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Giornalisti in Bosnia, violenza e sfiducia

 

Cresce in Bosnia Erzegovina la sfiducia nel giornalismo e sempre più persone considerano giustificati gli attacchi, anche fisici, ai reporter: per la prima volta il numero di chi non crede ai media supera il numero di chi ancora si fida di giornali e tv

Sta diventando sempre più dura la quotidianità dei giornalisti in Bosnia Erzegovina. L’ultima denuncia è del 27 luglio e riguarda giornalisti e tecnici della RTV Zenica, “da mesi sottoposti a mobbing e limitazione della libertà di espressione e di stampa”. L’allarme è lanciato dall’Associazione dei Giornalisti della Bosnia Erzegovina  (BHN – Bih Novinari) che “condanna con forza” la situazione: “Pressioni quotidiane, censure dei servizi ritenuti troppo critici” e manomissione dei contenuti giornalistici tanto da trasformare un intero programma in “elogio e acritico sostegno politico” agli amministratori locali. Eppure, nonostante non si tratti di un caso isolato, la percezione di massa restituisce un quadro diverso.

L’indice di fiducia nei media, calato dal 77% al 66% in un anno, non è il solo dato a preoccupare nel sondaggio  pubblicato sempre dall’Associazione dei Giornalisti della Bosnia Erzegovina  : il crollo della fiducia nelle ong (dal 72% al 44%) si accompagna ad un aumento di credibilità delle istituzioni al potere, che agli occhi dei cittadini interpellati (il membro più giovane della famiglia, purché maggiorenne), sono affidabili per il 48% (14% in più rispetto al 2018). Anche partiti e uomini politici stanno guadagnando terreno, più che raddoppiando quel 12% che avevano toccato due anni fa.

I meno soddisfatti del lavoro dei media sono i cittadini di una delle due entità costitutive della Bosnia Erzegovina, la Republika Srpska, che in particolare hanno perso fiducia in testate ed emittenti attive nel proprio territorio. La sfiducia sembra andare di pari passo con il livello di libertà percepita, visto che la stragrande maggioranza degli interpellati (quasi il 90% quelli della RS) ritiene che in Bosnia Erzegovina non esista la libertà di stampa, e che semmai ve ne sia, si trovi per lo più nell’altra entità statale.

I dati raccolti ed analizzati dal professor Božo Skoko, docente di pubbliche relazioni e giornalismo a Zagabria, pur confermando il trend nella regione, raccontano di una Bosnia Erzegovina sfiduciata e scettica. Mentre è sempre più alto il numero di chi considera i giornalisti incompetenti, impreparati, politicizzati, ricattabili e influenzabili, sono in calo quelli che considerano inaccettabili le violenze ai danni dei reporter: il dato allarmante riguarda quel quinto di interpellati (21%) per cui gli attacchi ai giornalisti avrebbero una qualche giustificazione.

Ai giornalisti, e alla loro arbitraria scelta dei temi, gli intervistati imputano addirittura l’acuirsi delle tensioni religiose e nazionali tra le due entità statali; i giornalisti sarebbero poco obiettivi soprattutto per motivazioni politiche mentre la scarsa qualità del loro lavoro si potrebbe anche attribuire ai tagli alle risorse nella formazione. Ma la colpa, nonostante le difficoltà, resterebbe dei singoli, ormai latitanti rispetto ai principi etici che ne dovrebbero guidare la professione.

Una visione che stride con la quotidianità nelle redazioni, fatta anche di “minacce, insulti e offese di stampo nazionalista”, come quelle che da tre mesi sta subendo Kristina Ljevak, neo direttrice dell’emittente TVSA  (Televizija Sarajevo), vittima di quella che l’Associazione BHN definisce “una caccia orchestrata, politica e xenofoba”. Nel mirino in realtà per la sua riconosciuta professionalità, la direttrice è oggetto di pressioni politiche che utilizzano la sua appartenenza etnica per sobillare attacchi di matrice etnico-nazionalista.

Certo, anche i cittadini interpellati nel sondaggio attribuiscono qualche responsabilità alla politica, molto presente nella tv di stato, e in molti (68%) riconoscono che una maggiore trasparenza nei finanziamenti aiuterebbe gli utenti a rispettare di più il lavoro dei giornalisti. Ma il crollo della fiducia, specialmente in Republika Srpska, osserva il professor Skoko nell’analizzare i dati, ha avuto anche qualche causa scatenante concreta, come l’opacità e la reticenza seguite all’uccisione di David Dragičević a Banja Luka.

“Il giornalismo deve difendere il proprio onore – conclude il professor Skoko – e dimostrare di essere indipendente da pressioni politiche o di altro tipo, e di esserlo più di quanto appaia nella attuale percezione dei cittadini”. Percezione che ogni giorno, sul campo, per le strade e nelle redazioni, è smentita dalle difficoltà e dalle insidie incontrate dai giornalisti della Bosnia Erzegovina.

Fonte: BalcaniCaucaso

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