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ThyssenKrupp, la giustizia latitante

 

Il 6 dicembre prossimo saranno i 10 anni dalla strage della ThyssenKrupp di Torino, in cui morirono 7 operai arsi vivi dall’esplosione della linea 5 dell’acciaieria. Eppure ancora alcuni dei responsabili sono a piede libero. Si tratta dei due manager tedeschi: l’amministratore delegato Harald Espenhahn condannato a 9 anni e 8 mesi e il membro del cda Gerald Priegnitz condannato a 6 anni e 10 mesi. Tutti in via definitiva. Colpevoli di omicidio colposo plurimo, incendio colposo e omissione dolosa di cautele per la prevenzione degli infortuni. L’acciaieria di Torino doveva chiudere così si smise tempo prima di investire in manutenzione e sicurezza, questa “colpa imponente” ha causato la morte degli operai.

Per arrivare a questa verità definitiva ci sono voluti 9 anni e 5 processi, eppure solo i condannati italiani stanno scontando le pene.  I tedeschi no, perché la loro condanna non è stata ancora recepita dalla giustizia tedesca che potrebbe anche ricalcolarla riducendola, visto che in Germania per lo stesso reato sono previste pene più miti. Ma non basta. I due manager tedeschi insieme al dirigente Daniele Moroni hanno provato a chiedere un nuovo sconto alla giustizia italiana. Un ricorso alla cassazione per avere un ricalcolo della pena rispedito al mittente dalla corte suprema. Un tentativo andato fallito che ha però garantito ai condannati tedeschi altro tempo in libertà.

Il ministro della giustizia Orlando ha sollecitato più volte i tedeschi ad applicare la condanna come previsto dai trattati, finora invano. Un nuovo sfregio alla memoria delle vittime; Graziella Rondinò madre di Rosario, morto ad appena 26 anni non si dà pace: “Le pene sono basse, almeno che non ci siano sconti per gli assassini. Avrebbero dovuto dare loro l’ergastolo, prendere la chiave della cella e buttarla via. Ora speriamo che la Germania si sbrighi a rendere esecutiva la sentenza. Non vogliamo aspettare altri dieci anni”.

Tanti, troppi anni passati per avere giustizia e le pene forse non sono quelle che i parenti delle vittime si aspettavano, ma questo processo mantiene intatta la sua importanza, perché infligge le pene più severe mai date per un incidente sul lavoro e dà un segnale forte a quei capitani d’industria che finora hanno pensato di poter derogare sui diritti dei lavoratori e sostanzialmente sulla loro salute, in virtù di una impunità garantita dal denaro scrivendo, come per il caso della Thyssen di Torino, pagine nerissime nella storia industriale non solo italiana.

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