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La questione migranti non può risolversi in mare, lì bisogna solo salvare vite. “Immigrazione. Cambiare tutto” di Stefano Allievi (Laterza, 2018)

 

Con il saggio Immigrazione. Cambiare tutto Stefano Allievi decide di andare ancora più a fondo nella questione immigrazione, molto più di quanto aveva fatto nel testo Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione, scritto a quattro mani con Gianpiero Dalla Zuanna ed edito sempre da Editori Laterza.

In questa nuova pubblicazione Allievi non percorre solamente la linea del tempo, narrando del passato e del presente, ma estende la sua analisi anche a quella dello spazio. Uno sguardo che parte dal locale per arrivare al globale. E viceversa. Con piglio molto più critico, deciso e, per certi versi, incisivo.

Per Allievi, l’immigrazione è un fenomeno di dimensioni sempre più ampie, sempre più diffuso, sempre più frequente.  Il quale, per essere compreso e “governato”, presuppone, come tutti i fenomeni complessi,  uno sforzo di analisi e riflessione altrettanto complesso. Un fenomeno che va affrontato nelle sue grandi linee, ma anche nei suoi snodi più problematici. Ed è esattamente quello che ha tentato di fare Allievi in Immigrazione. Cambiare tutto.

Un libro la cui stesura è stata preceduta da una minuziosa ricerca, raccolta e analisi dei dati da fonti originali. Da interviste e confronti con addetti ai lavori, operatori nel campo dell’accoglienza ma, soprattutto, in quello dell’integrazione sul territorio, aspetto su cui ritorna più volte Allievi nel libro. Il tutto ha portato l’autore a elaborare delle ipotesi e portare avanti delle tesi, a definire le problematiche e suggerire possibili soluzioni . Giungendo anche a estremizzare volutamente degli aspetti del fenomeno proprio al fine di evidenziare la necessità del cambiamento.

Sottolinea l’autore quanto l’immigrazione non sia un mero fenomeno che può essere letto con la logica dello schieramento ideologico, ipotizzando anche di ricevere critiche da coloro i quali invece hanno mostrato apprezzamenti al suo precedente lavoro. Critiche dovute, con ogni probabilità, alle obiezioni addotte da Allievi alle politiche sulle migrazioni poste in essere dai governi italiani, non solo quello attuale ma anche i precedenti, e quelle ancor meno risolutive dell’Unione europea. Tutto quello che non vi hanno detto sull’immigrazione parlava della normalità dell’immigrazione in quanto tale, delle sue implicazioni, delle sue dinamiche, anche spiacevoli,  ma afferenti comunque a un fenomeno strutturale della società dell’uomo. In Immigrazione. Cambiare tutto invece l’autore si concentra sull’analisi dell’eccezionalità di alcuni aspetti del fenomeno, nella speranza che non restino tali a lungo.

Il dibattito pubblico e politico si concentra sovente sull’analisi delle conseguenze dei processi migratori ignorando del tutto o quasi quelle che ne sono le cause e che andrebbero invece analizzate molto più a fondo. Le conseguenze ci interessano perché ci toccano da vicino, concretizzandosi in arrivi e sbarchi poco graditi a parti significative della pubblica opinione. Ma anche le cause, sottolinea Allievi, ci riguardano, anche quando non ce ne accorgiamo.

Per ragionare su quest’ultime, ci si può anche limitare a citare, in ordine sparso, alcune parole:

  • Guerre (e, a monte, la vendita degli armamenti con cui si fanno).
  • Crescita demografica non accompagnata da crescita economica.
  • Persecuzioni mirate (per motivi etnici, religiosi, razziali, politici).
  • Calamità naturali.

Dopo aver descritto nel dettaglio tutti i maggiori fattori di spinta (guerre, fame, sfruttamento, dittature, ingiustizie, disuguaglianze, persecuzioni), i push factor che sono anche la causa di spinta appunto alle migrazioni, Allievi passa in rassegna quelli che sono invece i pull factor, i fattori di attrazione, che spingono i migranti verso determinati paesi e non altri. Il differenziale economico e salariale è indubbiamente fra questi, ma lo è anche la costruzione dell’immaginario sugli altri paesi, che ha tante possibili ragioni, «reali nei loro fondamenti, anche se talvolta immaginarie nella loro estensione».

In questo, l’Europa dovrebbe prendere atto e coscienza di essere diventata «l’America dell’Africa (e di altre aree del mondo)», o per lo meno «un’America più vicina e meno irraggiungibile dell’altra, ancora la più ambita».

