Giornalismo sotto attacco in Italia

Le parole della procuratrice del caso Sako Bakari sono l’antidoto ai Vannacci e ai Valditara

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Per parlare di Sako Bakari ci vorrebbe Primo Levi con il suo imperativo morale:

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
(…)
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Di certo le parole le ha cercate con grande cura e coraggio la Procuratrice di Taranto, Eugenia Pontassuglia: “La vita di un ragazzo di 35 anni, arrivato sul territorio italiano, regolare sul territorio italiano, che alle 5 del mattino, in bicicletta, si sta recando al lavoro. Si sta recando alle attività che consentano di mantenere la sua famiglia. A fronte di questa figura, abbiamo ragazzi di 16-17-19 anni che alle 5 di mattina scorrazzano per le vie di questa Città alla ricerca della persona da colpire. E la persona da colpire è la persona vulnerabile, indifesa, la persona che nello specifico caso viene individuata nella persona di colore. E allora ci dobbiamo domandare che cosa significa tutto questo? Non posso esimermi dal considerare che queste situazioni si stanno sempre di più moltiplicando. E non ci sono dei decreti sicurezza che tengano. Non serve aumentare le pene, non serve individuare nuove figure di reato. Dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che la nostra terra non è la terra nostra”.

È appena il caso di sottolineare quanto la destra meloniana, con le radici nel fascismo amico dei nazisti e di Salò ed i suoi rami più protesi in Vannacci e CasaPound, quella che precisamente moltiplica reati, pene ed aggravanti, impegnando il Parlamento in claustrofobici dibattiti sulla lunghezza delle “lame” da vietare ai giovinastri, non sappia fare altro che interpretare la realtà proprio attraverso le lenti di una identità nazionale “proprietaria” che pretende rispetto attraverso la deterrenza della intimidazione autoritaria.

Le conseguenze culturali di questa impostazione si riverberano anche nel dilagare di una violenza estrema ed esibita, che colpisce ciecamente, come se togliere la vita a colpi di coltello fosse l’unica possibile dimostrazione di esistenza: un’esistenza che infrangendo il tabù dell’assassinio diventa grandiosa e meritevole di apprezzamento. Proprio la “grandezza” mostruosa e mostrata a reti unificate sul palcoscenico tragico della storia che pare non conoscere e ri-conoscere altra grammatica che quella dello sterminio e del disprezzo della vita altrui.

Ma le parole della Procuratrice Pontassuglia, che andrebbe immediatamente invitata in Commissione Antimafia in modo da lasciare agli atti (parlamentari) il suo pensiero, non soltanto evocano tanto Gesualdo Bufalino che Giovanni Falcone, con quel suo riferirsi alla cultura, alla educazione, alla scuola, autentici strumenti di emancipazione personale, ma individuano in maniera utilissima l’oggetto di quello che dovrebbe essere un progetto educativo liberante, cito: “Dobbiamo cominciare a pensare che la nostra terra non è la terra nostra”. Punto. In questa frase c’è molto del “disarmo” culturale di cui abbiamo bisogno. E’ il cambio di prospettiva che ribalta la visione identitaria, proprietaria e violenta di nazionalisti, razzisti, suprematisti, maschi-che-odiano-le-donne e mafiosi (che di questa famigerata cultura sono al tempo stesso un sotto prodotto, ma anche un campione). E’ l’antidoto a Vannacci, ma anche a Valditara. E’ la sfida a diventare umani, cittadini del Mondo, temporanei manutentori di terre e civiltà.

Un promemoria per quando avremo cambiato il governo dell’Italia: una donna come la dott.ssa Pontassuglia farebbe bene la Ministra della Pubblica Istruzione!

Fonte: Il Fatto Quotidiano


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