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Uccisa nel 1994, oggi Ilaria Alpi avrebbe compiuto 59 anni. Perché le istituzioni preposte non arrivano alla verità e dunque alla giustizia?

 

Ogni 24 maggio, compleanno di Ilaria, Luciana e Giorgio Alpi insieme e poi Luciana da sola si recavano al Cimitero a portare delle rose bianche a Ilaria e parlavano con lei.

Questo 24 maggio è il secondo senza nessuno dei due. Ci andranno Anna l’amata sorella di Luciana, con suo figlio Pino.

Linguaggi diversi hanno raccontato Ilaria: cinema, libri d’inchiesta, speciali servizi giornalistici, teatro, poesia, musica, letteratura.

Quel 24 maggio 2014, venti anni dopo che Ilaria fu uccisa insieme a Miran a Mogadiscio in un agguato organizzato e ben preparato, grazie al lavoro di Davide Dalla Libera, un “giovane produttore di rose” (come lui stesso si definisce) viene presentata una rosa dedicata a Ilaria: “è una rosa arbustiva bianca, che si tinge di rosa poco prima di sfiorire…”  Fiorisce in questi giorni: l’ho vista sbocciare e crescere quest’anno “grazie” al confinamento. E ho ripensato a quei giorni, a quanto fu felice Luciana per questa rosa chiamata Ilaria: “Quando Davide mi ha scritto che avrebbe dedicato una rosa a Ilaria, mi sono commossa. In questi vent’anni sono state tante le piazze, le scuole, le biblioteche, i parchi dedicati a Ilaria: è sempre stato un piacere sapere che tante persone volessero ricordare Ilaria e chiedere giustizia e verità insieme a noi.

Dedicarle una rosa “mi è parso un gesto molto poetico e originale”, che le parole di Davide confermano: ” la rosa e Ilaria…quel profumo che va via col vento ci fa ricordare il suo spirito libero…” Così come quelle del prof. Carlo Blasi, direttore dell’Orto Botanico di Roma: “…Che il sacrificio di una grande giornalista possa essere ricordato nel tempo con una rosa moderna nel roseto di un Orto Botanico storico di importanza internazionale, penso sia veramente un fatto fondamentale per la sua famiglia e per tutti coloro che hanno a cuore la storia e il sorriso di Ilaria, così ben identificabile con la fioritura della rosa a lei dedicata”.

Ho pensato che una rosa è bellezza; che “bellezza è verità e verità è bellezza” come scrive John Keats;  che tutti conosciamo la verità di Ilaria e che in tantissimi continuiamo ad emozionarci e a indignarci sentendo la sua storia tragica.

Ma allora perché le istituzioni preposte non arrivano alla verità e dunque alla giustizia?

Ho pensato a tre persone: Giorgio Alpi, Giovanni Falcone e Roberto Morrione.

Giorgio, il papà di Ilaria, diceva spesso con amarezza: “c’è un filo che lega l’uccisione di Ilaria e Miran con le stragi italiane fin da Portella della Ginestra e rifletto sulla continuità di certi meccanismi di potere che impediscono di assicurare alla giustizia i responsabili di questi crimini”.

“Menti raffinatissime” è un’espressione di Giovanni Falcone pronunciata in una dichiarazione subito dopo l’attentato fallito dell’Addaura (1989).

Roberto Morrione, è un esempio per tutti i giornalisti e i tanti giovani che vogliono mantenere accesa la luce dell’informazione pulita e coraggiosa. Un esempio anche per chi giornalista non è ma è impegnato per un’Italia e un mondo migliori. Di quel  “menti raffinatissime” Roberto dava una sintetica interpretazione: gli assassinii che avevano liquidato la classe dirigente non solo siciliana, a partire almeno dagli ultimi anni ’70 non potevano avere la mafia come unica regia.

“…Non mi si vorrà far credere che alcuni gruppi politici non si siano alleati a Cosa nostra – per un’evidente convergenza di interessi – nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi. …” Sono parole scritte da Giovanni Falcone in dialogo con Marcelle Padovani nel libro/intervista “Cose di Cosa nostra” 1991, sei mesi prima della strage di Capaci. E’ con queste parole che Roberto chiude un suo articolo “Mafia e politica” il 23 maggio del 2010.

“Menti raffinatissime”: possiamo sostenere che sono state in azione fin dai primi giorni dopo l’uccisione premeditata di Ilaria e Miran il 20 marzo 1994 a Mogadiscio: l’omissione di soccorso, la sparizione dei bloc notes e di alcune cassette video, la non effettuazione dell’autopsia, la violazione dei sigilli dei bagagli, la costruzione “persistente” della tesi della casualità …mentre si sa che è stata un’esecuzione.

Sono ancora in azione con evidenza: Il tribunale di Perugia ha stabilito che Hashi Omar Hassan è stato in carcere per 17 anni ma era innocente e ne ha disposto la scarcerazione immediata nel gennaio 2016. Le motivazioni della sentenza saranno pubblicate un anno dopo, il 17 gennaio 2017: vi leggiamo anche, a chiare lettere, che c’è stato depistaggio fin dai primi giorni e forse ancora in atto.

La Procura di Roma ha chiesto per tre volte l’archiviazione dell’inchiesta sull’esecuzione, richieste sempre respinte, fin dalla prima, con la sentenza del dottor Cersosimo nel 2007 (”…omicidio su commissione …per impedire che le notizie …in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici …venissero diffuse…”) che disponeva di indagare su 26 punti a partire dalla vicenda Hashi!

“In Italia il corso della giustizia è accidentato, gli assassini e chi li copre possono contare sul fatto che le tracce si dissolveranno, che i reperti scompariranno (…) fino all’accreditamento ufficiale di una falsa versione, a una manipolazione dei fatti reali … ” 

Sono parole di Francesco Rosi che riceve il Leone d’oro alla carriera nel 2012: si riferisce a casi affrontati nei suoi film (a partire da Salvatore Giuliano) ma possiamo sostenere che è quello che è accaduto per Ilaria e Miran e per tutte le stragi che hanno insanguinato il nostro paese.

Infiniti sono stati i tentativi di chiudere questo caso in tutti questi anni. Incessante è stato l’impegno di Giorgio e Luciana Alpi, della comunità di #NoiNonArchiviamo e del mondo della cultura, delle moltissime scuole, istituzioni, delle decine di migliaia di cittadine e cittadini che si sono impegnati anche col sigillo della loro firma: per questo il caso è ancora apertissimo.

E noi siamo ancora qui perché attendiamo, dal nuovo capo della Procura di Roma, con vigile fiducia e con trepidazione un “gesto” che ripristini ed esalti “il senso della verità dello Stato” condizione necessaria per avere giustizia: è questo il nostro rinnovato impegno che accompagna, cara Ilaria, gli auguri per

Questo 24 maggio: ti sentiamo sempre accanto, ti abbracciamo con affetto e riconoscenza.

Mariangela Gritta Grainer

#NoiNonArchiviamo

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