E’ in certi piccoli centri di collina che si concretizza la custodia della memoria di eventi che “il grande pubblico” talvolta dimentica o quantomeno accantona. Con Beppe Giulietti il pomeriggio del 12 maggio abbiamo, in piccolo, contribuito ad aggiungere un tassello al ricordo di Luigi Di Rosa, un giovane militante ucciso per mano fascista. C’era un comizio a Sezze, il suo paese, il 28 maggio del 1976 , da una Simca partirono spari, l’auto era di un fan dell’ideologia nazista, Pietro Allatta. La ricostruzione dei fatti confluì subito su una responsabilità precisa sul deputato missino Sandro Saccucci. Ci furono contestazioni quella sera, ci fu ciò che si chiama libertà di dissenso, un concetto che i fascisti non tollerano.
Di Rosa era quello che oggi si definirebbe un attivista, aveva ideali, vita da costruire, battaglie da combattere. Nel tempo ricordarlo è stato un modo che la comunità locale ha trovato per rivendicare diritti, libertà, confronto democratico. E di questo abbiamo parlato nell’auditorium di una ex chiesa, riflettendo con Giulietti sulle tante, troppe analogie delle stragi italiane, dove spunta sempre l’impronta dei servizi segreti deviati accanto all’ombra fascista. Luigi Di Rosa è stato ucciso il 28 maggio del 1976, esattamente due anni dopo la strage di piazza della Loggia a Brescia. Una coincidenza che, come ha sottolineato un giovane storico presente in sala, dice molto.
“La memoria conta in questo momento più che mai, in un Paese dove alcune forze politiche molto ben identificate vorrebbero seppellire le strane coincidenze che ricorrono. Vorrebbero riscrivere o circoscrivere il delitto Mattarella, la strage di Bologna, Ustica… – ha detto Giulietti – Ai giornalisti spetta il compito di tenere alta l’attenzione perché questo aiuta la comprensione della Storia, la strada verso la verità e soprattutto la democrazia. Essere a Sezze per le giornate del Premio Di Rosa significa anche questo, significa contrastare il maldestro tentativo di ribaltare evidenze giudiziarie, prove, col solo fine di riabilitare l’immagine dei fascisti che non si sono voluti arrendere alla fine del regime e che davvero pensavano di riuscire a far tornare il loro nella nostra democrazia”.


