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Perché l’eutanasia è un fatto di civiltà

 

Di fronte ad un tema enorme come la vita e la morte delle persone, il dibattito pubblico non può che vestirsi di sobrietà. Pertanto, affronterò la tragedia di Fabiano Antoiniani, meglio conosciuto come Dj  Fabo, con toni assai diversi dalle urla sguaiate di quegli esponenti politici che, dimentichi del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, hanno pensato bene di servirsi persino della scomparsa di un uomo di quarant’anni, da quasi tre cieco e tetraplegico, per portare avanti la loro infinita e squallida campagna elettorale.
Si discute da parecchio tempo della necessità di introdurre anche in Italia il testamento biologico, ossia la possibilità per ciascuno di noi di indicare come disporre della nostra esistenza in caso di incidente o di malattia invalidante o giunta ormai in fase terminale, consentendo così a tutti noi di stabilire, nella massima libertà, se continuare a vivere nonostante sofferenze indicibili o porre fine ad un’agonia che non si riterrebbe di poter sopportare e di compiere questa scelta per tempo, quando si è ancora perfettamente in grado di intendere, di volere e di ragionare su se stessi, senza l’angoscia di un male incurabile e foriero di infiniti impedimenti.

Ebbene, a mio giudizio, dopo aver seguito e commentato i drammi di Piergiorgio Welby, Eluana Englaro e Max Fanelli e dopo essere venuto a conoscenza di altre tragedie, personali e collettive, non meno strazianti, a mio giudizio è giunto il momento di riflettere sul concetto stesso di eutanasia.
Chiarisco subito che non sono affatto contrario alla cultura della vita e che, all’opposto, ho fatto di essa la mia bandiera e una delle ragioni principali del mio impegno civile e politico, battendomi da sempre contro la pena di morte e considerando giusto che chiunque possa condurre un’esistenza libera, dignitosa e degna di essere vissuta, se non all’insegna del benessere quanto meno non dovendo patire le conseguenze dell’indigenza e dell’esclusione sociale che ne deriva.
Chiarisco anche che ho conosciuto e tratto insegnamenti preziosi da numerosi cattolici adulti: persone eccezionali, dotate di una cultura della vita e di un rispetto per essa di gran lunga superiore al mio e a quello di chi proviene dalla mia storia politica, capaci di interrogarsi sui temi riguardanti l’uomo e il suo percorso complessivo con una profondità assoluta e ricchissima di spunti di riflessione che lasciano a bocca aperta per la loro intensità.

Aggiungo, con la dovuta fermezza, che non accetto alcuna lezione etica da quei cialtroni di professioni che hanno trasformato, invece, il loro essere cattolici, ossia una rispettabilissima appartenenza culturale e religiosa, in una squallida lobby caratterizzata dall’ipocrisia del potere, dalla barbarie del lucro elettorale e dalla vergogna dello stimolo costante degli istinti più retrivi e disumani delle persone; in poche parole, dall’indecenza di una concezione dei rapporti umani che vede l’altro come uno strumento continuo della propria propaganda e non come una persona dotata di idee, pensieri, sogni, speranze e anche, in casi tragici come quello di Dj Fabo, tormentata da una vita sfuggita troppo presto e trasformatasi purtroppo in una prigione insostenibile.
Da questa marmaglia senza dignità, ribadisco, non accetto alcuna lezione.
Mi schiero, da laico, a favore di una seria legge sull’eutanasia affinché anche in Italia si possa venire incontro alla disperazione di chi è costretto a condurre un’esistenza che nessuno di noi augurerebbe nemmeno al peggior nemico.
Mi schiero a favore di una norma di civiltà, in grado non di svilire ma, al contrario, di esaltare la cultura della vita e la grandezza del diritto, a cominciare dal principio essenziale dell’autodeterminazione, il quale distingue il diritto compiuto dal diritto dimidiato, l’idea di una giurisprudenza posta al servizio della comunità dall’idea di un quadro giuridico dai tratti punitivi.
E rifletto, in silenzio, sulla vita di un ragazzo che non c’è più, sulla sua scelta, sulla sua feroce determinazione, sul suo desiderio di andarsene e sulla nostra arretratezza, la nostra ipocrisia, la nostra pochezza morale, i nostri vuoti legislativi e il nostro andare avanti a fari spenti nella notte, senza una meta, senza un orizzonte, senza una classe politica all’altezza e, a questo punto, mi vien quasi da dire, anche senza la benché minima possibilità di immaginare un avvenire migliore, a meno che quest’ennesima sconfitta collettiva non ci induca a rimettere gli argomenti di cui si discute oggi nel mondo, primo fra tutti la vita e le prospettive di ciascun essere umano, al centro di un dibattito pubblico che attualmente, oltre ad essere stucchevole, è anche tristemente inutile.

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