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Quando è la magistratura ad attaccare la libertà del cronista

 

Raccontare un’esperienza come questa è dura anche per una come me che in circa venti anni di amore per il giornalismo pensava di averle vissute tutte, o quasi tutte. Siamo troppo spesso abituati a raccontare le storie degli altri, magari cercando di non far trasparire troppo quello che proviamo e pensiamo. Troppo spesso dimentichiamo di esistere come persone, in nome dell’informazione.

Quello che mi è accaduto il 23 settembre scorso non pensavo potesse accadere. E invece sì, è successo. Storia ‘complicata’ di una giornalista professionista, la intitolerei così. Quel giorno sono stata convocata da un magistrato della Procura antimafia di Salerno. Un invito come ‘persona informata sui fatti’ che in gergo significa che non sei indagato e che devi riferire di fatti o circostanze di cui sei a conoscenza. Un invito già strano di per sé, notificatomi a casa da agenti della squadra mobile la sera prima per il giorno dopo. Quasi irrituale. Eppure, non pensavo sarebbe accaduto quello che è accaduto.

Quella mattina sono andata, senza timore, come avevo fatto decine di altre volte per rispondere alle domande di un magistrato. Un’ora di attesa, un po’ di agitazione nei corridoi della Procura di Salerno, neppure quello avevano alzato la mia soglia di attenzione. E’ stato solo entrando in quella stanza di quel magistrato che ho capito che io e lui non stavamo dalla stessa parte. O meglio ho capito che io ero dalla sua parte ma lui non dalla mia. Mi ha avvisato che la nostra conversazione sarebbe stata registrata, ha piantato il registratore sulla scrivania – accanto avevo un dirigente della Squadra mobile di Salerno difronte a me il magistrato – e ho verbalizzato le mie generalità. Normale anche questo. Mi è stato mostrato un mio articolo, scritto tre mesi prima sul quotidiano La città di Salerno, ed è stata pronunciata la domanda ‘fatidica’: “Mi può dire chi è la sua fonte?”. E’ stato naturale per me rispondere con la risposta ‘fatidica’: “Sono una giornalista professionista, iscritta all’albo, numero di tesserino tal dei tali, mi avvalgo del segreto professionale”. E’ stato quello che ha controbattuto quel magistrato che mi ha turbato: “Io scoprirò con tutti i mezzi possibili chi le ha dato quelle notizie”.

Sono uscita da quella stanza cercando di fare in fretta, prendere la mia auto e andare via per prendere mia figlia a scuola. Ma nei pressi del parcheggio mi aspettava un agente della Squadra mobile che – l’ho scoperto dopo – mi aveva seguita lungo il tragitto. E mi aveva fotografato mentre salutavo un vecchio conoscente. Non sapevo ancora che quell’incontro occasionale sarebbe stato ‘pretesto’ per quello che sarebbe accaduto dopo.

Quell’agente mi ha chiesto di seguirlo, o meglio, ha preteso di salire nella mia auto. Mi ha chiesto di non utilizzare il telefono, e mi ha indicato la strada da seguire per andare presso la Caserma Pisacane, sede della Squadra Mobile, per la notifica di un atto giudiziario urgente. Circa mezz’ora dopo i poliziotti mi hanno notificato un ordine di ispezione del mio cellulare per verificare il ‘registro’ delle mie telefonate, le conversazioni whatsapp, la messaggistica e magari le mail. Un’ispezione che avrebbero voluto fare registrando tutto con una telecamera. Sono stati attimi di concitazione, di resistenza fisica e mentale. Ho cercato di spiegare che quel ‘coso’ chiamato cellulare era uno strumento del mio lavoro di giornalista-corrispondente. Ho spiegato che in quel ‘coso’ chiamato cellulare c’era la mia vita personale e professionale e che io non ero indagata, non ero una terrorista, non ero una delinquente.

Ho chiamato il mio avvocato – una telefonata alla quale gli agenti hanno voluto assistere – spiegandogli cosa mi stava accadendo chiedendo conforto ‘giuridico’ su cosa potevo fare in quel momento. Non potevo fare proprio nulla. Ero una cittadina italiana libera, non indagata, che non poteva avere neppure il supporto del suo avvocato. A quel punto sono arrivate le intimidazioni: “Se non ci mostra il cellulare la denunciamo”. Per oltre un’ora e mezza ho pianto, parlato, spiegato che quello che stavano facendo non poteva essere legale. Ma soprattutto non era giusto. Non potevano scoprire le mie fonti, la mia vita personale, senza che un giudice ‘terzo’ lo ordinasse. Resistevo pensando alla mia professione. A quanti in questi anni di durissimo mestiere potevano essersi fidati di me.

