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Le macerie di Bergamo

 

Bergamo – Rifugge la notorietà e chiede l’anonimato. La dottoressa è una psicoterapeuta affermata. Cosmopolita, ha girato e studiato nel mondo. Nata nel profondo sud italiano, da bambina seguì la famiglia al nord. Sua madre, voleva strappare la figlia da una vita ingrata e darle un futuro. In quella Milano che rappresentava l’America. Allontanata dalla terra ritenuta senza speranza, approdò bambina in quella città dal cielo grigio, dove la madre ogni giorno le raccontava la terra di origine, dal cielo azzurro e dai campi di grano che volgevano le spighe al sole. E la bambina si chiedeva come mai il sole, l’aria tersa e l’azzurro dei cieli del sud regnassero in una terra fatta di miserie diffuse, mentre era il grigio del cielo di Milano a rappresentare l’eldorado in cui prosperare.

La psicoterapeuta da quarant’anni vive a Bergamo e come tante persone, oggi vive nel guscio di casa. Una trincea dove chiudere ogni spiraglio al virus che invade ed uccide. Io resto a casa, mi dice, ma resto sgomenta nel vedere, in questa guerra dei giorni nostri, tanta gente morire sotto i colpi del fuoco amico. Perché siamo stati avvertiti, è stato detto in ogni modo, il pericolo di contagiare chiunque avvicini l’altro.

Ma ho visto con sgomento prendere d’assalto i treni per fuggire da una zona infetta alla volta del proprio paese, in particolare del sud da cui si era partiti. Oppure vedere persone bighellonare per strada in una sorta di incoscienza criminale. La psicoterapeuta, isolata nella sua abitazione, interagisce con le persone in cura da tempo, oggi attraverso lo scambio di parole e sguardi in un monitor del computer. Si rivolgono a me in cerca di aiuto, persone aggredite da attacchi di panico, problemi nel contesto lavorativo, crisi esistenziali o in cerca di aiuto per elaborare il lutto dovuto    alla scomparsa di una persona cara. Aiuto ancora, in particolare, coppie di coniugi che stanno attraversando una fase piena di sofferenze e difficoltà. Coppie in crisi dove l’armonia famigliare è un lontano ricordo. L’empatia con le donne, in una condizione di progressivo disagio con il compagno o marito, è in me alquanto presente. In questi giorni, la segregazione domestica forzata è una sorta di effetto collaterale della battaglia a difesa del virus.  I disagi, patiti dalle coppie in crisi nella convivenza tra le pareti casa per giorni e notti, si fanno sentire e i conflitti maggiori si riversano sulle spalle delle donne. Respirano un po’ di più le donne che abitano in una casa spaziosa, ma per quelle costrette a convivere in un appartamento di pochi metri quadrati, la sofferenza è ancor più pressante. Ieri sera, una paziente mi ha telefonato dicendo di essersi rinchiusa nel bagno dove aveva aperto il rubinetto della vasca, affinché il marito, presumibilmente ad origliare oltre la porta, non potesse carpire la telefonata in corso.

Al termine di questa guerra, subdola e terrificante – prosegue – prevedo un’ondata di divorzi in seguito alle ulteriori sofferenze, vissute gomito a gomito nel periodo di quarantena, con la persona che un tempo aveva giurato amore eterno.

La dottoressa, nei balconi di fronte non ha visto o sentito persone cantare come ha appreso dalla tv. Ha sentito al telefono diverse persone che conosce da tempo, riferirle la propria angoscia, cercando un sollievo nella preghiera. Ogni giorno sfoglia l’Eco di Bergamo, pagine su pagine di necrologi, con impressi nomi e cognomi e a ricordarli una foto. Ho il cuore in gola, per la scomparsa di chi non ho conosciuto e ancor più per chi mai rivedrò, afferma.

I nomi dei morti, sulle pagine degli annunci funebri, saranno impressi un giorno su lapidi di marmo, un nuovo elenco di caduti in guerra. Lapidi esposte nei sacrari alle porte delle città.

Bergamo, Bèrghem, Città Martire. Chissà fino a quando continueranno a combattere sul fronte, medici, volontari, lavoratori impegnati in servizi e produzioni ritenuti essenziali, infermieri, forze dell’ordine. Oggi, definiti eroi. L’Italia degli eroi. Di fronte ad un terremoto, calamità, alluvione, frana o dissesto, entra in campo l’esercito degli eroi. Continuando a trascurare la prevenzione, la messa in sicura di case, cose, persone e ambiente. Ambiente progressivamente insultato, oltraggiato e derubato, nell’incoscienza di chi mai ha mosso un dito che uno, che non ha visto o ha fatto finta di non vedere, girandosi dall’altra parte. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, ammoniva Bertold Brecht.

