimento delle masse popolari» (Atti parlamentari, 28 luglio ’47, pp. 6367-8). Dalle pagine di «Vie Nuove» il 2 novembre ’47 Rossi riferiva anche del secondo Congresso Nazionale dell’Unione delle Donne Italiane, di cui era presidente. Sin dall’apertura dei lavori, il 18 ottobre ’47, le delegate avevano confermato l’impegno per favorire l’armonia tra le Nazioni, avevano invocato come condizioni imprescindibili il disarmo generale e la messa al bando della bomba atomica (p. 4). Alla luce dell’articolo 11 ogni Costituente cercava la propria via per realizzare il futuro di sviluppo e concordia a cui aspirava.

Il fronte unitario di donne che nella lotta al regime aveva mostrato compattezza, presto però conobbe, nell’Aula e nell’associazionismo, la stessa netta frattura che stava spaccando la politica italiana. Il 14 marzo ’48 Maria Federici Agamben, deputata della Dc, offrì alle pagine de «Il popolo» il suo pensiero circa le manifestazioni per la pace in corso in quei giorni. A Roma il 7 marzo si era tenuta, sotto l’egida dell’Udi, l’Assise nazionale delle Donne per la Pace, durante la quale per chiedere il disarmo era stata promossa una raccolta firme di grande successo. Le premesse erano sempre le stesse: gli anni successivi alla tregua erano contrassegnati da una speranza di pace nata dalla disperazione della guerra, «la speranza della pace stabile, garantita dalle donne, le quali […] potrebbero essere in grado, in tutto il mondo, di sostituire una soluzione pacifica a ogni soluzione bellicosa che l’uomo, guerrafondaio ab eterno, ripropone ogni volta che una matassa si presenta imbrogliata»; pertanto ogni iniziativa in favore della cooperazione per lo sviluppo dei popoli andava sostenuta. Tuttavia – accusava Federici – l’Udi aveva condotto un «rastrellamento elettorale» di sapore marxista, «una manovra capace di imbrigliare l’elettorato femminile, di servire al successo elettorale di un partito o al successo di persone in seno a un partito, a un blocco o a un fronte» (p. 1).

Il 18 aprile ’48, a seguito di una battaglia elettorale connotata dai toni di un’aspra crociata anticomunista, la Dc ottenne, con il 48% dei suffragi, una vittoria schiacciante che determinò la dissoluzione del fronte antifascista. Il nuovo assetto parlamentare risultò evidente in occasione del dibattito sull’adesione al Trattato del Nord Atlantico, cardine della cooperazione militare tra i Paesi occidentali. Le discussioni parlamentari presero avvio l’11 marzo ’49. Da un lato il governo De Gasperi intendeva il Patto Atlantico come una condizione necessaria per rinsaldare le relazioni internazionali, una garanzia di stabilità; dall’altro l’opposizione considerava l’alleanza un atto di servilismo nei confronti dell’imperialismo americano.

Le deputate, un tempo congiunte in nome di quella pace e di quella giustizia assunte a pilastri della Costituzione, si ritrovarono su fronti contrapposti. Seguiremo le orme lasciate da due tra le deputate che erano state Madri, nel culmine del dibattito sul Patto ovvero in quella maratona di 50 ore, tra il 16 e il 18 marzo ’49, che avrebbero condotto alla stipula. Ad eccezione di Angela Maria Guidi Cingolani, le Costituenti che si espressero, assunsero una posizione contraria. Colpiscono, nella virulenza generale delle discussioni, la determinazione, l’accuratezza e la passione dei loro interventi. Accomunano le loro considerazioni il frequente ricorso a termini quali «coscienza» e «responsabilità», il riferimento a esperienze di vita vissuta durante l’ultimo conflitto, l’invito alla memoria, oltre che l’affermazione di una fiducia piena nei principi costituzionali.

Maria Maddalena Rossi, prima donna ad inserirsi nell’agone, torna con la memoria, in esordio al suo discorso, al 25 giugno ’46 quando, per la prima volta, aveva fatto ingresso in Aula. Il rischio che vedeva palesarsi all’orizzonte era quello, spaventoso, di «una terza guerra mondiale» e le ragioni della sua contrarietà erano rinvenute nello «sviluppo del pensiero tecnico» che aveva trasformato «i pacifici focolari in obiettivi militari e le donne e i fanciulli in soldati». Ritroviamo in filigrana a questi ragionamenti il conflitto della tragedia di Antigone, definito da Chiara Zamboni come la contrapposizione tra la logica della téchne, la logica della necessità da un lato e la philìa, l’amicizia, l’amore dall’altro (Orientarsi con l’amore, 19 giugno 2023, sito della Libreria delle donne di Milano). Rossi, parlando «come donna», «come deputata comunista» e come «presidente dell’Unione donne italiane», a nome «di centinaia di migliaia […] di donne saldamente organizzate e decise a difendere la pace del nostro Paese», menziona le manifestazioni dell’8 marzo e il già citato congresso di Budapest, e invoca le italiane affinché «gridino alto che non vogliono il Patto Atlantico» per non macchiarsi la coscienza.

L’altro intervento è pronunciato dalla voce di Nilde Iotti, la quale pone a presidio delle sue ragioni contro il «patto di guerra», una genealogia di donne articolata in tre snodi storici assunti ad exempla. Il primo risale al 1911 quando, alla vigilia della prima impresa coloniale italiana, quella in Libia, «le donne della nostra regione [l’Emilia Romagna] andarono a distendersi sui binari per impedire che i treni carichi di soldati, di armi e di munizioni partissero, […] con questa forma che può sembrare inerme, ma che ha una forza morale tale da suscitare ancor oggi ammirazione e commozione profonda».

Il secondo evento è databile al 1915, alla vigilia della mobilitazione dell’esercito italiano, quando donne e uomini di Reggio Emilia, città natale della deputata, si radunarono nelle piazze per protestare: «Questa tradizione di pace della mia terra non è spenta ed è in nome di questa tradizione che noi vogliamo lottare contro il patto di aggressione che voi venite a proporci. Voi dite che il Patto Atlantico non è un patto di guerra, ma soltanto un patto di difesa. C’è stato qualche collega della maggioranza che ci ha anche detto che il Patto Atlantico è un patto di pace. Onorevoli colleghi, le parole sono molto belle, ma sono soltanto parole. Non credo che alcun governo abbia mai riconosciuto di stipulare un patto di aggressione. Neppure Hitler e Mussolini riconoscevano che il patto d’acciaio era un patto di guerra. Dicevano che volevano difendersi dal comunismo, dall’Unione Sovietica, dal sovvertimento dei valori umani e spirituali della civiltà europea. Come voi. Sono i fatti quelli che contano ed i fatti, purtroppo, parlano implacabilmente contro di voi, contro ciò che oggi ci proponete».

Queste riflessioni dialogano fittamente da un lato con quelle di Nadia Gallico Spano, un’altra Costituente che in precedenza aveva posto l’accento sulla dilagante «psicosi di guerra», dall’altro con quelle di Piero Calamandrei che poco oltre avrebbe paventato la possibilità di ricadere «in quel tremendo equivoco del vecchio motto illusorio: “si vis pacem para bellum”». Secondo la sua ottica chi si predispone ad allestire la difesa, non fa altro che accelerare il processo di avvio delle ostilità; diversamente, «per voler la pace non c’è altra via che quella di prepararla coi trattati di commercio e di lavoro, che stringono tra gli uomini legami di solidarietà». Si tratta di tentativi di uscire dalla logica binaria del noi/loro, dell’aut aut, dalla politica intesa come rapporti di forza fondati sulla contrapposizione amico/nemico, per transitare verso un modello di relazioni internazionali di interdipendenza positiva reciproca.

