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Il seme di Borsellino non è andato perso

 

In quel primo pomeriggio di luglio inoltrato, una Palermo sopita dalla calura dell’estate viene svegliata brutalmente da un boato. Un altro boato, uno di quelli che troppo spesso negli ultimi tempi segnano la città. In Via D’Amelio una Fiat 126 esplode: i novanta chili di tritolo fanno quello che devono fare e uccidono Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Era almeno dal settembre dell’anno prima che Cosa nostra aveva in mente di far fuori il giudice e c’era riuscita, quel 19 luglio, sorprendendolo mentre, da uomo e non da giudice, andava a trovare la madre settantenne. Palermo, la Sicilia, l’Italia perdono un’altra testa eccellente dell’antimafia. La verità è che perdono e basta. Dopo l’uccisione dell’amico prima che collega Paolo Falcone, avvenuta appena due mesi prima, con la morte di Borsellino qualcosa si spezza. Con la morte di Borsellino una smorfia compiacente si dipinge su quella fetta di Italia malata convinta di corrodere l’azione dell’antimafia. Agli altri restano gli occhi lucidi e l’amaro in bocca. Ha però fatto male i conti, Cosa nostra, che – nonostante il suo fare impeccabile in fatto di sentenze di morte – ha tralasciato un dettaglio importante: la memoria non si uccide. L’aveva già fatto con Falcone, ma i tempi non erano ancora maturi per comprendere quanto fosse stato “futile” mettere fine alla vita di due magistrati così. Non ho visto la colonna di fumo nero segnare il cielo di Palermo quel 19 luglio del ’92, come non ho visto i telegiornali che passavano le immagini crude di quelle lamiere accartocciate e dei lenzuoli bianchi a terra. Ventitré anni dopo, però, chiunque è consapevole del fatto che la disperazione di quel pomeriggio di luglio e quel fumo tra i palazzi sono l’emblema di un sacrificio ingiusto e inaccettabile di un uomo morto perché faceva troppo. “La mafia uccide quando ha paura”: a caratteri cubitali qualcuno, fuori da un liceo, a dispetto delle regole, ha voluto ricordare a tutti che la morte di Borsellino, quella di Falcone, quella degli uomini delle scorte e di tutte le altre vite spezzate dalle mafie altro non sono che il frutto di una vigliaccheria calcolata. Ventitré anni dopo l’eredità di Paolo Borsellino è conservata intatta. In una delle ultime interviste, rilasciata all’indomani della morte di Falcone, Borsellino dice una cosa importante: “Ho temuto, nell’immediatezza della morte di Falcone, in una drastica perdita di entusiasmo nel lavoro che faccio. Fortunatamente se non dico di averlo ritrovato, ho almeno ritrovato la rabbia per continuare a farlo”. Quello che abbiamo imparato da Paolo Borsellino è il saper coltivare una rabbia che si faccia dovere morale, un’indignazione che diventi impegno. Ventitré anni dopo, le parole di Paolo Borsellino, quelle più sane, quelle più belle, diventano concretezza nell’azione di tanti. Ogni giorno ci scontriamo con la brutale verità di un assetto societario ancora fortemente colpito dal cancro delle mafie. Allo stesso tempo si avverte determinata la presenza di un’antimafia che risponde con durezza. Un’antimafia che non è per forza di cose quella ortodossa delle istituzioni, ma è quella che potremmo definire antimafia dal basso: movimenti e associazioni di cittadini che scelgono il contrasto alla criminalità organizzata e la lotta per la legalità come impegno quotidiano. Borsellino, infatti, era convinto che sconfiggere le mafie non significasse mettere in atto una “distaccata opera di repressione”, ma piuttosto promuovere la nascita di “un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. Un occhio pigro si limiterebbe a vedere un cancro le cui metastasi, impazzite, danno per spacciato un Paese che di mafia è pronto a morire. Un occhio attento scorge l’antidoto nella bandiera di un’antimafia che è impegno e memoria. Paolo Borsellino non resta solo un “mito” dell’antimafia di facciata, ma diventa il volto di tutti coloro che hanno scelto di abbracciare quella fede e di farne un pane quotidiano. Il retaggio del magistrato palermitano è quello di aver formato le coscienze di tanti, di averle preparate con consapevolezza ad una lotta che è anche sacrificio, ma per cui vale la pena mettersi in gioco. Perché salvare “questa nostra terra bellissima e disgraziata” dalle mafie significa salvare noi stessi e i nostri figli da una schiavitù che porta il nome e il cognome dei boss che storpiano la terra che calpestiamo. Il seme di Borsellino non è andato perso: cresce e si nutre della partecipazione di chi crede in quegli stessi ideali che non l’hanno risparmiato. Nessuna banalità quando si parla di coscienze, nessuna retorica vuota: sì, le idee di Paolo Borsellino camminano sulle nostre gambe e continueranno a farlo fino all’ultimo. È celebre la frase che vede Borsellino rivolgersi a Falcone pensando al discorso che avrebbe tenuto in chiesa in occasione del suo funerale: «In questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti: uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge». Allora, caro Paolo, ti faresti una risata nel sapere che siamo testa di minchia pure noi.

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