Giornalismo sotto attacco in Italia

“Forse dovremmo rivolgerci ai banditi calabresi e farti sequestrare…”. A Cassino minacce alla giornalista Paola Polidoro

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Quando il giornalista diventa un bersaglio: il caso Paola Polidoro e la solitudine dell’informazione locale

La libertà di stampa non viene messa in discussione soltanto dalle grandi minacce, dalle intimidazioni della criminalità organizzata o dalle pressioni esercitate dai poteri forti. A volte viene erosa lentamente, giorno dopo giorno, attraverso il dileggio pubblico, l’odio social, la delegittimazione personale e la costruzione di un clima nel quale il giornalista non viene più considerato un presidio democratico, ma un bersaglio da colpire.

Per questo quanto accaduto alla giornalista Paola Polidoro merita una riflessione che va ben oltre i confini della cronaca locale e riguarda tutti coloro che hanno a cuore il diritto dei cittadini a essere informati.

La collega è stata destinataria di pesanti minacce sui social network, culminate in un messaggio inquietante e gravissimo: «Come dobbiamo fare per aprire il telefono e non sentirti più sparare? Forse dovremmo rivolgerci ai banditi calabresi e farti sequestrare e mettere un nastro isolante sulla bocca?».

Parole che evocano violenza, sequestro e la volontà di mettere a tacere una giornalista. Parole che non possono essere archiviate come semplici sfoghi da tastiera o come espressioni di dissenso politico. La critica, anche aspra, è legittima. L’intimidazione no. La contestazione è un diritto. La minaccia rappresenta invece un attacco ai principi fondamentali della convivenza democratica.

A rendere ancora più amaro il quadro è stato quanto avvenuto durante una conferenza stampa del sindaco di Cassino, Enzo Salera. Davanti ad altri presenti, la collega sarebbe stata apostrofata con la frase in dialetto: «Ch’essa adda decide che vo fa! Se vo fa la giornalista o la politica», seguita da risate collettive.

Al di là delle intenzioni e delle possibili ricostruzioni dell’episodio, resta una questione che non può essere sottovalutata. Le istituzioni hanno il dovere di garantire un confronto rispettoso con l’informazione. Un amministratore pubblico può non condividere il lavoro di un giornalista, può contestarne le ricostruzioni, può replicare alle domande e alle critiche. Ciò che non dovrebbe mai accadere è che una conferenza stampa si trasformi in un’occasione di pubblica mortificazione di una professionista.

Le parole pubblicate dalla stessa Paola Polidoro sui propri canali social restituiscono il senso di una stanchezza che molti cronisti locali conoscono bene. Non soltanto gli insulti, ma anche gli attacchi personali, le allusioni, i giudizi sull’aspetto fisico, le aggressioni verbali rivolte perfino ai familiari e ai figli. Una deriva che produce conseguenze profonde e che spesso viene colpevolmente minimizzata.

La decisione annunciata da Polidoro di rivolgersi alle forze dell’ordine per denunciare le minacce ricevute rappresenta una scelta di responsabilità e di fiducia nelle istituzioni. Perché quando il dissenso supera il confine della legittima critica e sconfina nell’intimidazione, la risposta non può che essere quella prevista dallo Stato di diritto.

Ma il caso Polidoro offre anche l’occasione per una riflessione più ampia sul giornalismo contemporaneo e, in particolare, sulle difficoltà che caratterizzano il lavoro dell’informazione locale.

Negli ultimi anni si è progressivamente affermata una visione distorta del ruolo del giornalista. Sempre più spesso il cronista viene percepito come un alleato o un avversario politico, come un sostenitore o un detrattore di questa o quella amministrazione. Si tratta di una lettura semplicistica che finisce per svilire la funzione stessa dell’informazione.

A questo contribuisce anche un fenomeno sempre più diffuso. Redazioni e giornalisti ricevono quotidianamente comunicati stampa provenienti da esponenti politici, movimenti, partiti o uffici stampa istituzionali nei quali, accanto alle informazioni, trovano spazio attacchi personali, accuse non dimostrate, espressioni offensive e contenuti potenzialmente lesivi della reputazione di terzi.

Quando questi testi non vengono pubblicati integralmente o vengono rielaborati per eliminare passaggi offensivi, il giornalista viene spesso accusato di censura, faziosità o schieramento politico. Nulla di più lontano dalla realtà.

La verità è che il giornalista ha precisi doveri professionali e deontologici. Non può trasformarsi nel megafono di chiunque gli invii un comunicato. Non può pubblicare accuse senza verificarle. Non può diffondere contenuti offensivi o potenzialmente diffamatori soltanto perché provenienti da una fonte politica. Non può diventare il veicolo inconsapevole di comportamenti che potrebbero integrare violazioni della legge.

È proprio in questi casi che emerge la differenza tra propaganda e informazione. La propaganda cerca consenso e spesso utilizza il linguaggio dello scontro permanente. Il giornalismo, invece, dovrebbe continuare a cercare fatti, verifiche, equilibrio e responsabilità.

Purtroppo, nell’epoca dei social network e della polarizzazione permanente, questa distinzione appare sempre più sfumata agli occhi dell’opinione pubblica. Così accade che un giornalista venga accusato di essere “contro” qualcuno semplicemente perché decide di non pubblicare un comunicato pieno di insulti o di verificare un’affermazione prima di renderla pubblica.

Ecco perché è necessario ribadire con forza un principio fondamentale: esistono regole professionali che non rappresentano un limite alla libertà di informazione, ma la sua garanzia più importante. Il rispetto della verità sostanziale dei fatti, la tutela della dignità delle persone, la verifica delle fonti e la responsabilità nella diffusione delle notizie non sono ostacoli al giornalismo. Sono il giornalismo.

Questo significa anche riconoscere che esistono modi diversi di interpretare la professione. Esistono giornalisti che continuano a considerare la deontologia un valore irrinunciabile e altri che, talvolta, sembrano piegare il proprio ruolo alle logiche della tifoseria o della contrapposizione permanente. Ma proprio questa distinzione rende ancora più importante difendere chi sceglie di rispettare le regole, anche quando ciò comporta incomprensioni, attacchi o isolamento.

La solidarietà a Paola Polidoro, dunque, non può esaurirsi in un gesto formale di vicinanza. Deve diventare l’occasione per riaffermare il valore dell’articolo 21 della Costituzione e il diritto-dovere di un’informazione libera, indipendente e rispettosa delle regole democratiche.

Perché un giornalista può essere criticato, contestato e persino smentito. Ma non può essere intimidito, minacciato o deriso per aver svolto il proprio lavoro.

Difendere questo principio significa difendere non soltanto una collega, ma il diritto di tutti i cittadini a ricevere un’informazione corretta, pluralista e libera da ogni forma di pressione, paura o sopraffazione.

(Nella foto il commento minatorio sul profilo della giornalista Paola Polidoro)


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