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Tutto iniziò con la morte di dieci operai della Olivetti di Ivrea

 

Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? Così parlava Adriano Olivetti agli operai di Pozzuoli e di Ivrea negli anni ’50 del Novecento. L’ingegnere, ben consapevole delle differenze tra lui e i suoi dipendenti, concepiva la fabbrica come luogo comune di partecipazione, il lavoro come riscatto materiale e spirituale di tutti. Parlava di una vocazione nella vita di una fabbrica inscindibile dalla vita dei lavoratori.

Omicidio colposo. Lesioni. Per questi reati, tredici dei diciassette imputati, sono stati condannati in primo grado dal Tribunale di Ivrea. Tra loro Carlo e Franco De Benedetti  a cinque anni e due mesi, Corrado Passera a un anno e undici mesi. Roberto Colaninno è stato assolto per non aver commesso il reato. È iniziato tutto con la morte di dieci operai della Olivetti di Ivrea, deceduti tra 2008 e 2013 a causa del mesotelioma pleurico provocato dall’amianto e che sembrano essere i primi di una triste serie. Il killer silenzioso rimane nel corpo di chi lo ha inalato anche per 30 anni, poi, quando inizia ad attaccare le cellule umane diventa inarrestabile. Dal 1986 in Italia l’uso dell’amianto è stato regolamentato e con il passare degli anni le restrizioni sono divenute sempre più consistenti. Le persone condannate oggi sono in tutto tredici e hanno diretto o amministrato l’azienda tra 1963 e 1996. In particolare, Carlo De Benedetti è stato amministratore delegato e presidente del cda dal 1978 al 1996. Che l’amianto fosse nocivo si sapeva e per questo motivo il pm Laura Longo aveva accusato i manager di non aver messo in sicurezza gli impianti Olivetti con le dovute bonifiche e di aver inoltre consentito l’uso di un particolare talco, pericoloso e letale per la salute umana.

Carlo De Benedetti ha invece dichiarato: “la salute e la sicurezza dei lavoratori è sempre stata tutelata durante la mia gestione”. Stesse parole usate il 5 ottobre 2015, quando era stato ammesso a giudizio. In quell’occasione aveva anche aggiunto: “sono convinto che il processo stabilirà la mia totale estraneità” rispetto ai decessi. Non è andata come pensava e oggi si dice “amareggiato per la decisione del Tribunale di Ivrea di accogliere le richieste manifestamente infondate dell’accusa”. Aspettiamo le motivazioni della sentenza e vedremo se in Appello, cui l’ingegnere ha presentato ricorso, le condanne verranno confermate o no. Lui la ritiene una “sentenza ingiusta”, il segretario provinciale della Fiom Cgil Federico Bellono invece giudica significativo il fatto che “le pene più severe siano state comminate a chi aveva più responsabilità”.  Intanto, i decessi per amianto continuano e continueranno anche gli accertamenti nei confronti di Carlo De Benedetti.

Ha ragione il sindaco di Ivrea Carlo Della Pepa, a dire che questa sentenza non cambia la storia della Olivetti dell’ingegner Adriano. “Il processo –ha dichiarato- ha fatto luce su quanto è avvenuto in azienda negli ultimi anni. Forse prima c’era più attenzione perché il mondo era più semplice”. In realtà se Adriano Olivetti è rimasto un simbolo nella Storia dell’industria italiana, è stato non per la semplicità del mondo in cui operava ma per le sue capacità dirigenziali e per la modernità del suo pensiero. Quel che è accaduto dopo la sua morte nel 1960, è stata una lenta presa di coscienza del male procurato dall’amianto e da tutte le altre sostanze di cui sono morti e continuano a morire i lavoratori. Se oggi la giustizia riesce a determinare le responsabilità dei singoli, lo dobbiamo anche a tutte le battaglie (soprattutto perse) che da decenni combattono i familiari delle vittime: l’attenzione è molto più alta anche grazie alle continue richieste di giustizia di fronte ad esperienze drammatiche come quelle della Montedison, dell’Eternit e di tante altre ancora. È giusto però guardare al passato, ritornare alle domande che poneva l’ingegnere a se stesso e agli operai: Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Domande quantomai attuali e però troppo spesso ignorate dai contemporanei.

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