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Giù le mani dalla Rai

 
Non permetteremo a Renzi e al PD ciò che non abbiamo mai permesso a Berlusconi e al centrodestra e che non permetteremmo mai a Beppe Grillo e ai 5 Stelle: mettere a repentaglio l’unicità e il ruolo sociale e civile del servizio pubblico. Servizio pubblico, per l’appunto: questo è e deve rimanere la RAI e guai anche solo a pensare di poterla privatizzare o, peggio ancora, lasciare pubblica di nome privatizzandola di fatto. Il che, duole dirlo, avviene già da anni, a causa dello strapotere di divi, star, agenti dei medesimi, aziende di produzione esterne con appalti dai costi esorbitanti e responsabilità politiche enormi nel consentire tutto questo, svilendo la qualità della RAI e costringendo le sue migliori risorse a trasferirsi a La 7 o dovunque venga consentito loro di esprimersi liberamente.
Fatto sta che, in attesa di tempi migliori, in attesa di riprendere in mano il delicato tema della Fondazione sul modello BBC, in attesa di tornare a confrontarci sul pluralismo e sulla necessaria indipendenza che bisogna garantire all’informazione in un Paese che da anni è sprofondato in tutte le classifiche internazionali sulla libertà di stampa in posizioni imbarazzanti, in attesa di tutto ciò, bisogna salvaguardare quanto meno la forma.
La RAI deve rimanere pubblica, deve essere tutelata e valorizzata e deve tornare a svolgere la funzione sociale, civile e di crescita culturale della Nazione che riuscì a svolgere in anni tutt’altro che semplici come quelli di Ettore Bernabei. Il democristianissimo Bernabei, messo a capo di viale Mazzini da Fanfani e non certo estraneo alle dispute politiche e alla precisa richiesta di tutelare le ragioni dello scudocrociato al cospetto del “pericolo” rosso, fu tuttavia uno dei migliori direttori generali che si ricordino, valorizzando personalità non certo democristiane come Enzo Biagi e Sergio Zavoli e portando sul piccolo schermo una miriade di talenti, di competenze e di programmi tuttora celebrati come i simboli dell’epoca aurea dell’Italia e della RAI. Merito di una politica forte e gestita da persone colte e competenti, certo, merito della levatura morale dello stesso Bernabei, senz’altro, merito della difesa dell’indipendenza dei professionisti che venivano chiamati a lavorare per il servizio pubblico, in una stagione in cui ancora non era invalsa la pessima abitudine di censurare qualsiasi voce che osasse cantare fuori dal coro, tutto quel che vi pare; fatto sta che anche la RAI iper-governativa dell’epoca era mille volte meglio di quella attuale. Senza contare la felice stagione di Guglielmi a Raitre e finanche di Agnes a Raiuno, con il compianto Albino Longhi a dirigere un signor telegiornale; per non parlare poi della RAI di Siciliano o di quella di Zaccaria, eredi della stagione degli Zavoli e dei Fichera: non parliamo di santi ma di professionisti animati da una sincera passione civile e, soprattutto, dal senso della propria funzione all’interno della società.

Ciò che è avvenuto da dopo l’editto bulgaro in poi si commenta da sé, con la scomparsa del Fatto di Enzo Biagi e la conseguente scomparsa dei fatti dalle reti e dai telegiornali, a malapena mitigata dall’eroica resistenza di mostri sacri come il rientrante Santoro e da consiglieri d’amministrazione come Curzi e Freccero.
A nessuno, tuttavia, era ancora venuto in mente di proporre in campagna elettorale l’abolizione del canone: una follia, la rescissione unilaterale, di fatto, della concessione rinnovata di recente, lo sganciamento dell’azienda dalla sua storia e dalla sua ragione sociale di esistere. Un populismo mediatico pericolosissimo che, in realtà, è anche un preciso messaggio politico e programmatico, in quanto nessuno è così ingenuo, specie da queste parti, da credere che davvero si voglia privatizzare sostanzialmente la RAI per liberarla dal controllo dei partiti. Semmai, il suddetto disegno, checché ne pensi il ministro Calenda, cui riconosco la buona fede dei propositi pur dissentendo nel merito e nel metodo, è volto a far acquistare un’azienda che mantiene tuttora delle sacche di ribellione da qualche imprenditore amico, in Italia o all’estero, che provveda a spegnere per sempre gli ardori di quanti si ostinano a pretendere che il servizio pubblico rimanga tale. Questo disegno, purtroppo, non nasce oggi: è dai tempi del “Venerabile” Licio Gelli, infatti, che la RAI, al pari della Costituzione, del Parlamento e dei sindacati, è sotto assedio, in quanto ultimi baluardi di una fase storica nella quale ancora si credeva di dover rispettare tutte le opinioni e il diritto delle medesime ad avere pari dignità nel contesto di una democrazia se non compiuta e matura quanto meno decente.
L’idea di affollare di pubblicità la RAI eliminando il canone, oltretutto, viene dopo la sua progressiva e risibile riduzione, il suo inserimento in bolletta e la demagogia a buon mercato sui consensi di alcuni professionisti, portata avanti da personaggi che, specie in alcuni casi, a mio giudizio, non si rendono nemmeno conto di quanto sia grave l’azione che stanno compiendo e di quali ripercussioni essa potrebbe avere sulla società nel suo insieme.
Personalmente, dunque, non solo non voterò mai per una forza politica che propone la privatizzazione di fatto del servizio pubblico ma non voterò nemmeno per quei partiti, cui pure guardo con benevolenza, che non dovessero rilanciare con forza l’idea di ripristinare un canone di natura europea, di ridurre in maniera drastica l’affollamento pubblicitario, possibilmente eliminandolo del tutto almeno da Raitre, e di liberare la RAI dalla morsa non tanto delle forze politiche, ormai ridotte all’evanescenza, quanto delle lobbies di tutti i colori che ne minano l’autorevolezza, impedendo a fior di autori e giornalisti di svolgere al meglio la propria professione.
Se il PD renziano intende proseguire lungo la via del Nazareno, auguri: penso che i suoi vecchi elettori, indignati, gli presenteranno il conto il prossimo 4 marzo. Non si azzardi, però, ad inserire la RAI nel proprio gioco al massacro e si ricordi, Gentiloni in primis, che sacrificare le battaglie e gli ideali di una vita sull’altare di un personaggio politico che ormai, per quanto si agiti, appartiene al passato, potrebbe non rivelarsi una grande idea.

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