La letteratura sulle migrazioni, e anche «la sua vulgata giornalistica e popolare», tende a porre l’enfasi sui fattori di espulsione, mentre questi andrebbero sempre relazionati a quelli di attrazione.

Ad ogni modo, gli arrivi di migranti non compensano il calo demografico in atto in Italia, Europa e nell’intero Occidente. I problemi sono altri, sono culturali certo ma riguardano soprattutto le modalità di arrivo, e la filiera di irregolarità che implica. Dietro a viaggi e sbarchi ci sono mafie che si arricchiscono, violenze inenarrabili, il tutto per un giro di affari di dimensioni mostruose che a sua volta fa da volano ad altri investimenti illegali. In più i richiedenti asilo costituiscono un costo, almeno nel periodo in cui sono sotto esame e quindi a carico dei rispettivi sistemi di protezione, mentre il migrante economico, per così dire, si arrangia in proprio.

Andare ad aiutare qualcuno lontano dà il senso di essere implicati attivamente in «un’eroica epopea del bene», mentre subire arrivi organizzati da altri in casa propria implementa un «terribile senso di impotenza e di passività senza difese». Si genera un profondo senso di inquietudine che diviene terreno fertile per estremismi e nazionalismi, al punto da paragonare gli arrivi dei migranti a un vero e proprio esodo di massa, l’invasione dei nostri paesi di cui tanto si narra nella “vulgata giornalistica e popolare” descritta da Allievi. E così l’imperativo categorico diviene “fermare gli sbarchi” e farlo a ogni costo.

Ma per l’autore la questione non può assolutamente essere risolta in mare, dove è necessario salvare le vite e non c’è alternativa a questo, a meno di non volersi assumere scientemente il ruolo dello spettatore che si trasforma in boia. Va risolto «altrove» e riguarda tutti. La sola vera via, quella indicata da Allievi nel testo, è concordare politiche complessive, a livello europeo, che tocchino i vari nodi della questione: dall’aiutarli a casa loro, al concertare politiche europee comuni, aprendo canali di ingresso legale, che bypassino tutto questo e riescano a rendere irrilevante all’origine – o almeno fortemente ridimensionata e minoritaria – la necessità di partire illegalmente via mare, e quindi i salvataggi.

I corridoi umanitari evitano il traffico illegale di manodopera, organizzando un traffico legale collaborativo, organizzato, rivolto nello specifico ai richiedenti asilo veri. Così facendo si riesce a far entrare chi ne ha diritto, distinguendo a monte tra richiedenti asilo o titolati della protezione umanitaria e migranti economici, in situazione di sicurezza, senza arricchire la criminalità organizzata.

Allievi sottolinea che sono tre i mutamenti fondamentali – che hanno a che fare con le migrazioni – che stanno cambiando non solo il paesaggio migratorio, ma la struttura stessa delle nostre società. E li sintetizza con tre parole chiave:

  • Mobilità.
  • Pluralità.
  • Mixité (da intendersi come “mischiamento”, significa che trovandosi in mezzo agli altri si cambia, più o meno inevitabilmente, tutti).

Sta avvenendo un mutamento di proporzioni tali che richiede un cambiamento di paradigma interpretativo radicale. Bisogna spostarsi dal locale al globale, se si vuole capire cosa succede (sul piano analitico), anche se poi al locale si ritorna, quando si cercano le soluzioni ai problemi concreti (sul piano pratico). Il problema, per Allievi, è appunto imparare a connettere le due dimensioni, locale e globale. E la sensazione è che, al momento, il livello di consapevolezza di questa necessità sia ancora drammaticamente basso.

Se l’Unione Europea non vuole fare un gigantesco passo indietro rispetto alla sua storia recente, e ritornare a essere solo una zona di libero scambio, una unione commerciale su pochi prodotti, deve essere capace di assumere questo problema come problema/soluzione collettiva. Attivare una “Agenzia europea della mobilità e delle migrazioni”, dotata delle risorse e dei poteri necessari. Prevedere una forma di programmazione degli ingressi europea e non delegata e limitata ai singoli stati. «Un permesso di soggiorno europeo», e la possibilità di circolazione per immigrati e richiedenti asilo, attraverso «una modifica agli insensati regolamenti di Dublino» che nazionalizzano un problema che è invece comunitario, irrigidendolo e rendendone più complicata, e irrazionale, e costosa, la gestione.

Una sorta di Piano Marshall per l’Africa sarebbe necessario, purché venga posto in essere con criterio, in tempi relativamente brevi o, in ogni caso, congrui alla sua poi effettiva efficacia. Ma andrebbe comunque accompagnato da «una contro-narrazione», da un’operazione verità, sulla realtà delle condizioni economiche dell’Europa e delle drammatiche condizioni del viaggio della speranza, via terra e via mare.

