Giornalisti minacciati in Azerbaijan

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Un articolo di solidarietà nei miei confronti a firma del prof. Carlo Coppola, presidente del Centro di Studi Hrant Nazariantz, che ringrazio, ha ridestato l’attenzione su un tema ancora poco noto: quello delle vessazioni operate dal regime dell’Azerbaijan contro i media, dentro e al di fuori dei confini del paese. Poco se ne parla – e non sarà forse un caso – nonostante (o, meglio, a causa di) la notevole influenza che l’Azerbaijan, fra i primi esportatori di petrolio e gas verso l’Italia, ha dimostrato in più occasioni di avere sul nostro come su altri governi, e sulle stesse istituzioni europee. Per farsi un’idea del fenomeno, vi invito a rivedere la puntata di Report del novembre 2017, a firma di Paolo Mondani, intitolata Caviar Diplomacy, a cui avevo dato un piccolo contributo.

Nonostante i primi attacchi nei miei confronti risalgano al 2015, anno in cui sono stato bandito dall’Azerbaijan, al pari di molti colleghi, mi ero sempre astenuto dal voler scrivere sul mio caso personale. Lo faccio oggi, sperando di far luce, nel mio piccolo, su un sistema di vessazioni e minacce che investe anche l’Italia; ma anche e soprattutto con l’auspicio che le vere vittime di questo sistema perverso (i giornalisti e gli attivisti azeri, non certo il sottoscritto) trovino un po’ di supporto internazionale, rompendo la coltre di silenzio che avvolge le loro storie di minacce, incarcerazioni e, in alcuni casi, torture e uccisioni.

Sono stato attaccato dalla stampa azera (una dozzina di articoli, in totale), messo sulla lista nera del governo e minacciato personalmente in diverse occasioni dal 2015 in avanti. L’ambasciata azera a Roma è stata coinvolta nel processo, ma anche diversi profili anonimi e non sui social media (tristemente per loro, anche giornalisti azeri di regime). La lista nera dei giornalisti, degli attivisti, dei politici e degli intellettuali cui è interdetto di visitare e lavorare in Azerbaijan sta crescendo (più di 1.000 persone), e ogni occasione è buona per attaccare o bandire altre figure, più o meno note. Fra le persone incluse nella lista nera, uno dei maggiori gruppi nazionali è l’Italia. Vi si trovano così, scorrendola, anche le giornaliste Anna Mazzone e Milena Gabanelli della Rai, Roberto Travan de La Stampa, il giornalista freelance Daniele Bellocchio e la nota scrittrice Antonia Arslan, fra i tanti.

Su internet, ancora disponibile online sul sito dell’Ambasciata azera a Roma (immagino, per ulteriore spregio), si trova una lettera ufficiale dell’ambasciatore che chiedeva al direttore del quotidiano Il Manifesto di interrompere la collaborazione con me. Non è l’unica lettera ufficiale scritta contro di me dall’ambasciata, che mi ha preso personalmente di mira, insieme agli altri partecipanti (vorrei ringraziare Beppe Giulietti, per il coraggio dimostrato), anche durante una conferenza presso la sede della FNSI di Roma nel 2016, organizzata da Amnesty International e da Riccardo Noury. In quell’occasione c’è stato anche un intervento della Digos, che ha spedito via dal luogo della turbolenta conferenza l’attivista azera Dinara Yunus e me con un taxi, temendo un possibile attacco fisico contro di noi. Ora, non so quale sia lo scopo esatto di questi attacchi e di in un tale generoso dispendio di energie nei miei confronti; ma so di non essere una vittima.

Osservo, tra l’attonito e il divertito, come diverse redazioni continuino a dare spazio ad articoli firmati da analisti e sediceni esperti che tessono panegirici di un regime che ha una sola famiglia al potere dal 1969, e la moglie dell’attuale autocrate, Ilham Aliyev, quale vicepresidente. Mi guardo bene dal citarli: rischierebbero di esistere oltre i loro circoli esigui di training autogeno. Più insidioso, e assai più pericoloso, è invece il consenso che raccoglie il paese caucasico in nome delle sue riserve di idrocarburi e della priorità data all’economia sulla vita (e la morte) delle persone. Per usare una di quelle metafore scacchistiche ossessivamente reiterate nella scrittura geopolitica: pedine sacrificabili, queste, in tutta evidenza, sullo scacchiere dei grandi interessi energetici.

È bene ricordare, allora, dove si trova l’Azerbaijan secondo la classifica più accreditata a livello internazionale sulla libertà dei media, quella di RSF: al 168′ posto su un totale di 180 paesi. Un faro mondiale della libera stampa, non c’è che dire. Un paese che corre sulla via delle riforme, come amano ripetere gli esperti di cui sopra (e infatti si trova al 146’ posto su 167 paesi, secondo il Democracy Index dell’Economist Intelligence Unit: deve trattarsi di una lunga rincorsa, senza dubbio).

Dati e ironie a parte, vi invito a scoprire le loro storie. Una su tutte (ma sarebbero tante, quelle che meriterebbero menzione) è quella di Khadija Ismayilova, una delle più grandi figure del giornalismo di oggi. Vincitrice del Right Livelihood Award nel 2017, nonostante le sia stato impedito dal regime di ritirare il premio in Svezia, la Imayilova ha scoperto e raccontato, in numerose inchieste, la corruzione e gli affari illeciti, che investono molti paesi, della famiglia Aliyev. Minacciata più volte, imprigionata per un anno e mezzo, e ora impossibilitata a lasciare il paese, la giornalista azera ha affrontato con grande coraggio le tante violenze e pressioni subite, non piegandosi neppure di fronte al ricatto, operato dal regime, di un filmato che la ritraeva fare l’amore con il suo ragazzo nel suo appartamento (il video, dopo essere stato inviato anche ai famigliari, è stato infatti pubblicato su internet).

Casi come quello della Ismayilova, e sono tanti, aprono uno sprazzo su un regime liberticida accolto a braccia aperte, e spesso corteggiato, dalla diplomazia romana, e non solo. Si parla molto in questi giorni (e finalmente, è proprio il caso di dire) di Lukashenko, chiamato a torto l’ultimo dittatore d’Europa. L’Azerbaijan, parte del Consiglio d’Europa (e assai vicino al despota bielorusso, peraltro), presenta una sistema di potere non certo migliore o più aperto. È ora di chiudere, al plurale e per sempre, la pagina infame delle dittature e della repressione dei media in tutta Europa, prima che questo spettro (ne abbiamo avvisaglie in Ungheria, e altrove) finisca per ripresentarsi anche da noi in Italia, dove non mancano certo problemi interni, violenze e intimidazioni, anche sul versante dei media.