Crollavo come donna e come ‘italiana’ per la violenza psicologica che stavo subendo. Crollavano la mia fiducia nello Stato, nella Giustizia, nelle Forze dell’ordine, in quella parte della mia vita personale e professionale in cui ho sempre creduto, rispettato, e per la quale mi sono sempre schierata. Crollava la libertà di stampa. I valori della Costituzione italiana. Ma soprattutto in quel momento avevo, semplicemente, paura. Lo racconto perché penso sia importante riuscire a far capire a chi vive come me, questo amore sviscerato per il giornalismo, per la verità ‘quanto più vera possibile’, col sacrificio e con la passione, che siamo ‘bersaglio’ spesso della gente comune ma mai ci aspettiamo di essere bersaglio di chi la ‘legalità’ la dovrebbe oltre che professare anche praticare.

Quando ho capito, quella mattina, che l’unico modo per ‘resistere’ a quel sopruso era farmi denunciare, l’ho fatto. Mi sono rifiutata di mostrare il mio cellulare. E quindi di rispettare l’ordine di ispezione. E allora, il passo successivo, è stato: “ora che l’abbiamo denunciata le sequestriamo il cellulare”. E così è stato. Sono uscita da quella caserma solo dopo essere stata costretta a lasciare quel ‘coso’ chiamato cellulare. Ero persa. La mia famiglia non sapeva cosa stava accadendo. I miei colleghi al giornale avevano perso le mie tracce. Qualche ora dopo l’inizio dell’incubo mi sono ritrovata in un autogrill con una scheda telefonica tra le dita, regalatami da un addetto alle pulizie al quale devo aver fatto ‘pietà’, e componevo il numero di casa: “Sono stata rilasciata, non vi preoccupate. Torno a casa”. Piangevo di rabbia, mentre guidavo. Mentre pensavo a cosa fare per difendermi da quel sopruso.

Quella sera scrivevo con il mio difensore, l’avvocato Antonio Sarno, un esposto al Csm, al Ministero di Grazia e Giustizia, al Procuratore di Salerno, alla Questura, e cominciava con i miei colleghi e con il Sindacato unitario dei giornalisti la battaglia di legalità, dico io, contro il becero tentativo di violare i principi sacrosanti della libertà di stampa, di tutela delle fonti giornalistiche, del diritto di informare.

Una battaglia durata giorni e diventata sempre più dura. Culminata nella manifestazione che la Fnsi, i miei colleghi de La Città di Salerno con il mio direttore di allora, Stefano Tamburini, hanno organizzato davanti al Tribunale di Salerno il giorno in cui avrebbero dovuto violare quel ‘maledetto’ cellulare.
Una perizia, disposta dalla Procura di Salerno, per accertare con chi avessi avuto contatti nei giorni prossimi alla pubblicazione di quell’articolo, ma anche del giorno in cui ero stata interrogata perché ‘sospettavano’ che – scendendo dalla Procura – potessi aver avvertito il mio ‘presunto’ informatore, fonte di quell’articolo. Storie di assurda follia.
Quella perizia sui miei cellulari (un altro era stato sequestrato presso un centro di assistenza,) è durata due giorni. Partita male anche quella. Il ‘corpo del reato’ (i cellulari, ndr) erano stati trasportati senza essere sigillati. Qualsiasi prova sarebbe emersa, era inutilizzabile. Eppure il tentativo di copiare i dati è stato fatto fino alla fine, nonostante la circostanza fosse stata fatta rilevare da perito che avevamo nominato.

Il tentativo di copiare i dati è stato fatto per due giorni consecutivi fino a quando per problemi ‘tecnologici’ la Polizia postale si è arresa. Ma non quel magistrato che ha disposto una nuova perizia ‘irripetibile’ – anche la prima lo era per la verità – che avrebbe fatto personalmente, accendendo i cellulari ed eseguendo così quel famoso ‘ordine di ispezione’. Ma ancora una volta abbiamo dovuto fargli notare che i telefoni non erano stati sigillati e che nel corso del tentativo di copia i dati potevano essere stati compromessi. A quel punto la Procura di Salerno si è arresa, nel tentativo di scoprire le mie fonti attraverso i cellulari che mi sono stati restituiti.

Resta un procedimento penale nei miei confronti non aver rispettato un ordine di ispezione. Resta un’indagine per scoprire chi è la mia fonte.
Resta l’amaro in bocca per quello che è accaduto. Ma rimane anche e soprattutto la bella battaglia di ideali per la libertà di stampa, per il diritto-dovere sacrosanto della riservatezza delle fonti, per il rispetto di quel codice deontologico che è alla base della nostra professione, fatta dalla Federazione nazionale della stampa, dal presidente Giuseppe Giulietti, dai delegati campani Silvestri e Ausiello, dal direttore Stefano Tamburini, dal mio avvocato e da tanti colleghi che mi sono stati vicini e mi hanno incoraggiato a non mollare. Hanno creduto con me negli ideali di una professione che va sempre di più tutelata da ogni tipo di attacco, anche istituzionale.

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