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Clan Casamonica. Roxana e Marian Roman hanno scelto di non accettare il silenzio a cui la mafia li vorrebbe costringere

 

Ci sono comportamenti che diventano lezioni di civiltà. Persone che mettono a rischio la propria vita per gli altri, per sottolineare i valori fondamentali della convivenza democratica. Roxana e Marian Roman hanno scelto di non accettare il silenzio a cui la mafia li vorrebbe costringere. I due giovani baristi rumeni si sono ribellati alle cinghiate e alle bottigliate in testa. A quel “qui comandiamo noi e se non fai quello che diciamo, ti ammazziamo”. Hanno deciso di denunciare il clan dei Casamonica.  L’hanno fatto nonostante tutti gli altri, dentro al loro bar, siano rimasti immobili.  Perché in quel quartiere, la Romanina, periferia sud-est della Capitale, si vive sotto assedio, terrorizzati dal potere mafioso. Loro invece si sono schierati. Non nascondono la paura, ma hanno scelto la legalità. “I miei figli non devono crescere nella rassegnazione» spiega Roxana. Non sono eroi Roxana e Marian, ma cittadini.

Riappropriarsi dei territori abbandonati ed emanciparsi dalla paura richiede uno sforzo comune e il loro gesto è un esempio per tutti. Infonde coraggio. Le Istituzioni, e non solo, hanno il dovere di non lasciare sole le persone che si battono quotidianamente per non far vincere le mafie. Ma devono anche fare gesti concreti nei confronti di chi favorisce la cultura della legalità. Azioni fondamentali che rappresentano un modo di vivere cui tutti dovrebbero ispirarsi. E se altissimo è il valore che hanno, pari deve essere la risposta della società civile.

Roxana e Marian hanno un sogno: “Vorremmo crescere i nostri due figli da cittadini italiani”. Sognano di essere italiani come coloro a cui hanno dato una lezione di fiducia. Sogni che meriterebbero una ricompensa, anche se non la chiedono. “La Romanina è cosa loro”, dicono tanti cittadini indicando i mafiosi Casamonica. Invece i romeni Roxana e Marian ci hanno aiutato a casa nostra. Perché si sentono italiani e aspirano, un giorno, ad ottenere la nostra cittadinanza. Ci hanno indicato i fondamenti dell’integrazione.

“Questi romeni di merda non li sopporto proprio”. Così, poco prima dell’aggressione, si esprimeva uno degli esponenti del clan. E sono stati proprio loro, i romeni di merda, a riconoscere la mafia, quella che in tanti non vogliono vedere.

Adesso tocca alle Istituzioni decidere se riconoscere il loro senso civico, conferendogli la meritata cittadinanza italiana.

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