Una campagna verità andrebbe fatta anche in Italia e in Europa. Una recente indagine dell’Ipsos rivela come gli italiani siano convinti che gli immigrati rappresentino il 26% della popolazione residente in Italia, e di questi, i musulmani siano il 20%. Le cifre reali invece dicono che gli immigrati sono circa il 10% (stimando e comprendendo anche gli irregolari) e i musulmani il 3.5% circa.

L’immigrazione c’è sempre stata, c’è e ci sarà, è inevitabile che ci sia. Non è dunque un problema di «se», ma di «quanto» e di «come».

Allievi ritorna così a descrivere il fenomeno delle migrazioni come un dato strutturale da sempre esistito, teoria che ha rappresentato il filo conduttore del precedente libro scritto con Dalla Zuanna. Inutile quindi continuare a trattarlo come un’urgenza o un’emergenza. Come inefficaci continueranno a essere le politiche “nazionaliste” adottate dai vari stati dell’Unione europea. Realmente valevoli saranno quelle prese in comunione e che tengano conto di tutti gli elementi indicati dallo stesso autore, ovvero dei push e dei pull factor, quindi delle cause come delle conseguenze, dei risvolti locali ma anche di quelli globali. Gli accordi tra l’UE e la Turchia, per esempio, hanno avuto come diretta conseguenza la diminuzione dei flussi migratori lungo la rotta balcanica e, come conseguenza indiretta, l’aumento su quella mediterranea, ovvero in Italia. Bloccare quest’ultima rotta senza un piano locale-globale ben strutturato non farebbe altro che spostare verso nuove rotte gli sbarchi o gli arrivi, di certo non servirebbe a fermarli o diminuirli.

I costi di accoglienza e di integrazione dei migranti ricadono inevitabilmente sul paese di arrivo ed è per questo che i principali soggetti in causa, ovvero Italia e Grecia, chiedono sempre maggiori finanziamenti all’Unione europea in virtù del principio in base al quale facendosi carico di queste operazioni assolvono in realtà funzioni comuni che, come tali, andrebbero considerate. In breve, a pagare dovrebbe essere l’UE. Tutto ciò però non ha solo dei risvolti economici, ci sono aspetti sociali e culturali ancora troppo sottovalutati.

Allievi espone il concetto in maniera molto chiara, decisa e concisa. Stiamo importando lavoratori unskilled neoimmigrati e ne esportiamo di skilled e molto ben formati, per quel che riguarda gli italiani che emigrano. Gli immigrati che arrivano non conoscono lingua e cultura italiane, nelle loro intenzioni in genere non vi è neanche il desiderio di rimanere nel nostro paese. La maggior parte delle risorse investite per la loro formazione e accoglienza si allontana insieme a loro quando lasciano l’Italia, non appena ne hanno l’occasione. La loro destinazione prescelta fin dal principio sono i paesi del Nord Europa.

Tutto questo non rischia seriamente di aumentare ulteriormente il divario già esistente tra i vari paesi dell’Unione europea? Non sarebbe quindi più opportuno pensare o ripensare a una equa redistribuzione di migranti e immigrati?

Anche per questo, chiosa Allievi, bisogna concordare a livello europeo, globale, politiche capaci di affrontare il fenomeno delle migrazioni non come un’emergenza o un problema dei paesi frontalieri, ma come un fenomeno strutturale che abbraccia, inevitabilmente, locale e globale, cause e conseguenze, politica e cultura.

Immigrazione. Cambiare tutto di Stefano Allievi è un testo molto più critico, rispetto alle precedenti pubblicazioni dell’autore. Un rigore maggiore nell’esposizione del narrato che riflette l’inasprimento generale dei toni in merito a questo fenomeno, oppure ne è conseguenza diretta o indiretta. Per certo, egli afferma più volte la necessità di invertire la rotta, soprattutto per le politiche nazionali e comunitarie. Cambiare tutto e farlo in maniera decisa, senza slogan o false promesse da parte sopratutto dei politici italiani che tentano e hanno tentato anche in passato di trasformare il fenomeno complesso dell’immigrazione in linfa nazionalista per le campagne elettorali.

Il saggio di Allievi è un libro molto ben strutturato, scritto con un linguaggio deciso, incisivo ma chiaro e accessibile a tutti. Un’analisi, quella dell’autore, che aiuta il lettore a meglio comprendere alcune dinamiche interne ed esterne al fenomeno migratorio, alle sue cause come anche alle conseguenze. Una lettura che si rivela, fin dalle prime pagine, per certo interessante.

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