“Li hanno scoperti dei bambini, mentre giocavano”. Il collega mi racconta di resti umani, dell’ennesima fossa comune trovata alle porte di Damasco.
Scoperta da bambini che si rincorrevano sulla montagna rocciosa, che finalmente vivevano momenti di spensieratezza dopo anni di paura e isolamento, che raccoglievano fiori e ammiravano insetti vari, finché non hanno visto quei teschi, quelle ossa.
Bambini nati e cresciuti durante la guerra, che finalmente giocavano in spazi sinora sconosciuti e proibiti della loro città, del loro stesso Paese diviso per anni da posti di blocco e aree militarizzate. Le conseguenze che oltre un decennio di guerra ha provocato e continua a provocare sulla vita delle persone, dei bambini, sono inenarrabili.
Nel racconto mediatico spesso si predilige la geopolitica e la polemica alla ricerca dei dettagli, del vissuto quotidiano, ma è lì, invece, che bisogna sforzarsi di guardare per ricordarci che parliamo di civili appunto, di esseri umani come noi. Se si smettesse di parlare di entità e si iniziasse a parlare di persone, l’empatia e quindi l’attenzione mediatica, sociale e culturale, diventerebbero più vive.
I popoli smetterebbero di essere masse senza nome, senza sentimenti, senza una storia e le nostre coscienze ci inviterebbero a parlarne con rispetto, umanità, abbandonando un atteggiamento giudicante e paternalista che non è mai costruttivo. Si uscirebbe da quella massa nebulosa che provoca distanza, sospetto e confusione e si guarderebbero gli altri negli occhi. Proprio agli occhi, agli sguardi, sto pensando ora.
Cosa ha significato per quei bambini fare quella scoperta, guardare ancora una volta l’orrore di cui l’essere umano è capace verso i suoi simili? Ad Aleppo, mesi fa, ho assistito all’apertura di una fossa comune nel cuore della città. Pietà per quel groviglio di corpi che sono stati nomi, voci, sguardi, mani e pietà per i pianti, i silenzi e gli sguardi terrorizzati di chi era lì.
La Siria fa i conti con le sue innumerevoli ferite e ci vorranno buona volontà, collaborazione, impegno per provare a curarle. Tempo, forse anni. Ci tornerò perché questo è un racconto umano degno di essere ascoltato.
Qui, da questa parte del mare, osservo e mi interrogo su tante dinamiche che vedo intorno a me. Non salgo sulla giostra degli odiatori e di chi continua a seminare il disprezzo e l’odio verso l’altro, il diverso, di chi preferisce continuare a usare la lente del sospetto invece di quella dell’incontro, e della conoscenza, di chi preferisce spiare dal buco della serratura e ripetere le sue convinzioni per restare in una comfort zone, di chi ha già il suo racconto scritto, in una narrazione funzionale a certe prese di posizione. I
n Siria purtroppo il settarismo ha provocato e provoca ancora ferite profonde, che si infettano, e umanamente credo che sarebbe importante fare tesoro di questo dramma, imparare dalle esperienze di altri popoli e appellarsi ancora di più ai valori fondanti della democrazia invece di invocare conflitti sociali e praticare sempre la strategia della tensione. Sembra sempre l’anno zero e, credetemi, è molto triste.
