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Informazione e comunicazione, nodi cruciali nella prima enciclica di Papa Leone

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Informazione e comunicazione, nodi cruciali nella prima enciclica di Leone XIV, dedicata all’intelligenza artificiale, Magnifica Humanitas. Le cose nuove che  Leone XIII pose al centro dell’azione pastorale della Chiesa erano quelle legate ai drammatici squilibri creati dal capitalismo industriale e dai connessi estremismi, le cose nuove che vi pone Leone XIV 135 anni dopo sono quelli legati alla rivoluzione digitale e all’Intelligenza Artificiale.
Prima di entrare nello specifico di questo tema, cruciale, va evidenziato  un dato di fondo; la continuità con il magistero di papa Francesco. Si può dire che Leone abbia usato questa occasione per porre termine a speculazioni e tentativi di rimozione del pontificato bergogliano: il magistero di Francesco è assunto da Leone XIV, con tutte le necessarie differenze che derivano dall’essere un’altra persona, un altro papa, come il punto di partenza del suo. La prima conseguenza di questa evidenza è che Magnifica Humanitas è un’enciclica pluralista. Questo emerge chiaramente dal bivio fondamentale che Leone XIV ci prospetta dall’inizio: Babele o la Gerusalemme del profeta Neemia.
Babele è il primo tentativo di pensiero unico, il paradigma tecnocratico è il nuovo. Cosa dice Leone di Babele? Paragrafo 7 dell’ enciclica;  il racconto di « Babele si colloca alle origini dell’umanità, subito dopo le genealogie dei figli di Noè. Gli esseri umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e una torre “la cui cima tocchi il cielo” (Gen 11,4). Vogliono così garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersi sulla terra. L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione.» Il no all’omologazione è il pluralismo. E se il vecchio pensiero unico è Babele, qual è il nuovo? E’ il paradigma tecnocratico, una delle principali intuizioni pontificali di Francesco e fatta propria da Leone. Ecco cosa dice al riguardo: è « la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto governi da sola le scelte personali, sociali ed economiche. Così appare con più evidenza che la tecnica non è un semplice strumento e che, quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante». Il ruolo della rivoluzione digitale, della robotica e dell’Intelligenza Artificiale muta se la si colloca dentro o fuori dal paradigma tecnocratico. L’idea di Leone è chiarissima: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Dunque il primo problema è quello dell’uso di questi strumenti: “Possono esserci usi evidentemente antiumani, come la manipolazione dell’informazione o la violazione della privacy, ma può anche esserci un’insidia meno palese, quando i sistemi di IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati”. In questo contesto diventa decisiva la questione informativa, la comunicazione, e quell’ecologia comunicativa che Leone invoca: “ Il primo compito che abbiamo è quello di non demonizzare né idolatrare gli strumenti, ma di governarli a partire da un punto fermo: la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità. Occorre quindi promuovere un’ecologia della comunicazione: sul versante delle regole pubbliche, ciò significa stabilire norme che rendano più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati e che tutelino i dati personali; sul versante sociale e culturale, invece, implica il rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata; sul versante della scuola e della famiglia, la maturazione dell’esigenza di una nuova consapevolezza educativa e la formazione all’utilizzo corretto e critico degli strumenti digitali, dell’IA, delle piattaforme di acquisto e di investimento; sul versante dell’università, la grande sfida dell’integrazione dei saperi, allenando sia alla capacità di collegare e fondere le conoscenze per leggere la complessità, sia alle tecniche per la verifica dei fatti”. E non è tutto, ovviamente: “In questo tempo, la giustizia sociale deve confrontarsi anche con l’ambiente creato dalle tecnologie digitali. La diffusione di reti globali, piattaforme e sistemi di intelligenza artificiale cambia il modo di informarsi, di comunicare, di accedere ai servizi. La giustizia esige che si impedisca la nascita di nuove forme di esclusione e privazione di libertà: persone e popoli a cui è negato o ostacolato l’accesso alle tecnologie di base, comunità esposte a sorveglianza invasiva, gruppi sociali penalizzati da algoritmi opachi che riproducono pregiudizi e discriminazioni. Un ordine sociale giusto nel tempo del digitale è quello che garantisce a tutti un accesso equo alle opportunità, protegge i più piccoli e i più fragili, contrasta l’odio e la disinformazione, sottopone a controllo pubblico l’uso dei dati e delle tecnologie, così che il criterio non sia il solo profitto ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli.”  Le tecnologie non sono antitatetiche alla solidarietà, che è un modo di fare la storia costruendo popoli e non semplici masse di individui:  “ In un mondo segnato da relazioni sempre più strette tra persone, comunità e nazioni, la solidarietà assume anche una dimensione globale. Benedetto XVI ha richiamato con forza il legame tra sviluppo, giustizia e responsabilità verso le generazioni future, ricordando che lo sviluppo autentico chiede una solidarietà intergenerazionale e un’attenzione ai vincoli che ci uniscono all’ambiente naturale. Oggi questa responsabilità si estende anche alle infrastrutture digitali e informative: come l’ambiente naturale, anche l’“ecosistema digitale” può essere custodito o sfruttato, condiviso o monopolizzato. La solidarietà chiede che le scelte in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale tengano conto non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno”. Torniamo, penetrando di più il tema, al problema degli assetti: “Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane”. Infatti “piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli. Per questo è indispensabile che l’impiego dell’IA – soprattutto quando coinvolge beni pubblici e diritti fondamentali – sia accompagnato da criteri chiari e controlli effettivi, ispirati alla partecipazione e alla sussidiarietà: le comunità e i corpi intermedi non possono essere ridotti a destinatari di decisioni prese altrove, ma devono poter contribuire al discernimento e alla vigilanza”. Leone sa bene e afferma che la disinformazione non nasce con l’Intelligenza Artificiale, ma vi trova un potenziatone, un moltiplicatore potente. La manipolazione può arrivare ovunque, esponendo i cittadini a letture parziali o anche fuorvianti.  “Un’informazione veritiera, infatti, non nasce da un controllo centralizzato o automatizzato. Nel discorso pubblico, la verità dei fatti possiede una dimensione razionale, poiché richiede verifica, riscontro delle fonti e responsabilità argomentativa; ma è ancor più relazionale: si costruisce attraverso legami di fiducia e pratiche condivise, in un confronto onesto con gli altri e con il mondo. Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti, assunta come bene comune, può fondare una comunicazione giusta”. La conclusione non può che essere sulla guerra e le sue conseguenze anche in questo campo: “Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze. La moderna Babele non è soltanto il paradigma tecnocratico globalizzato, ma anche lo scontro a distanza tra imperialismi contrapposti, tra potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo, con una molteplicità di conflitti locali”.


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