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Cronaca e minori: la Carta di Treviso resta irrinunciabile nell’era dell’informazione 4.0

 

La Carta di Treviso è stata e rimane uno spartiacque fondamentale per diffondere quella cultura dell’infanzia che sola può garantire la tutela dei minori fra diritto di cronaca e diritto alla riservatezza, sullo sfondo del principio irrinunciabile della difesa della dignità umana. Ma a distanza di quasi trent’anni dal varo, questo codice deontologico, voluto in primis dagli stessi giornalisti (Ordine e Fnsi) e valorizzato in seguito dal prezioso contributo di Telefono Azzurro, che valore assume o può assumere nell’era dell’informazione 4. 0? E soprattutto che funzione svolge nell’ambito di una coesione sociale che tale può dirsi solo se basata sul rispetto di regole condivise e in grado di interpretare bisogni e aspirazioni?

Serviva, eccome, il convegno organizzato dalla prefetta di Treviso, Laura Lega, che nella Sala dei Trecento a Palazzo dei Signori – la stessa che ha visto nascere nel 1990 la Carta di Treviso –  è riuscita a radunare un parterre di relatori qualificati e disposti al confronto su un argomento tanto complesso e stimolante.

“La coesione sociale – ha introdotto Lega – è la condizione necessaria per lo sviluppo di un Paese, particolarmente nei territori, al fine di eliminare le marginalità e generare sicurezza. E’ un processo importante che chiama in causa istituzioni, operatori sociali, economici, professionisti. Occorre creare un sistema. E sul tema minori e media urge rafforzare le tutele, aggiornarle. La tecnologia digitale ha modificato tutto, ma non dobbiamo demonizzare il web, strumento fantastico di informazione globale. Il sistema che privilegia il profilo sanzionatorio ha ancora senso? O non sarebbe meglio farlo viaggiare verso la formazione? Servono sinergie a livello locale e nazionale: una “macchina da guerra” per un’azione decisa, forte, capillare di formazione che dia la “patente”  per navigare ai nostri figli, al pari di quella richiesta per guidare l’auto”.

Moderatore Giovanni De Luca, direttore delle sede Rai del Veneto, si sono susseguiti gli interventi di Filomena Alfano, presidente dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza,

Carlo Verna, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Giovanna Bianca Clerici, componente del Garante per la protezione dei dati personali, Maria Teresa Rossi, presidente del Tribunale per i minorenni di Venezia, Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, Roberto Sgalla, direttore centrale specialità della Polizia di Stato, Gualtiero Mazzi, presidente del Corecom Veneto e Paolo Butturini della giunta della Federazione nazionale della stampa italiana.

Alfano ha sottolineato l’aspetto rivoluzionario della Carta di Treviso “perché in linea con Convenzione di New York, considerando i bambini persone, i cui diritti prescindono anche dal consenso dei genitori”. E precisando come e quanto il primo garante della Carta sia il giornalista nell’esercizio della sua professione, professione che innegabilmente riveste anche una funzione sociale da svolgere alla luce del “principio cosmico del bilanciamento degli interessi”.

Tutto però si complica nel web e il concetto stesso di informazione sta subendo una mutazione quasi genetica, così come i minori degli anni Novanta non sono quelli di oggi, nativi digitali, fruitori e anche produttori nel mondo digitale. Caffo ha ben presente tale contesto e ha spiegato come Telefono Azzurro si sia dovuto adeguare per assolvere al meglio alla missione dell’associazione: “La Carta di Treviso è un percorso, non è un traguardo, e il fatto che siamo qui oggi lo dimostra, dimostra la sensibilità della dottoressa Lega e della città. La sfida adesso è tutelare la dignità del bambino nella Rete, costruire alleanze con tutte le grandi piattaforme che si stanno rendendo conto dell’importanza di questo aspetto, costruire un sapere nuovo, che vada al di là della professione giornalistica”.

E Verna non a caso ha puntato “sulla necessità di pensare che l’educazione all’informazione diventi materia curriculare nelle scuole”. E se il giornalista non ha più l’esclusiva dell’azione informativa, deve avere un ruolo guida riconosciuto, un comportamento esemplare con stella polare il rispetto della persona, minore o adulta. “Noi siamo quelli delle regole – ha continuato – facciamole bene e poi vediamo di applicarle, dobbiamo avere una voce unica, essere avanguardia, contribuire al senso di comunità del quale specie di questi tempi si ha bisogno. E si badi bene, non c’è norma senza sanzione”.