L’immagine dei camion dell’esercito nell’uscire da Bergamo, mestamente in fila con le bare nel cassone alla volta di forni crematori, sarà per sempre, indelebilmente impressa in tutti noi, in chi vivrà e nelle generazioni future. Un’immagine che brucerà nella carne per l’annientamento di persone, scomparse in un agguato che le ha soffocate nella solitudine, private nel letto di morte di uno sguardo e di un abbraccio nell’ultimo bacio. D’accordo, non è il momento di processi, né all’attribuzione di responsabilità. Ma non ci si potrà sottrarre a guardare e riguardare, domani e nel tempo un’altra immagine, di una storia patita in terra lombarda, la terra locomotiva in Europa, eccellenza sanitaria nel mondo. Medici di base di quella terra lombarda, da un gabbiotto dai muri imbrattati sono usciti umiliati, con in mano un sacchetto messo a disposizione da un po’ di carità: una bottiglietta di liquido disinfettante e due, tre mascherine, per difendersi dal contagio. Come dimenticare il Sergente della neve di Mario Rigoni Stern? Incontrai il vecchio Mario nella sua casa in Asiago a cento metri dalla dimora di Ermanno Olmi. Mario aveva ancora nel naso quel che aveva scritto nel romanzo autobiografico sulla ritirata dell’Armata italiana in Russia, l’Armir, nell’inverno tra il 1942 e il ’43: “Ho ancora nel naso – ricordò – l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello, il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don”. E in quell’ultimo incontro, Mario mi parlò di una immagine che l’aveva accompagnato quasi ogni giorno, ricordando quella drammatica ritirata, nella steppa. 60.000 uomini, delle divisioni Pasubio, Torino e Celere, mandati al macello pressoché a mani nude. Nella ritirata, la slitta nella steppa innevata procedeva in lentezza con il carico di feriti, le divise stracciate, scalzi, assiderati, con i lamenti sempre più flebili. Quando il lamento non usciva più da una bocca, quel povero ragazzo ormai morto, veniva scaricato nella neve per far posto sulla slitta ad un soldato raccolto in quel calvario verso una disperata e sperata salvezza.

Nessuno sa quanto tempo dovrà passare per soffocare l’ondata virulenta che in particolare sta inondando il nord. Eroi, oggi mandati al fronte della guerra al virus con fionde, nel caso donate da qualcuno, per contrastare bazooka. A piedi scalzi, come furono mandati i ragazzi sulle rive del Don.

La sanità in Lombardia è giustamente considerata un’eccellenza a livello mondiale. Questo è un dato di fatto in riferimento all’ordinaria amministrazione. Da anni, progressivamente, la sanità pubblica del nostro Paese ha tagliato investimenti, ospedali, personale e letti. Appaltando cure mediche e sanitarie a cliniche e ospedali privati. E queste strutture private, pur in molti casi eccellenze acclarate, ovviamente perseguono interessi economici nella logica del profitto. Inserendosi nei segmenti del mercato ritenuti maggiormente redditizi. E stando alla realtà, l’emergenza dovuta agli sconquassi del virus, mette in crisi l’intero sistema.

L’ondata del virus sbancherà senza argini nel sud, dove in gran parte la Sanità fa acqua da tutte le parti? L’angoscia per la guerra nel nord che annienta, soffoca e massacra, si estenderà senza soluzioni di sosta in quelle terre del sud di una bellezza da lasciar senza fiato, stuprata dalla criminalità organizzata.

Meridionali d’Italia che emigrarono al nord con le valigie di cartone, in cerca di lavoro e progresso. È questo di oggi il progresso? Viene in mente il progresso del Verga. Immaginare un mondo migliore rispetto a quello in cui si vive e non ci si accorge che quel mondo considerato il migliore, alla fine rischia di essere il pesce grosso che azzanna il più piccolo. Insomma un po’ tutti noi. Intanto si continua a vivere la giornata. Oggi nessuno pensa al dopoguerra. Alle giornate con il virus messo alle spalle. Usciranno dalle case persone con in testa un mare di macerie. Devastate dalla perdita del lavoro. Intere famiglie alle prese con l’elaborazione del lutto per la perdita di un proprio caro, avvenuta ancor più in uno stato di reciproco isolamento e abbandono. Nei confronti di queste persone lo Stato dovrà mettere a disposizione un pubblico servizio di assistenza psicologica. Per cercare di lenire il dolore, per quel che si può. Intanto l’Europa traballa, la UE rischia l’aborto, quando sarebbe opportuno pensare agli Stati Uniti del Mondo.

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