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Sono tutti gli italiani a essere colpiti da quell’insulto

 

“Era una battuta”. “Non intendevo offendere”. “Si inseriva in un ben più articolato e politico intervento di critica al ministro e alla sua politica”. Così si difende Calderoli per aver insultato la Ministra della Repubblica Cécile Kienge, definita simile a un orango. Una difesa che, se possibile, è peggio dell’insulto stesso. Le più alte cariche istituzionali hanno stigmatizzato il fatto. Ma non basta. Il razzismo deve essere fermato come deve finire l’attacco continuo alle donne delle istituzioni. “L’articolato e politico intervento di critica al ministro” contro la legge dello ius soli si è risolto in un attacco personale, violento, razzista e sessista. Contro una donna, contro una nera. Il vice presidente del Senato si è scagliato contro di lei perché non tollera che Cécile Kienge rivesta il ruolo di ministro. E lo ha fatto con l’unico linguaggio che conosce: quello degli insulti, dell’attacco personale, della violenza, dell’offesa. Un linguaggio per scaldare i militanti della Lega che partecipavano al suo comizio. “Era un discorso da comizio” ha detto.

Ha ragione la ministra Kyenge a dire che le parole di Calderoli non sono un’offesa personale ma un’offesa per tutto il paese. Sono tutti gli italiani a essere colpiti da quell’insulto. È tutto il paese che ne esce svilito e umiliato. Nessuno può usare un linguaggio razzista. Ancor di più un rappresentante delle istituzioni. Perché sono le istituzioni che perdono di credibilità, di autorevolezza, di dignità.  Perché il razzismo si alimenta di queste cose. Perché l’Italia è un paese democratico che non può essere rappresentato da chi non crede nell’uguaglianza delle persone. Ancora una volta dalla ministra Cécile Kienge è arrivata una lezione di civiltà e di dignità per tutti noi.

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