La tragica vicenda del femminicidio di Chiara Poggi risale al 13 agosto del 2007. Lasciamo perdere la sequenza pressoché infinita di giudizi fino alla condanna definitiva del fidanzato Alberto Stasi. Ora, come quotidianamente ci raccontano ore e ore di talk e pure lunghe sequenze dei telegiornali, Andrea Sempio – l’amico del fratello di Chiara- sta diventando il colpevole. O, meglio, è il sistema mediatico ad averlo deciso, perché l’iter processuale è ai prolegomeni. Di fronte a ciò che è successo e sta succedendo con un clamore informativo che fa pensare alla vecchia trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto, il silenzio sarebbe d’oro.
La parola alla Corte, va aggiunto, con la consapevolezza di parlare in faccia ad inossidabili muri, tetragoni verso qualsiasi consiglio. Tra l’altro, come ha sottolineato il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti Carlo Bartoli, sono plateali le violazioni di qualsiasi codice deontologico nonché del documento varato solo un anno dopo l’omicidio dall’autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom). Quest’ultimo richiedeva dei codici di autoregolamentazione da parte dei diversi media, non pervenuti. E si può aggiungere che, a occhio nudo, sembrano aggirate le norme su temi delicati come le intercettazioni e la loro regolazione. Ecco, proprio su tale tassello violato dell’ordinamento si regge l’iniquità profonda del racconto.
La storia ha cinicamente la s minuscola, perché si parla di persone semplici e senza potere della provincia italiana. Pensate se fossero coinvolte personalità potenti e relazionate nei e con i luoghi che contano. Nulla o quasi sapremmo e le decine di figure entrate in scena per l’occasione sottospecie diverse sarebbero rimaste nell’anonimato. Fu così anche nella stagione del Covid. Adesso si è andati molto al di là della linea di confine, perché stiamo al cospetto di umane tragedie con risvolti inquietanti dove servirebbero misura e rispetto. È già un colpevole chi è indicato come assassino dal circo mediatico, assurto a cuore dei palinsesti per l’attrazione fatale provocata dal sangue e dalle trame gialle con una spruzzatina di sesso. Fu deciso allora che Alberto Stasi fosse il cattivo e da ultimo l’uomo nero si chiama Andrea Sempio. Chissà qual è la verità, che pure esiste e sarà la magistratura a chiudere la questione, riportandola nei binari della correttezza e -al minimo- della privacy. Fa impressione una villetta familiare trasformata in set permanente e fa orrore il cinismo con cui ci si narra un evento certamente complesso, ma che non è una artificiosa e pepatissima fiction. Insomma, il rapporto tra media e vicende processuali ha qui una sorta di rottura epistemologica. Ci sarà d’ora in poi un prima e un dopo. Siamo ad un punto di non ritorno? Probabilmente. Una società deideologizzata e addestrata dalla televisione commerciale, impoverita e priva di prospettive diviene a sua volta complice di un misfatto che racconta il misfatto.
La formula è semplice: il flusso impietoso e voyeuristico tocca un mondo in fondo laterale, perfetto per riempire di protagonisti maggiori o minori la scena dello share e della gara tra conduttori. Da quanto tempo va avanti simile orrore? Da molto, moltissimo. A denunciare la parabola che riprendeva alla n potenza ciò che si era visto in precedenza furono in pochi, al solito non presi sul serio. Se a questo punto, per fortuna, si dispiegano firme autorevoli a cominciare da Roberto Saviano, significa che occuparsi di Garlasco è necessario. Al di là di tutto, però, si pone con assoluta urgenza il problema di una sorta di moratoria. Ci si limiti allo stretto dovere di informazione e si riduca all’osso la spettacolarizzazione di un processo la cui fine è lontana. Al contrario, i capitoli del libro sono ancora quelli iniziali.
O a Garlasco dio muore ogni giorno con la povera Chiara condannata a sua volta a non avere mai pace, condividendo ingiustamente lo stesso girone dell’inferno dei colpevoli?
Una annotazione: il sicario materiale sarà uno, ma la colpa è di una comunità, che ha taciuto e tace.
Fonte: “Il Manifesto”
