Sei qui:  / Articoli / Interni / Udine non concede la festa islamica

Udine non concede la festa islamica

 

Se volete sapere come si fa a compiere un passo indietro di decenni nel cammino verso l’integrazione degli immigrati, e lanciare nel contempo un segnale di indifferenza se non di ostilità nei confronti dei cittadini di altre culture e fedi, dovete leggere quel che è successo quest’estate a Udine.

Con poco meno di centomila residenti, e una dinamica demografica naturale da lungo tempo negativa, il capoluogo friulano ha potuto compensare – proprio come l’Italia nel suo complesso – l’ammanco di nuove coorti autoctone grazie al fenomeno migratorio. Alla stregua di tante altre realtà urbane del nostro Paese, Udine ha attratto nell’arco di un trentennio migliaia di cittadini stranieri di svariate nazionalità, culture e religioni, parte delle quali hanno fatto radici nella città del Tiepolo mettendo su casa e famiglia e svolgendo un ruolo cruciale nel tessuto produttivo.

Il successo nei processi di inserimento lavorativo dei nuovi cittadini non si è accompagnato però ad un parallelo ingresso degli stessi negli ambiti più visibili della società. Pur presenti nelle fabbriche, nelle cooperative, negli esercizi commerciali e negli importantissimi servizi alla persona, gli immigrati sono di fatto assenti nei contesti in cui la popolazione autoctona tende a incontrarsi, aggregarsi, discutere e prendere decisioni per il bene comune. Di fatto, italiani e stranieri vivono come in compartimenti stagni, senza opportunità di connessione e raccordo.

Questa distanza sociale interessa particolarmente la componente musulmana, che a Udine conta circa 5 mila presenze originarie da tutta la mezzaluna islamica: dai vicini Balcani, al Maghreb, all’Africa Occidentale, al Medio Oriente fino alle remote nazioni dell’Asia. I musulmani udinesi dispongono di tre luoghi di culto in diversi punti della città che sono di fatto delle appendici estraneealla vita sociale e culturale della città. Ne potremmo parlare come dei veri e propri ghetti cui non pochi residenti guardano con un misto di timore e sospetto, e da cui ovviamente si tengono alla larga. Non giova in ciò l’influenza di radicati pregiudizi sull’islam e sui musulmani, che fanno sovente capolino nel discorso pubblico e nello sfogatoio dei social network, e nuocciono all’obiettivo di instaurare un clima propizio all’incontro e alla fiducia.

Ben consapevoli di questa situazione, i responsabili dei tre centri islamici hanno cominciato da tempo a promuovere iniziative aperte al più ampio pubblico cittadino con le quali, uscendo dal loro ghetto, hanno palesato la loro volontà di essere riconosciuti come parte integrante del tessuto cittadino e come attori desiderosi di contribuire al benessere e alla sicurezza di tutta la città.

Il culmine di questo slancio avrebbe dovuto essere raggiunto il 18 agosto di quest’anno quando, in corrispondenza della solennità islamica chiamata “Festa del Sacrificio” (Eid Al-Adha), i tre centri islamici hanno deciso di mettere da parte le rispettive differenze, unire le forze e organizzare una Festa nei pressi della sede di uno dei tre centri, quello ubicato in via della Rosta, a pochi passi dalla Stazione Ferroviaria.

L’intenzione dei promotori era di condividere con la città lo spirito di una festa, dotata peraltro di radici abramitiche comuni al cattolicesimo e all’ebraismo, invitando i più alti rappresentanti del Comune di Udine (dal sindaco, alla Giunta, all’intero consiglio comunale), l’Arcivescovo, il rabbino e il presidente della Comunità ebraica di Trieste, i leader delle altre minoranze religiose radicate in città e, soprattutto, i residenti del quartieredove sorge il centro islamico che avrebbe ospitato l’evento.

Particolare importanza è stata posta alla presenza dei residenti di via della Rosta, non solo per compensarli dei disagi legati alla richiesta di occupazione suolo pubblico e chiusura stradapresentata al Comune di Udine, ma soprattutto per far capire loro che la festa aveva tra i suoi scopi primari quello di fornire un’occasione di incontro e conoscenza propedeutico alla costruzione di rapporti di buon vicinato: un’esigenza nutrita da un centro islamico che sorge in un quartiere dove un terzo dei residenti non ha la cittadinanza italiana ed è dunque particolarmente avvertita la necessità di abbattere le barriere tra abitanti di antico e nuovo insediamento.

Sulla base del programma che è stato illustrato via mail al primo cittadino in concomitanza con la trasmissione al Comune della domanda di occupazione suolo pubblico e chiusura strada, i festeggiamenti si sarebbero sviluppati in tre distinti momenti.

Ci sarebbe stata anzitutto, con inizio alle ore 18:00, una tavola rotonda in cui il sindaco, l’Arcivescovo, il rabbino (o il presidente della comunità ebraica), un rappresentante dei tre centri islamici equelli delle altre comunità religiose erano invitati a formulare un intervento sul tema “Udine multireligiosa: il contributo delle comunità religiose alla costruzione di un modello virtuoso di convivenza”.

Al termine della tavola rotonda, i presenti sarebbero stati accompagnati a visitare la sede del centro islamico di via della Rosta sorseggiando, come da tradizione araba, un the alla menta offerto dai fedeli.

Alle ore 20, infine, gli invitati si sarebbero accomodati nei trenta tavoli che sarebbero stati collocati sul selciato di via della Rosta per degustare una cena multiculturale offerta dai tre centri islamici, con congedo previsto intorno alle 22:30. A quel punto, i volontari si sarebbero adoperati per sgomberare la strada e ripulirla a fondo, riconsegnandola alla città entro le ore 3:00.

