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A Ponticelli nasce la “minaccia legale”: una minaccia che non mette in pericolo un giornalista, ma la libertà di stampa

 

“Ti faccio correre appresso a me.. ti faccio passare un brutto quarto d’ora, tu corri avanti e io ti corro dietro…legalmente, però.. perchè la mia è una minaccia legale”: questo è quanto mi ha sbraitato contro Anna Calamita, una donna arrestata nel corso di un blitz antidroga avvenuto a Ponticelli, lo scorso 19 settembre, e attualmente detenuta ai domiciliari.

Per capire il senso di quelle parole è necessario conoscere e comprendere il contesto in cui  è maturato quel reato che la donna ha definito “una disgrazia, una sciagura che può capitare a chiunque”.

Il Rione De Gasperi di Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli, è il luogo-simbolo per eccellenza della camorra. Per circa 30 anni è stato il bunker di uno dei clan più efferati della storia della malavita napoletana: i Sarno.  Un clan che ha tenuto sotto scacco l’intera città di Napoli, estendendosi dall’hinterland vesuviano fino alla periferia occidentale. Sarno è un cognome sinonimo di morti disciolti nell’acido e di cadaveri mai ritrovati, di corruzione e devastazione, di barbarie inumane e di livore di potere, cieco ed affamato di sangue. Un sodalizio criminale talmente potente da sotituirsi allo Stato, in tutto e per tutto. Tra le mura di quel rione erano i Sarno ad assegnare gli alloggi di edilizia popolare edificati nel secondo dopoguerra, consolidando così il potere del clan in quello che ne divenne il bunker a tutti gli effetti. Persino le forze dell’ordine faticavano ad accedervi senza rischiare il linciaggio, quando dovevano compiere degli arresti.

Quando le figure egemoni del clan hanno iniziato a collaborare con la giustizia, il Rione De Gasperi ha subito una vertiginosa colata a picco verso molteplici forme di degrado: materiale, morale, emotivo.

Oggi, in quel rione, coloro che continuano a servire e seguire le regole della criminalità, vivono di espedienti, sotterfugi, piccoli reati. E non solo. Lo spaccio di droga, negli ultimi anni, ha preso il sopravvento nel De Gasperi e nell’Isolato 2, in particolare, esiste una piazza di spaccio andata incontro ad una progressiva espansione, fino a diventare un vero e proprio supermercato della droga, quotidianamente al servizio di migliaia di tossocodipendenti che giungono dalle più disparate zone della città e della periferia. Allo stato attuale è lì che si trova una delle piazze di crack e cocaina più quotate e gettonate dell’intera città di Napoli. Una piazza di spaccio, una realtà, con tutte le sue brutture e contraddizioni, che ho documentato sul campo. Ed è proprio per questo che gli artefici di quei reati non mi perdonano “la spiata”. La notizia dell’arresto di due persone, – Anna Calamita, per l’appunto, e Umberto Sermone – trovate in possesso di sostanze stupefacenti nell’ambito di un’operazione svolta con l’ausilio delle unità cinofile, è stata riportata da tutti i quotidiani locali. Eppure, quella donna, dopo aver letto l’articolo in cui ho raccontato chi era, per quale motivo era stata tratta in arresto e quale fosse il ruolo che ricopriva nell’organizzazione che coinvolge quasi tutte le famiglie che abitano in quella palazzina, ha evaso i domiciliari pur di farmi pervenire “la sua minaccia legale” attraverso una telefonata avvenuta lo scorso 28 settembre, pochi giorni dopo la sua scarcerazione.

Sono una giornalista, tutti lo sanno, anche quei pusher, ma sono di Ponticelli: vivo nel posto in cui lavoro. Quei malavitosi hanno dato per scontato che, proprio per questo motivo, mi sarei attenuta alle regole d’omertà che regnano in quei luoghi, nelle terre di camorra, terre di nessuno, dove la legge egemone è quella imposta dalla criminalità e che, quindi, non avrei scritto di quella piazza di droga. Avrei visto, ma avrei taciuto, perchè vivo a Ponticelli. Mi sarei soffermata sullo stato di degrado in cui versa l’isolato 2, come ho fatto in tutti gli altri palazzi del rione , quello si, ma non sarei andata oltre. Ragion per cui, davanti ai miei occhi continuavano a spacciare con tranquillità e disinvoltura.

La signora che stende i panni che ha appena lavato, il pusher che vende la dose al tossicodipendente, la sentinella che fa la guardia e annuncia l’imminente arrivo della polizia, i bambini che “giocano a Gomorra”: questo è quanto i miei occhi hanno visto, tutti i giorni, nell’Isolato 2 del Rione De Gasperi di Ponticelli. Quando hanno scoperto di aver compiuto un madornale errore valutativo era troppo tardi per correre ai ripari: la mia verità, quella che ho documentato sul campo, era stata già pubblicata. Ragion per cui, quella donna, ha cercato di spaventarmi, servendosi di un’arma che una persona che vive nel rispetto della legalità non può percepire come una minaccia: una denuncia. Pensava che sarebbe bastato questo per indurmi a cancellare quell’articolo. Dinanzi alla mia fermezza, si è vista costretta a cambiare le carte in tavola: “allora voglio una rettifica”. Un diritto di replica al quale ha immediatamente rinunciato, non appena le ho spiegato che dispongo di prove che dimostrano che quello che ho scritto è documentato e provabile: dalle bottiglie di champagne stappate quando il primo blitz delle unità cinofile non andò a buon fine e gli insulti, gli scherni e le imprecazioni contro le forze dell’ordine si sprecavano, a tutti gli escamotage attuati per raggirare i continui controlli della polizia.

“Io non proseguo, tu non prosegui”: questo l’ultimatum che una donna detenuta agli arresti domiciliari, mi ha indirizzato più volte, nel corso di quella telefonata.

Devo smettere di scrivere di lei, dei suoi parenti e di quella piazza di spaccio, se voglio che lei non mi denunci o che mi diano “altri fastidi”. Il giorno in cui un giornalista accetterà questo genere di compromessi, allora si che la libertà d’informazione sarà in pericolo.

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