Il terzo faro con cui orientarsi è per Iotti la Resistenza delle donne. Iotti dichiara il suo voto contrario anche «per fedeltà a quegli ideali di fratellanza e di pace per cui le donne hanno lottato durante la guerra di liberazione, quelle donne che sono state a me di esempio, di guida, di insegnamento, quelle donne che hanno rischiato le loro case, i loro mariti, i loro figli, la loro vita, che hanno sopportato le torture più atroci perché il nostro Paese avesse l’indipendenza e la libertà, ma anche perché non vi fossero più guerre, perché vi fosse la fratellanza fra i popoli, perché il mondo trovasse nella pace la via del progresso e del rinnovamento sociale» (Atti parlamentari, 16 marzo ’49, pp. 6972-7, p. 7158, pp. 7078-81, pp. 7273, pp. 7151-3).

I giorni della Liberazione, a cui nel pensiero comune si associano nell’immediato le tinte della gioia e del sollievo, furono in effetti intrisi anche da sentimenti cupi, inconfessabili perché inopportuni nel clima di festa generale. Lo racconta con accuratezza La Resistenza delle donne di Benedetta Tobagi (Einaudi, 2022). Il peso era quello arrecato dalla perdita dei propri familiari, di tutti coloro che non avrebbero potuto godere di quell’avvenire di libertà e giustizia tanto agognato; ma feriva profondamente le donne anche l’acuminato dolore generato dalla fame, dalle delusioni, dalle torture, dagli stupri fino allo spettro della violenza perpetrata di propria mano. E proprio in quel lutto e in quel dolore si radicava la volontà di dare concretezza alle aspirazioni che avevano guidato la lotta antifascista, prime tra tutte la pace e la libertà.

Le agitazioni contro il Patto si estesero anche al di fuori dell’Aula e mantennero un legame stretto con le contestazioni internazionali. L’Udi, ad esempio, si propose «di arrivare dovunque le donne vivono o lavorano, per chiamarle tutte, senza distinzione di fede politica o religiosa, tutte, dalle più colte alle più semplici, sotto la bandiera della difesa del nostro bene più prezioso, la pace». Emblemi della «crociata della pace», come ebbe a definirla Rossi avvalendosi di un lessico ancora bellicistico («Vie Nuove», 17 aprile 1949, pp. 10-11), erano una colomba e una bandiera «pellegrina» di colore azzurro che venivano portate di villaggio in villaggio per riunire le donne in un «grande esercito di pace». La prima aveva attraversato Bologna sorretta da «un immenso corteo di bambine vestite di bianco»; la seconda era stata trasportata sin nei borghi più sperduti della provincia di Padova da gruppi di operaie in bicicletta che, di paese in paese, chiamavano a raccolta le contadine per rievocare «i lutti e le tribolazioni della passata guerra, promettendosi a vicenda di impedire in tempo questa volta un nuovo massacro». In quelle settimane in tutta Italia «sciami di “postine della pace”» volavano di via in via, di casa in casa per distribuire «Noi donne», periodico dell’Udi fondato anche da Teresa Noce, per stringere nuove alleanze. Sempre in ottica di possibili, fertili coalizioni ma su più ampia scala, l’attenzione era costantemente rivolta anche a quanto avveniva oltralpe.

Per il numero del 2 gennaio ’49 di «Noi donne», Rossi aveva relazionato sul secondo Congresso della Federazione Democratica Internazionale Femminile che si era tenuto a Budapest tra l’1 e il 6 dicembre ’48. Aveva descritto come «stelle filanti» la rete di percorsi tracciati in tutto il globo dalle partecipanti per raggiungere il luogo di ritrovo; aveva definito «messaggere di pace» le donne indiane, persiane, cinesi, greche, spagnole, italiane, francesi, inglesi, statunitensi, polacche, ungheresi, rumene e sovietiche che si erano radunate e a cui dava voce nel suo pezzo; infine aveva invitato tutte le donne ad unirsi col medesimo intento, quello di difendere «le nostre conquiste democratiche, le nostre libere organizzazioni, […] il nostro paese dai patti militari» (p. 6).

