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“Grazie Italia, ma voglio tornare a casa mia”. Perché non è così facile rimpatriare gli stranieri e quanto è rischioso tagliare i fondi per l’immigrazione

 

Per favore, aiutatemi a tornare a casa mia! Perché se devo morire povero voglio farlo con onore, nella mia terra”. Così negli ultimi mesi i dipendenti degli uffici immigrazione dei comuni si sentono chiedere da cittadini stranieri emigrati dai loro paesi in cerca di una vita migliore e che invece non vedono l’ora di tornare “a casa loro”. Solo che non hanno un soldo in tasca oppure – anche se qualcosa sono riusciti a mettere da parte –  non viene dato il consenso al rientro da parte dei paesi di origine. Alcuni non ne vogliono proprio sapere, altri chiedono al governo italiano un obolo di diverse migliaia di euro per riprendere i propri cittadini. Con la scusa che serviranno per garantire loro un rientro dignitoso.
Insomma, rimpatriare centinaia di migliaia di immigrati illegali non è così scontato come si vorrebbe far credere, visto che anche per chi lo vorrebbe fare volontariamente ci sono ostacoli a volte insormontabili.

All’ufficio Immigrazione del comune di Palermo, ad esempio, gli impiegati dicono di non aver mai ricevuto così tante richieste di rimpatrio volontario quante nel 2017 e nella prima parte del 2018. Senegalesi, tunisini, ghanesi, bengalesi, indonesiani, le nazionalità che più chiedono di ritornare da dove sono fuggiti. Perché alla fine qui hanno trovato solo sfruttamento a basso costo o, peggio, la strada. “Sono disperati e non sappiamo come fare ad accontentarli”.

Questo è uno dei problemi che il neo ministro dell’Interno Matteo Salvini, dovrà affrontare, anche in vista degli annunciati tagli ai 5 miliardi per l’immigrazione. Anche questi di difficile realizzazione dato che si rischia di peggiorare la già difficile e frastagliata situazione dell’accoglienza. Tagliare i fondi, potrebbe portare a maggiore emarginazione del richiedente asilo e ad una riduzione dell’occupazione in un settore in cui lavorano migliaia di giovani italiani oltre alle aziende dell’indotto.

Per poi rimandare “a casa loro” tutti gli immigrati irregolari ci vogliono in sostanza milioni e milioni di euro che in parte arrivano anche dall’Europa. Tra le risorse stanziate, c’è anche un Fondo per i rimpatri istituito nel 2007 dal Parlamento europeo per supportate gli stati membri, nei rientri volontari e forzati: con un vincolo fondamentale che i rimpatri forzati vengano attuati “sulla base dei principi di solidarietà e rispetto dei diritti fondamentali”.
Nel 2008 la Direttiva 115 ha stabilito le norme e le procedure che i comuni devono applicare per il rimpatrio. Non basta  per esempio, essere un sans papier per essere cacciati da un paese: va valutata la storia del singolo, se ha commesso reati o meno e il motivo per cui si trova sprovvisto di permesso.
In caso di violazione dei diritti, i fondi europei potrebbero essere tagliati o congelati.
La Direttiva, recepita in Italia nel 2011, è stata Integrata nel 2014 con un fondo asilo e immigrazione in cui è specificato che parte di queste risorse devono essere utilizzate per i rimpatri volontari.  Ed è il ministero degli Interni quello deputato a questo compito “in collaborazione con associazioni internazionali o intergovernative esperte nel settore ed enti locali”.
Allo stato dei fatti, oltre alle risorse nazionali, il nostro paese usufruisce così di fondi dedicati al contenimento dei flussi che sono nel pacchetto UE 2014/2020 . Soldi che in Italia non bastano a soddisfare le richieste di ritorno a casa, mentre i dati degli arrivi diminuiscono in modo drastico dopo che il ministro uscente Marco Minniti ha messo in atto accordi con il governo di Tripolitania per trattenere più migranti in territorio libico, costi quel che costi, anche in perdite di vite umane.

Tornando ai rimpatri, bisogna mettere in conto costi che possono arrivare a oltre 3.000 euro a rientro, tra personale addetto che lo dovrà accompagnare fino all’aeroporto, un sussidio da 1.500 a 2.000 per ricominciare una vita nel paese d’origine oltre ad un contributo di 400 euro prima della partenza. Per i rimpatri coatti, i costi salgono visto che gli accompagnatori, di solito poliziotti, devono essere due per ogni persona rimpatriata e la devono seguire fino a destinazione.

Non sarà facile dunque raggiungere l’obiettivo prefissato dal neo vice presidente del consiglio e ministro dell’Interno di rimandare “a casa loro” 500.000 immigrati illegali. Che, nell’attesa, secondo i piani del nuovo govenrno, potrebbero finire in nuovi Centri di identificazione ed espulsione, veri e propri luoghi di detenzione in cui trattenere chi non ha o ha perso -.per svariati motivi – il permesso di soggiorno. Mentre dovrebbero nascere altri centri sul modello hotspot, anche per i richiedenti asilo appena sbarcati nel nostro paese, compresi, donne e bambini.  Anche se i numeri degli sbarchi sono diminuiti, i popoli continuano e continueranno a muoversi: mentre in Libia, anche in virtù degli accordi con l’Italia, restano intrappolate migliaia di persone, tra cui donne e bambini, in situazioni di detenzione sempre più drammatiche, vista la situazione caotica nel paese.

Per chi infine riesce ad arrivare in Italia, l’accoglienza viene ancora gestita in modo emergenziale con un trattamento sempre più duro per i richiedenti asilo e un’ intolleranza crescente verso i nuovi arrivati. Che restano sempre più senza diritti e senza speranze. Anche se, dopo aver capito che non è questa l’ Europa che avevano sognato, vogliono tornare a casa loro.

“Quando qualcuno riesce ad avere il biglietto per tornare nel proprio paese, per loro è una festa – ci dice l’impiegato all’ ufficio Immigrazione del Comune di Palermo con tono dimesso – A noi invece resta un senso di sconfitta. Perché dopo tanti anni, non siamo riusciti a integrarli degnamente nel nostro paese. Alcuni hanno figli nati qui, che hanno frequentato le nostre scuole, parlano perfettamente italiano, hanno giocato con i nostri figli: e noi invece …. li abbiamo persi”.

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