Bianchi Clerici invece si è soffermata sulle novità introdotte dal Gdpr europeo entrato in vigore lo scorso 25 maggio e in particolare sull’articolo 8 del Regolamento che fissa a 16 anni l’età per il “consenso digitale”, consentendo ai singoli stati di abbassare tale limite fino a 13.

E di come i considerando n. 28 e 71 indichino che i minori hanno bisogno di una specifica protezione perché meno consapevoli , vietando di utilizzare i loro dati a fini di marketing ed escludendone la profilazione: “In realtà nessuno è in grado di stabilire l’età dell’utente o di controllar il consenso del minore”.

Ed ecco chiamato in causa il ruolo della famiglia: “E’ fondamentale – ha affermato Rossi, dal suo particolare osservatorio che è il tribunale  – di fronte all’insufficienza del sistema di tutele evidenziata dall’avvento dell’era digital. Due i rischi cui sono esposti i minori intesi se non come soggetti deboli, certo fragili: la strutturazione di una identità scarsamente definita e l’isolamento che crea la dipendenza da questi strumenti social. Davanti al giudice arrivano minori con problemi psicologici legati all’assuefazione dell’essere connesso costantemente. Di qui la sperimentazione di esperienze legate al cammino, sì sulla scorta di quello di Santiago, insieme a un operatore per riappropriarsi della propria persona e della relazione vera, concreta”.

E anche Sgalla, come “poliziotto” spesso si trova a occuparsi di minori autori di reati e rimanda al coinvolgimento degli adulti: “Se valori come tolleranza, solidarietà, convivenza – ha richiamato – sono alterati o peggio li alteriamo noi è poi difficile pretenderne il rispetto dai ragazzi”. Annunciando un prossimo evento a Treviso sul tema della presa di consapevolezza dei minori rispetto alle insidie del web, attraverso una campagna formativa per aiutare i ragazzi a riflettere anche sul piano emozionale, ha ribadito che “la legge sul cyberbullismo non ha ancora esplicitato la sua portata: non si tratta di criminalizzare i minori, c’è una ‘generosità comunicativa’ che fa parte dell’adolescenza, come adulti siamo in grado di intercettarla? C’è inconsapevolezza nei ragazzi? Non lo so. Ma di sicuro c’è un’esigenza.

Non è sempre solo colpa loro, c’è una responsabilità che va oltre e che supera anche in confini familiari”.

Torna il tema della formazione e dell’informazione. “La  Retee nasce libera e quindi è difficile controllare tutto quello che viene immesso. Il Corecom veneto – ha affermato Mazzi – dallo scorso anno ha cominciato con dei sondaggi in 50 scuole per capire le problematiche dei ragazzi e avviare dei corsi sulla web reputation e sul cyber bullismo, coinvolgendo anche i genitori e gli insegnanti e al riguardo è già stato siglato un protocollo con l’Ufficio scolastico regionale”.

Per Butturini, che ha portato il saluto di segretario e presidente della Fnsi, a preoccupare sono gli adulti se è vero come è vero che i dati dati Ocse pongono l’Italia in fondo alla classifica per analfabetismo totale e di ritorno e per competenze matematiche: “Manca una cultura in senso lato che favorisca l’approccio critico non solo ma anche alla Rete, di qui il fenomeno e il pericolo di quelle che Quattrociocchi, docente di Ca’ Foscari definisce “eco chambers” rifugio per coloro che hanno una certa convinzione e quindi rifiutano l’approccio dialettico”. E i giornalisti? “Devono tornare a fare informazione di prossimità, essere sul territorio, non è in contraddizione con il tema del web, abbandonando il territorio rinunciamo alla funzione sociale del giornalista, contributo necessario a riconfigurare delle comunità per superare l’io, soprattutto quello dell’i-phone,  e recuperare il noi”.

Assente per impegni istituzionali sopraggiunti, la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha inviato un messaggio di sincera approvazione per l’iniziativa, augurandosi che sia di stimolo per l’adeguamento ai nuovi media di “questo manifesto contro lo sfruttamento dei bambini” – così ha definito la Carta di Treviso –  e stigmatizzando episodi come quello della spettacolarizzazione del caso del bambino di Cittadella nel padovano conteso dai genitori separati: “Il filmato che lo ritrae mentre viene strappato dalla madre davanti a scuola è stato mandato in onda da tutte le tv e la cosa peggiore è che ancora sulla Rete, dove il diritto all’oblio non esiste”.

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