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Paolo Borsellino, 26 anni dopo. Con ancora una montagna di verità da ricercare

 

Il 19 luglio, come ogni anno, è una giornata di riflessione su cosa è diventato il nostro Paese in una guerra sempre in atto alle mafie. “Purtroppo c’e’ sempre, ed e’ estremamente diffusa, la voglia di convivenza con il fenomeno mafioso; pero’, con riferimento specialmente alle giovani generazioni che sono quelle che hanno meglio recepito questo messaggio indirettamente culturale delle indagini e dei processi, la situazione sotto questo profilo e’ migliorata. Quindi ritengo che sia indispensabile che vi sia un dibattito culturale e il massimo di informazione possibile sui problemi inerenti le indagini sulla criminalita’ mafiosa”.

Sembrano parole di oggi quelle pronunciate da Paolo Borsellino il 31 luglio del 1988, davanti al Csm.

Borsellino è un esempio, raro, di lavoro di squadra, di amicizia leale con i suoi “compagni” di lavoro. Ha difeso strenuamente Falcone in vita e ha cercato in ogni modo di trovarne i colpevoli di quella orrende strage, subito dopo il 23 maggio.

È quel giorno, infatti, che è iniziata la sua agonia. Eppure da allora tanti i suoi appelli rimasti inascoltati, da quel “Giuda” che tradì Falcone pronunziato nel suo ultimo discorso, alle falle nella sua sicurezza che lo portarono a saltare in aria con un’autobomba posta proprio davanti a casa della madre, quel maledetto 19 luglio del 1992. E poi quell’agenda rossa scomparsa, quell’audizione richiesta a Caltanissetta e mai ottenuta, fino alle coperture di infedeli dello Stato che hanno tramato per permettere a menti molto meno fini, solo mafiose, di ucciderlo.

Ed è quella verità e quella Giustizia la strada da ricercare, in ogni modo, anche se troppo in ritardo.

Quella Giustizia e quella verità che meritano gli agenti di scorta morti il 19 luglio con il Giudice Paolo Borsellino: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

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