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Merloni, Taviani e una certa idea d’Italia

 

Se ne sono andati a quindici anni di distanza l’uno dall’altro, Vittorio Merloni e Paolo Emilio Taviani, e possiamo dire che con la loro scomparsa se n’è andata per sempre una certa idea d’Italia, di politica, di industria e pure di cultura e di rapporti umani. Se n’è andata per sempre l’Italia di Camaldoli, di quel Codice che Taviani contribuì a scrivere, di quei valori resistenziali che difese da giovane partigiano, di quei sogni che avrebbero animato e corroborato una classe dirigente capace di trasformare un paese agricolo e distrutto dalla guerra in una nazione cardine del G7 e, successivamente, del G8.

Taviani, genovese, classe 1912, scomparso a ottantotto anni nel 2001; Merloni, marchigiano di Fabriano, scomparso a ottantatre anni nella sua città natale, al termine di una vita spesa interamente a favore di quell’industria, oggi denominata Indesit, che ha attraversato quasi un secolo di storia e segnato una pagina importante nella crescita e nello sviluppo italiano.

Merloni e Taviani: due uomini di cultura, due appassionati di politica, due idealisti che mancano anche a chi non si riconosceva nelle loro idee ma ne apprezzava comunque l’apertura mentale, l’amore per il confronto, l’onestà intellettuale e amministrativa, la passione civile e l’impegno al fine di rendere migliore la comunità nel suo insieme.
Perché questa è stata la loro caratteristica principale: la capacità di tenere insieme contesti differenti, di rispettare il prossimo, di valorizzare le diversità, di considerare gli operai, gli umili e i deboli come una parte essenziale della società e il desiderio di elevarli, di prenderli per mano, di aiutarli a migliorare la propria condizione esistenziale e di includerli in un progetto collettivo di riscossa e di rinascita.

La migliore imprenditoria e la migliore politica, unite, anche grazie all’impegno del fratello di Vittorio, Francesco, sia nella Democrazia Cristiana sia al governo sia, infine, nell’approfondimento e nell’analisi storica, economica e sociologica tramite l’Agenzia di Ricerche e Legislazione (AREL), cui diede vita nel 1976 insieme a Beniamino Andreatta e ad alcuni tra i più importanti esponenti della sinistra democristiana: da Romano Prodi a Ferrante Pierantoni, senza dimenticare Roberto Ruffilli, Adriano Bompiani, Umberto Agnelli e altri eredi di quella scuola di Camaldoli che fu alla base della Costituzione e della ripresa dell’Italia nel dopoguerra e che seppe opporsi sempre con coraggio alle derive populiste e agli eccessi di tutte le stagioni, chiunque fosse a rendersene protagonista.

Due personaggi eminenti della nostra storia, apprezzati forse più dagli avversari che dal proprio stesso mondo, stimati al di là della propria collocazione politica, dei propri ideali e della propria visione complessiva dei problemi, per il semplice motivo che era impossibile non apprezzarne la serietà, il rigore, la meticolosa applicazione, la saggezza nel precorrere i tempi e la determinazione nel difendere la propria concezione delle cose, senza mai cedere alle mode e alle vulgate di una falsa modernità priva di valori.

Si incontreranno, probabilmente, lassù e da galantuomini d’altri tempi quali erano si stringeranno la mano, lasciando a noi il rimpianto per un vuoto destinato a non essere colmato, per una sapienza antica e purtroppo ormai perduta, per un’abilità nel comporre i conflitti della quale avremmo più che mai bisogno, per una lungimiranza di cui s’è smarrita ogni traccia e che era stata, invece, la carta vincente dei decenni in cui questo Paese era tornato a volare dopo tanta barbarie e tanto, sconsiderato odio.
Come capita solo ai grandi, ad essere più dispiaciute per questi lutti sono state le controparti, coscienti del fatto che di rivali così forse non ne nasceranno più ma, soprattutto, intente a riflettere e a interrogarsi se davvero un Merloni e un Taviani fossero poi così avversari. E la risposta è no, perché non si può essere avversari di chi ha speso l’intera esistenza per costruire una comunità di destino, includendo e accogliendo nel proprio progetto anche chi la pensava diversamente e amava il confronto libero e senza pregiudizi.

Di fronte a un Merloni e a un Taviani, dopo un po’, si capiva di essere dalla stessa parte della storia, al servizio del prossimo, in netto contrasto con ogni esagerazione e violenza.
Un pensiero colmo d’addio a quell’idea di un’Italia orgogliosa, partigiana e proiettata verso il futuro che ci ha reso grandi nel mondo e della quale l’attuale classe dirigente non sembra sufficientemente in grado di farsi interprete.

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