La lotta al fascismo prima, al nazismo poi e infine l’impegno per la costruzione della Repubblica Democratica ha avuto per protagonisti, giorno dopo giorno, tantissimi democratici, molti di più di quelli raccontati dalla storia. La scuola di cultura politica ‘Joyce Lussu’ ha deciso di sviluppare una ricerca per ricostruire ruolo e impegno di alcuni di loro per poterli raccontare innanzi tutto alle giovani generazioni. Oggi, vigilia della festa di liberazione, la città di Luras ricorda la formidabile personalità di Andrea Lentini, un gallurese che si trasferì a Gonnesa nel Sulcis – dalla regione nord orientale dell’isola, alla sud occidentale – per andarvi a fare il minatore. Dalla militanza socialista, a sindaco del paese, fino agli arresti e ai confini a Lipari, Ustica e Lampedusa decisi dal fascismo. Di seguito proponiamo la biografia di Andrea Lentini, scritta dal giornalista Piergiorgio Pinna per molti anni corrispondente dalla Sardegna per il quotidiano Repubblica. (Ottavio Olita)
Fin da ragazzo Andrea Lentini (Luras 1885 – Sassari 1953) si rivela un militante della sinistra risoluto, pronto all’azione senza paura. Trasferito per ragioni di lavoro nel Sulcis Iglesiente, fa a lungo il minatore. Fra i 30 e i 35 anni segretario della sezione socialista di Gonnesa, nel 1920 primo sindaco del paese, all’inizio si muove su posizioni riformiste, come quelle di altri dirigenti locali del partito: «Ma già nel 1921 scelgo di aderire, con convinzione, al Partito comunista d’Italia», dirà lui stesso, prima di ritrovarsi al centro di un’odissea, sballottato tra Lipari, Ustica e Lampedusa, da un confino a tanti domicili coatti: 111 arresti, 5 anni di allontanamento forzato dal Sulcis Iglesiente, 32 detenzioni preventive. Ancora nel luglio 1943, a Sassari, dov’era approdato nel frattempo, sarà fatto rinchiudere in cella dall’amministrazione badogliana per diverse settimane. Con il crollo definitivo del regime diventerà uno dei componenti della segreteria regionale del Pci, sino al 1945. Ma la sua storia merita di essere raccontata con maggiore precisione. Perché è sempre giusto separare i buoni dai cattivi. Perché, nel momento in cui il duce prende il potere, Lentini appartiene già alla non foltissima schiera di esponenti antifascisti nell’isola. Perché da allora a oggi si sono favorite troppe omissioni. E perché c’è chi, con malevolo ingegno, si è specializzato nel rigenerare per cicli ombre su tanti movimenti operai. Sia pure senza riuscirci sino in fondo. Ed ecco dunque il motivo centrale per cui tra qualche giorno sarà importante rievocare la figura di questo sindacalista dei minatori che oggi sarebbe cancellato dalla memoria collettiva della sinistra storica italiana se non fosse per i familiari e per tutti coloro che hanno continuato a coltivarne il ricordo.
Nel riesame delle attività di partiti e movimenti operai in Italia si sono occupati di Lentini parecchi storici. Di fatto, quella figura dai tratti unici è stata però dimenticata per decenni dalla gente comune. Sfortuna postuma toccata a numerose donne e uomini dell’opposizione prima e della Resistenza poi. Ma negli ultimi anni si coltiva un recupero a tutto campo persino di vicende inizialmente considerate secondarie, lungo le tracce lasciate sia da tanti che scelsero, o furono costretti a scegliere, la Repubblica di Salò sia da numerosi resistenti e patrioti della libertà: a fine conflitto indicati in poche centinaia, oggi invece schedati a migliaia in nuove catalogazioni. E così uno dei primi a riscoprire le angherie subìte da Lentini, e a fornire un panorama completo della sua vita, sarà uno studente del Sulcis-Iglesiente nel Duemila eletto a sua volta sindaco di Gonnesa, Hansal Cristian Cabiddu. La sua attentissima ricostruzione passa attraverso particolari minuti lungo le 260 pagine di una tesi di laurea in Filosofia: pubblicazione con splendide foto e riproduzioni di documenti inediti, presentata all’università di Cagliari nel 2003-2004. Il giudizio dell’autore, confortato da un relatore di prestigio come lo storico Claudio Natoli, è di una precisione estrema: «Poco conformista e dal carattere ruvido, Lentini resta nelle microstorie di quegli anni come un personaggio sfaccettato che svolge alla perfezione il proprio ruolo sociale – sia nel movimento sindacale sardo sia nel contrasto al regime sia nelle situazioni più difficili della prigionia – mantenendo immutata la propria posizione ideologica con fermezza e dignità».
Animi sensibili, alcuni di quei resistenti e patrioti della libertà. Dice oggi del nonno Donatella Mineo, figlia della figlia Lucrezia sempre rimasta a Sassari: «Da integerrimo qual era non chinò mai la testa». Prima di morire il rivoluzionario romantico lascerà scritto di volere essere sepolto nel cimitero di Sassari in una tomba ricoperta dai sassi di Fontanamare, la spiaggia che tanto aveva amato nella sua gioventù. Ancora adesso sulla lapide, accanto al nome, si può leggere: «Lottò strenuamente per il benessere degli altri facendo della sua vita un doloroso calvario. Diede più di quanto si può dare. Forte in un’incrollabile fede, amico del più grande uomo e dell’ultimo derelitto. Sia d’esempio a chi sulla terra segue l’ideale dei buoni».
