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Roxy bar. Sette anni di carcere ad Antonio Casamonica con l’aggravante mafiosa

 

Una mattina ci siamo svegliati e abbiamo saputo che in un bar della sperduta periferia di Roma una giovane donna disabile era stata aggredita dall’esponente del più temuto, granitico e feroce clan che domina Roma, quello dei Casamonica. E il motivo dell’aggressione era di elevata caratura criminale: la ragazza aveva difeso il barista e la moglie, i quali si erano rifiutati di rispettare la regola ferrea per cui quando entra un Casamonica bisogna servirlo per primo, in segno di “rispetto” . E’ questo l’antefatto, anzi il fatto specifico che ha portato alla condanna di Antonio Casamonica a sette anni di carcere e tre anni di libertà vigilata per i reati di violenza privata e lesioni aggravate dal metodo mafioso. E’ stato inoltre stabilito un risarcimento di 200mila euro. I fatti risalgono al primo aprile dello scorso anno e il risultato cui si è giunti adesso è frutto del coraggio avuto dai coniugi Roman, due giovani rumeni titolari del locale, che hanno denunciato l’accaduto. Prima di loro nessuno da quelle parti ci era riuscito. Per lo stesso episodio erano stati già condannati con rito abbreviato Alfredo e Cristian Di Silvio (tre anni inflitti al primo, due al secondo): tutti e due avevano cercato di far ritirare la denuncia minacciando sia la barista, Roxana, che la cliente disabile.
La notizia della brutale aggressione fu pubblicata in anteprima da La Repubblica con un pezzo di Floriana Bulfon che da allora non ha mai smesso di seguire questa storia e di raccontare il quartiere della Romanina,  rifugio dorato del clan, un dedalo di strade e palazzotti cresciuti alla rinfusa in mezzo ai quali ci sono le ville ostentatamente kitsch di una famiglia potentissima negli ambienti criminali, praticamente indisturbata fino ad aprile scorso. Ma la ribellione dei coniugi Roman ha cambiato molto dell’assetto che vigeva da quelle parti; subito dopo la denuncia e gli arresti il bar è diventato meta di una specie di “pellegrinaggio” di donne e uomini, famosi e no, potenti e no, che andavano lì a portare solidarietà e luce in un luogo che aveva vissuto troppo tempo al buio. Articolo 21, con Cnog, Federazione della stampa, No bavaglio, Libera, Cgil hanno chiesto, con una manifestazione che si è svolta nel quartiere, di tenere accesi i riflettori su quella violenta periferia della capitale e per molte settimane il bar è stato sede di incontri culturali, dibattiti, confronti per non lasciare soli i baristi e gli altri cittadini. Ancora Articolo 21 aveva lanciato la proposta di concedere la cittadinanza italiana ai Roman perché il loro gesto aveva regalato libertà ad un pezzo di Paese. Poi, a dicembre, la sorpresa: Roxana Roman è stata nominata Cavaliere al merito della Repubblica Italiana.
“Con la condanna di Antonio Casamonica, possiamo dire che il cerchio si chiude e che oggi c’è una Roma un po’ più sicura dove chi pensa di poter fare il bello ed il cattivo tempo di regole e diritti viene punito “, ha detto dopo la lettura del dispositivo Luigi Ciatti, presidente di Ambulatorio Antiusura ONLUS che dal 1997 assiste cittadini vittime di sovraindebitamento, usura e criminalità finanziaria.

Una storia a lieto fine dunque, eppure quello che è successo quando il Presidente del Tribunale ha letto la sentenza ci dice che è solo una tappa nella battaglia contro la criminalità organizzata che domina alcuni quartieri della capitale. “Vergogna!. La Giustizia fa schifo, speriamo che accada ai vostri figli”, sono state le parole pronunciate dalla sorella di Antonio Casamonica all’indirizzo del pm Giovanni Musarò che era stato molto puntuale nella ricostruzione dei fatti e duro nella richiesta di condanna con l’aggravante del metodo mafioso. Questa vicenda ha avuto tanti spigoli, incrinature e arrivare alla condanna non è stato affatto semplice: i due baristi e la teste sono stati minacciati e hanno vissuto in questi  mesi a due passi dal clan; i cronisti che sono tornati sul posto a documentare l’atmosfera e gli affari della famiglia sono stati minacciati, insultati, inseguiti addirittura fisicamente. Per questo a commento del verdetto i vertici della Federazione della Stampa invitano a non abbassare la guardia, mai. “Ci dispiace dover ricordare – hanno scritto in una nota il Presidente Giuseppe Giulietti e il segretario Raffaele Lo Russo –  che proprio per raccontare queste storie molti cronisti hanno ricevuto minacce, insulti e querele temerarie. E anche nella giornata della sentenza insulti e minacce sono risuonati persino in Tribunale. Oggi più che mai è necessario dare forza e voce ai giornalisti impegnati in quei territori”.

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