Osserviamo, infine, le Madri e l’articolo 11 di riflesso, attraverso lo specchio del presente. Dopo ottant’anni di pace miracolosa in Europa, conviviamo sempre più di frequente con atti di prevaricazione che hanno la meglio sulla diplomazia e il diritto. Nell’unica Casa che ci è dato abitare si annoverano, secondo il Global Peace Index redatto nel giugno 2025 dall’Institute for Economics & Peace, almeno 59 conflitti in atto, il record peggiore dal ’45. Assistiamo altresì ad un calo della capacità di risoluzione efficace delle tensioni e all’aumento degli attacchi a danno dei civili. Sempre secondo il GPI, unità di misura internazionale per definire in ogni Stato l’assenza di violenza o di paura di violenza (pace negativa) attraverso 23 indicatori, l’Italia si colloca al 33° posto sul totale dei 163 Paesi esaminati, perché nel quinquennio 2021-25 è stata il sesto esportatore mondiale di armi. Ciò dimostra, se ce ne fosse bisogno, che la pace, per la sua natura volatile, non rappresenta un possesso permanente, ma esige uno sforzo costante, collettivo e di ampia portata finalizzato alla trasformazione delle coscienze, un’educazione alla cittadinanza plurale.

Posiamo quindi lo sguardo su uno dei più drammatici teatri di guerra di oggi. Parafrasando le parole di Maria Maddalena Rossi, potremmo affermare che nessun paese che sia veramente interessato al mantenimento della pace nel mondo può oggi guardare al dramma del popolo palestinese e pensare che ciò non lo riguardi (Atti parlamentari, 28 luglio ’47, p. 6367). Come dal recente passato del nostro dopoguerra, da un vicino altrove proviene, oltre all’urlo silente di chi vive l’orrore della ferocia più disumana, un messaggio cristallino che parla di solidarietà e di convivenza civile.

Nell’ottobre del 2024 il Rana Choir di Jaffa, composto da una ventina di donne di fede ebraica, musulmana e cristiana, ha intonato sulle note di Bella ciao, inno della Resistenza italiana conosciuto nel mondo come inno alla libertà, una canzone in tre lingue – il farsi, l’arabo e l’ebraico – per solidarizzare con le sorelle iraniane in lotta per i propri diritti, e con tutte coloro che vivono in zone sotto assedio (la traduzione della canzone è disponibile nel sito della Libreria delle donne di Milano). Intento del coro è, attraverso un ampio repertorio di brani multilingue, favorire il dialogo interculturale. Nel video ufficiale le coriste si stringono in cerchio, come avevano fatto le Costituenti, «mano nella mano», per festeggiare l’approvazione dell’articolo 11. Il cerchio, figura senza inizio e fine, senza spigoli, è emblema della continuità, della tutela di uno spazio di cura. Ogni punto, ogni corpo che lo compone, in contrasto con le gerarchie del potere politico e militare, è collocato a pari distanza dal centro, perché pari siano il diritto di parola, il dovere di ascolto. Quello del Rana Choir è un canto che con la bellezza della melodia e della parola neutralizza gli slogan populisti urlati dagli oppressori per marcare confini, per deumanizzare il “nemico”; è una nenia che lenisce il doloroso silenzio delle oppresse; è un appello al ripudio di ogni strumento di sopraffazione, un invito alla fiducia nel genere umano.

O siamo tutte insieme o siamo tutte sole

resteremo sveglie finché

non arriverà il domani.

Puoi ridere

dei miei sogni

ma noi non resteremo in silenzio

e non ci arrenderemo insieme, mano nella mano

la libertà nei nostri cuori

non sarà mai vinta.

Magari riderai

perché io credo nel genere umano

perché credo ancora in te…


Iscriviti alla Newsletter di Articolo21

Articolo21
Panoramica privacy

Questo sito Web utilizza i cookie in modo che possiamo fornirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser ed eseguono funzioni come riconoscerti quando ritorni sul nostro sito Web e aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito Web trovi più interessanti e utili.

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.