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Legge sui testimoni di giustizia: unanimità alla Camera ora passa al Senato. Per la Bindi segnato un punto importante

 

Unanimità di voto alla Camera per le nuove disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia e dei loro congiunti, parenti o conviventi. Il testo, scaturito dalle indicazioni della commissione Antimafia a prima firma della presidente Rosy Bindi è stato approvato il 9 marzo 2017 con 314 voti a favore e zero contrari. Passa quindi al vaglio del Senato.

Nonostante i tagli effettuati dalla commissione Bilancio, che hanno considerevolmente ridotto il budget di spesa preventivato per le misure incluse nel provvedimento, la Bindi si è dichiarata soddisfatta del risultato ottenuto, affermando che si tratta di «un punto importante nella civiltà giuridica del nostro Paese». Per la presidente della commissione Antimafia infatti era intollerabile «continuare a normare con la stessa legge persone che per quanto siano preziose per la lotta alla criminalità, sono diverse profondamente».

Fino a questo momento i testimoni di giustizia, che in Italia sono 78, legalmente venivano accomunati ai collaboratori, che sono invece 1277, anche se la differenza sostanziale, come sottolinea la stessa Bindi, non sta nel numero ma nell’origine. «I collaboratori si sono macchiati di delitti efferati, i testimoni di giustizia invece sono cittadini normali, che hanno subito la violenza delle mafie o assistito e denunciato e si sono recati nelle aule giudiziarie a indicare i colpevoli». Normali cittadini, coraggiosi, che innanzitutto non avrebbero mai dovuto essere accomunati a criminali pentiti mentre avrebbero dovuto da sempre ricevere il pieno totale e incontrastato supporto dello Stato. Sono anni che si discute delle carenze sulla tutela dei testimoni di giustizia i quali, è sempre bene ribadirlo, non hanno commesso reati o crimini di alcun genere ma sono diventati tali in seguito a una testimonianza o una denuncia di un crimine visto o subito. Molti di loro hanno parlato, in interviste o pubbliche dichiarazioni, di una situazione di quasi totale abbandono da parte delle istituzioni, di mancanza di sussidi protezione e difficoltà di reinserimento nella quotidianità una volta terminati i processi, con la pressoché totale impossibilità di trovare una nuova occupazione e deficit anche nella salvaguardia della vita propria e dei famigliari. Al programma di protezione speciale accedeva infatti solo chi era considerato “in pericolo di vita” in base alle indicazioni dell’autorità giudiziaria. La decisione era di competenza della Commissione centrale. E ammesso pure che il testimone rientrasse nel programma ciò non significava automaticamente l’inizio di una nuova vita. A cominciare infatti era una sorta di “latitanza” all’incontrario, non bisognava nascondersi dall’autorità ma dai criminali denunciati e letteralmente scomparire dal mondo conosciuto sino ad allora. In più fino ad oggi, a causa della confusionaria legge in vigore, veniva spesso assimilato ai collaboratori di giustizia. Come a dire oltre al danno anche la beffa.

Al momento della presentazione alla presidente Bindi della proposta di legge votata all’unanimità dalla commissione Antimafia, Davide Mattiello dichiarò che grazie a questa «saranno definiti in maniera più rigorosa i criteri di accesso alle misure speciali, saranno certi i tempi e le modalità di uscita dalle misure speciali ma soprattutto le misure speciali saranno confezionate addosso al testimone e ai suoi famigliari “come un abito sartoriale” per evitare danni e traumi». Danni e traumi che finora, purtroppo, ci sono quasi sempre stati.

Lo scopo dichiarato della proposta, secondo Mattiello, è «aumentare la qualità della vita dei testimoni di giustizia e contenere i costi di protezione».

La proposta di legge della commissiona Antimafia è stata dedicata a Rita Atria, la «giovanissima e coraggiosa testimone di giustizia morta il 26 luglio 1992» affinché «nessun testimone di giustizia debba mai più sentirsi così solo». Sembra quasi un paradosso che la legge scritta, stando alle dichiarazioni della presidente Bindi, per separare finalmente testimoni e collaboratori di giustizia sia dedicata a una persona innegabilmente coraggiosa ma esattamente in bilico tra i due universi.

Vivo apprezzamento al testo della proposta di legge è stato espresso anche dall’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia per tramite del suo presidente Ignazio Cutrò maggiormente perché durante i lavori «ampio spazio è stato dato alle audizioni dei testimoni di giustizia» per cui «le misure di assistenza economica, protezione e reinserimento lavorativo vanno nella direzione da noi voluta» e questo vale «sia per coloro che vivono in località protetta sia per coloro che hanno scelto di non abbandonare la propria terra di origine». Le agevolazioni al reinserimento lavorativo e professionale riguarderebbero soprattutto l’ambito della pubblica amministrazione.

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