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Il suicidio di Tiziana: è tempo di adeguare la giustizia al web

 

E’ proprio arrivato il momento di dire basta. Basta all’impunità del web, dei social, di whatsapp, degli smartphone e di tutto ciò che viaggia sul digitale. Tiziana Cantone è morta, e non è la prima, perché via web qualcuno l’ha spinta a suicidarsi. E forse anche i giornali avrebbero dovuto, prima, non dare risalto a questa orrenda storia, mentre dovrebbero tutti, adesso, seguire passo passo le conseguenze giudiziarie e, se lo trovano, smascherare chi per primo ha fatto girare questo video.

Una donna cade nella trappola di far riprendere in un video un suo rapporto sessuale e scopre poi che qualcuno lo divulga sui social e che diventa come si dice oggi “virale”. Le vergogna, il tentativo di rifarsi un’identità, mentre monta la valanga di insulti con tutto il peggio che la rete – e i social primi all’interno della rete – riesce a tirare fuori dalla parte peggiore dell’umanità. Fino a non farcela più e a decidere di togliersi la vita.

Con grande tempestività il procuratore capo di Napoli, Francesco Greco, ha informato l’opinione pubblica di aver aperto un fascicolo per induzione al suicidio, l’ipotesi di reato più grave formulabile con il nostro ordinamento giudiziario attuale. E sui giudici di Napoli riponiamo le nostre aspettative affinché formulino, attraverso la giurisprudenza, una tipologia di reato innovativa, adeguata alle tante nuove fattispecie di reato che produce oggi il web. Bene ha fatto Enrico Mentana ad apostrofare con il nuovo termine “webeti” la gran parte di coloro che, insultando dietro un alias su internet, credono di farsi una personalità e di avere successo.

Ma tutto è poco di fronte al fatto che una massa di cialtroni, spesso delinquenti, può oggi impunemente condizionare la vita di una persona rimanendo anonima e impunita. No, questo è l’opposto della libertà. Le leggi vanno adeguate al cambiamento dei tempi e questa è l’occasione giusta per farlo. Scoprire i colpevoli sulla rete non sempre è difficile come nella vita reale: scoprirli e punirli con leggi adeguate è ciò che deve fare un paese civile. E una stampa libera deve avere i coraggio di opporsi a questo dilagare di malcostume digitale che arriva alla delinquenza e dovrebbe anche farsi carico di educare i cittadini all’utilizzo corretto dei nuovi strumenti di comunicazione. Diciamo che ci sarebbe qualcuno preposto a fare questa nuova alfabetizzazione di cui si parla da almeno 10 anni: si chiama Rai, dovrebbe essere il servizio pubblico radiotelevisivo.

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