Ho usato sin qui il condizionale perché, al mattino del 30 luglio, la Giunta udinese ha pensato di cancellare il sogno dei musulmani udinesi bocciando la richiesta di occupazione suolo pubblico e chiusura strada.

“Riteniamo tale richiesta” – ha spiegato il sindaco leghista Pietro Fontanini alla conferenza stampa post-giunta – “non accoglibilesoprattutto per ragioni di sicurezza, vista la vicinanza con il cantiere di via Aquileia. Senza contare che in via della Rosta ci sono molte unità residenziali, e organizzare una cena all’aperto dalle 20 di domenica 18 agosto alle 3 del mattino seguente, non ci pare opportuno: potrebbe arrecare disturbo alla quiete pubblica. Non è il luogo adatto, se vogliono ritrovarsi propongano un altro spazio” (dal “Messaggero Veneto”, 31 luglio 2019).

Scattata inesorabilmente la polemica, alimentata anche dai consiglieri comunali di opposizione che hanno contestato a Fontanini anche la mancata messa a disposizione di una location alternativa per la festa, il sindaco ha replicato commentando: “Devono essere loro a proporre un luogo diverso, poi spetterà al Comune esprimersi al riguardo. Devono comportarsi come fanno tutti i cittadini o perché sono islamici pensano di poter fare tutto quello che vogliono?” (“Messaggero Veneto”, 1 agosto).

Mentre il giornale pubblicava queste sue ultime dichiarazioni, Fontanini su Facebook chiariva la sua personale concezione del dialogo con i musulmani postando un articolo di un quotidianolocale che riferiva del caso di una ragazza marocchina che era stata rinchiusa in casa per impedirle di andare in vacanza, aggiungendo il seguente commento: “INTEGRARSI SIGNIFICA RISPETTARE E CONDIVIDERE LA NOSTRA CIVILTÀ, a partire dal rispetto delle libertà individuali. Episodi, come quello qui sotto riportati, sono fatti molto gravi e dovrebbero essere condannati dalle associazioni islamiche”.

Questi, dunque, i fatti. A cui il sottoscritto, che della festa bocciata dal sindaco è stato uno dei promotori, è costretto ad aggiungere delle note a margine indispensabili per capire cosa davvero sia successo a Udine.

È successo che il sindaco Fontanini non solo non ha voluto o saputo cogliere la natura, il senso e la portata di un’iniziativa organizzata con intenti costruttivi e lodevoli, ma ha anche umiliato gli organizzatori classificando falsamente la loro morigerata festa– e motivando conseguentemente il proprio diniego – come un baccanale destinato a durare sino alle loro piccole nell’assoluta indifferenza del riposo dei residenti.

È successo che il sindaco Fontanini, aggrappandosi a tali pretesti, ha negato alle comunità islamiche quel che è stato concesso in altre occasioni ad altri soggetti, ossia organizzare una festa in uno spazio pubblico, con il risultato di veicolare il nefasto messaggio che i musulmani certe libertà possono scordarsele.

È successo infine che il sindaco, dinanzi alle proprie perplessità, non si è degnato di chiedere in via preliminare chiarimenti agli organizzatori – sollecitando ulteriori informazioni, o modifiche al programma, o al limite l’individuazione di un’altra location – preferendo bocciare tout court la loro richiesta e decretando di fatto la morte del loro progetto visto che, in tempi così ristretti, non era materialmente possibile mettere in campo piani alternativi.

Alla luce di tutto questo, il sospetto è che, dietro il no del sindaco, ci sia semplicemente la volontà di allinearsi al proprio leader politico di riferimento, il Segretario della Lega Matteo Salvini, che l’anno scorso fulminò via social la Festa del Sacrificioscrivendo: “Oggi in tutta Italia i fedeli musulmani hanno celebrato la festa del sacrificio, che prevede il sacrificio di un animale, sgozzandolo. A Napoli questo capretto è stato salvato all’ultimo ma nel resto del Paese centinaia di migliaia di bestie sono state macellate senza pietà. Vi faccio una domanda: è normale secondo voi far soffrire così gli animali? Per me no…” (Facebook, bacheca Matteo Salvini).

Ma l’aspetto più grave della vicenda è il rifiuto del sindaco, manifestato platealmente con la mancata risposta all’invito trasmessogli dagli organizzatori, di confrontarsi con loro in una tavola rotonda nata sotto il segno del dialogo tra istituzioni, comunità e cittadini. Un gesto col quale, di fatto, si è rifiutato di concedere ai musulmani lo status di interlocutori. Cosa che è stata ovviamente recepita dagli stessi che, sbigottiti e amareggiati, hanno accusato il colpo rinunciando al loro progetto.

Oltre a domandarsi se mai vi sarà un’altra occasione in cui a Udine il sindaco, i musulmani, i cattolici, gli ebrei e le altre minoranze religiose potranno sedersi allo stesso tavolo per parlare di come superare antiche diffidenze e costruire un cammino civiledi convivenza, chi scrive si chiede se il sindaco Fontanini si sia reso conto di quale opportunità sia stata perduta dalla città di Udine.

E se si sia reso conto che lo schiaffo che ha rifilato a tre comunità che gli stavano tendendo la mano è un vero e proprio delitto per una città che, con 15 mila stranieri residenti di tutte le etnie, culture e religioni, ha il dovere di essere tollerante ed inclusiva a partire dai suoi vertici istituzionali.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE