I giornalisti precari scrivono al Governo: “E’ ora di agire contro lo sfruttamento”

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La notizia è lì, nemmeno troppo nascosta tra le righe. Ed è l’unica notizia che le testate giornalistiche italiane stanno “bucando”, all’unisono, da tempo. Non troverete post sui social in cui vi chiedono di “condividere prima che la facciano sparire!”. Questa notizia è già sparita dai radar dell’informazione. Stiamo parlando della piaga del precariato e dello sfruttamento del lavoro nell’editoria italiana. Una prassi consolidata di cococo, false partite Iva che patiscono dell’impunità regalata agli editori dalla politica italiana sul tema dell’Equo compenso giornalistico, una legge votata dal Parlamento nel 2012 e che prevede, oltre al compenso minimo per chi fa informazione, un sistema di contributi pubblici erogati solo a chi non sfrutta il lavoro dei freelance.
La Commissione nazionale lavoro autonomo (Clan-Fnsi) ha rivolto una memoria al presidente del Consiglio, Mario Draghi, al governo e alle forze parlamentari, evidenziando «preoccupazione per la deriva dei diritti e del mercato del lavoro dell’informazione» e ha richiesto interventi urgenti.

Il capo del Governo, ascolterà l’appello dei giornalisti freelance della Federazione della Stampa?

Di certo non sarà un tema che salirà agli onori delle cronache. Siamo di fronte, infatti, a una omissione nei confronti dei lettori, della politica e anche di noi stessi che del racconto del reale facciamo mestiere. Una omissione – quella del precariato – che colpisce anche una parte della categoria. Lo si evince da raccolte firme di ex direttori pensionati che, bontà loro, hanno attraversato tempi di “vacche grasse” con la capacità di mungerle senza timore delle conseguenze lasciate ai posteri.

Le macerie su cui muove i passi l’editoria italiana oggi arrivano da lontano. Crisi, ristrutturazioni e scelte economicamente, socialmente ed eticamente discutibili sono parte della risposta alla domanda “come siamo arrivati fin qui?”. Per avere un quadro chiaro del perché oggi i giornalisti rischiano di perdere la propria autonomia, a partire dalla previdenza e dal sistema di protezione sociale costruito su base solidaristica, occorre partire dalle condizioni di lavoro. Sotto le mentite spoglie di Cococo (Collaborazione coordinata continuativa) e di partite Iva a dodici fatture l’anno, stesso importo, stesso committente, si sta affossando l’informazione italiana. Sono migliaia le donne e gli uomini che vivono in condizioni di precarietà e sfruttamento nel mondo del giornalismo, operatori dell’informazione che hanno in tasca un tesserino utile, in questo senso, per mettere in piano lo sgangherato tavolo della redazione.

Area grigia

Grandi e piccole testate, siti internet, televisioni, uffici stampa: da anni la dorsale dell’informazione è composta in minima parte da dipendenti delle aziende editoriali (sempre meno) e appaltata all’esterno da collaboratori o liberi professionisti solo di facciata (sempre di più). Eccolo qui il fil rouge che parte dalle redazioni, dal loro circondario di collaboratori che reggono settori e garantiscono la copertura delle notizie, e arriva alle casse dell’istituto di previdenza dei giornalisti italiani. Un area grigia che nulla ha a che fare con la subordinazione attenuata nella professione giornalistica, un pezzo maggioritario del settore in cui vige la legge del più forte (l’editore) in cui si può perdere il lavoro dopo anni con una semplice email, esattamente come successo alla GKN, ma che soffre di una mancanza di copertura mediatica utile a far capire la grandezza del problema ai cittadini e l’emergenza alla politica.

Politica assente

La Commissione lavoro autonomo Fnsi ha evidenziato una serie di emergenze: politiche per il lavoro regolare e contro la precarizzazione, equo compenso, provvedimenti contro le querele bavaglio, ristori Covid e sostegni al reddito anche per gli autonomi senza partita Iva. Inoltre: attuazione della Direttiva Ue sul diritto d’autore; chiarezza sul futuro dell’Inpgi; un freno all’impiego dei pensionati nelle redazioni; riforma dell’Ordine. E in tutto questo ha anche fatto una valutazione positiva sul nuovo contratto con Anso e Fisc per l’editoria locale, «che va nelle direzioni giuste». Tra le richieste contenute nel documento: norme contro il precariato e contro lo sfruttamento del finto lavoro autonomo e aiuti ai datori di lavoro solo se vincolati all’occupazione regolare.

Le norme inapplicate

Le leggi sull’equo compenso, inapplicate ai giornalisti dal 2012: per la legge 27/2012 serve l’emanazione da parte del ministero della Giustizia dei parametri per la liquidazione giudiziale dei compensi. E per la 233/2012 l’individuazione dell’equo compenso per i collaboratori delle redazioni, tramite la Commissione presieduta dal sottosegretario all’Editoria, non ancora convocata dal sottosegretario Giuseppe Moles.

Per contrastare le emergenze sociali che questa precarietà produce, la Clan Fnsi, propone di estendere anche ai lavoratori autonomi degli Ordini professionali norme come l’Iscro (Indennità Straordinaria di Continuità Reddituale e Operativa), prevista finora solo per le Partite Iva della Gestione Separata Inps. E chiede norme per impedire di continuare ad utilizzare i pensionati nel normale circuito produttivo delle redazioni, e ciò per favorire un ricambio generazionale e le assunzioni. Il documento integrale della Commissione nazionale lavoro autonomo è pubblicato nella sezione Lavoro autonomo – Commissione e assemblee del sito della Fnsi.

Se l’obiettivo è la risoluzione dei problemi la Fnsi e la Commissione nazionale lavoro autonomo sono a disposizione, se invece si vuole far scivolare su un piano inclinato i diritti sociali e del lavoro dei giornalisti non potremo stare a guardare questa colpevole inerzia da parte di palazzo Chigi.

 

Dal blog di Mattia Motta www.mttmtt.it


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