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Scorta mediatica vera. Non un copia e incolla” della solidarietà

 

Ci siamo moltiplicati. In questo mondo siamo il doppio di, più o  meno, mezzo secolo fa. Ma chi da secoli era abituato a considerarsi il centro del pianeta, in costante, moderata ed articolata espansione, fino a proiettarsi sulla Luna, ora si sente un po’ ristretto, ristretto e invecchiato, come un brodino che, chissà come, sta evaporando. Tutta l’aggressività, che anche in Europa emerge, è paura. E’ la paura è mille volte più letale del coraggio. Una paura carica di disumanità. Paura di scomparire, peggio di confondersi. Di scomparire prima sui vari continenti come etnia poi sulla  terra come come razza umana, quindi nell’universo come un mucchietto di polvere. E invece di fare qualcosa, di unirsi per salvare il pianeta, di sentirsi uguali e insieme ad altri esseri umani per reagire e combattere i responsabili di una tale catastrofe incombente, l’omino pauroso teme il prossimo sbarco dei suoi simili su quelle che ritiene siano le sue coste, le sue spiagge che con l’inquinamento, di cui è responsabile, ha già ridotto a strisce sempre più strette, dal futuro invisibile.  Verrebbe da dire, a quest’uomo che ha passato una vita per conquistare un mattone in più del vicino, sei un miserabile. Ma a quest’uomo da anche fastidio che un prete porti dei profughi in piscina, li preferisce al mare, possibilmente al largo.

Una volta si chiamava “maggioranza silenziosa”, ma erano tempi più turbolenti. A quei tempi, ricordo che era il 1973, qualcuno che aveva creduto ad una possibile redistribuzione della ricchezza, Riccardo Lombardi, disse che era impossibile pensare ad una crescita continua dei Paesi più ricchi ai danni di quelli poveri. E, pur con notevoli varianti, quell’allarme, non l’unico, si è dimostrato sensato, nell’insensatezza generale. Ora sembra che soltanto Papa Francesco sia in grado di formulare un appello di solidarietà e fratellanza. E non è un caso che sia diventato lui il bersaglio dei potenti ed anche dei delinquenti. La politica si è chiusa in una modestia polverosa e litigiosa, tale da apparire senza speranza. Qui e altrove. Quante occasioni perdute da offrire alle nuove generazioni. Intanto, mafie ed affaristi d’ogni genere si fiondano su quel che resta del pianeta Terra per spolparlo fino all’ultima resistenza. La Terra come un malato che vuole ancora vivere, nell’alternanza sempre più confusa delle giornate e delle stagioni. L’informazione deve e può fare il suo dovere che è, semplicemente, il suo mestiere.

Dire e scrivere quello che sta accadendo, giorno per giorno, ora per ora. Soltanto con la consapevolezza degli uomini il mondo potrà salvarsi. Sembra che l’informazione sia diffusa come mai è accaduto. Internet è un grande strumento, ma i “social” talvolta sembrano confondere più che confrontare le opinioni. C’è ancora bisogno, pur con gli irrinunciabili  adeguamenti tecnologici, di riprendere in mano e sostenere la vecchia professione del giornalista. Andare sul posto, indagare, conoscere, ascoltare, verificare, non sprofondare nel troppo facile, nella pigrizia dei copia e incolla, dell’intervista senza domande, senza domande neppure per se stessi. Si parla di “scorta mediatica” per chi fa il suo lavoro di giornalista ed è minacciato, per chi offre tutto se stesso ad un lavoro che non sempre gli offre garanzie, sostegno e forza per proseguire. Si tratta di una sorta di mobilitazione di tutti gli Istituti della categoria capace di andare oltre ad una solidarietà generica e rituale, talvolta, purtroppo, un “copia e incolla” della solidarietà.

Il nostro mestiere è scrivere, ma noi non scriviamo favole e neppure trattati, noi scriviamo di questa vita, di donne e uomini come noi, della bellezza, ma anche delle ombre. Nel 1960 eravamo tre miliardi, nel 2023 saremo 8 miliardi. Raccontare il mondo, un Paese, una città in questo grande mutamento economico, sociale, etnico ed etico appare un’impresa complessa quanto affascinante. Ed è quel che dobbiamo fare, oltre ogni pigrizia e privilegio, sapendo che la responsabilità del giornalista aumenta nel guardare in faccia una realtà che può cambiare in poco tempo, dove nulla è scontato e nulla può più essere abitudine.  Dagli esodi da una parte all’altra del mondo, all’ingaggio di un giocatore di calcio, tutto appare più grande di ogni immaginazione. Ma oltre ogni immaginazione sono i razzismi che si diffondono per impedire che i problemi vengano conosciuti, problemi a cui  si devono dare risposte concrete e umane per vivere, insieme.

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