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Costituzione, riformarla non storpiarla

 

Alla Costituente, la Commissione dei 75 lavorava in concorde anche se faticosa sintonia; ma quando passava all’altra parte del suo lavoro,  cioè i  compiti politici-legislativi, ciascun partito era se stesso. E in ognuno c’erano le diversità, anche se non platealmente sbattute in faccia ai passanti. Pensi alla differenza tra De Gasperi e Dossetti, tra Togliatti e Terracini. Proprio per ricordare che la riforma della Costituzione deve procedere a passo di alpino e non  di bersagliere, è sorto un comitato di associazioni che si sono rivolte ai 630 deputati per ricordargli che abbiamo bisogno di cadenze certe e non di piume al vento. Sono: l’Associazione per la democrazia costituzionale, i Comitati Dossetti per la Costituzione, l’Associazione nazionale giuristi democratici, Articolo 21. Giuristi, costituzionalisti, magistrati, politici, giornalisti. Il presidente di questo network, che è il magistrato di Cassazione Domenico Gallo, fa presente in una lettera ai deputati che “incidere sul principio di rigidità del procedimento di revisione” costituisce una “grave scorrettezza costituzionale”. Insomma, se la Costituzione avesse voluto ripetere l’esperienza dello Statuto Albertino, o costituzione elastica, non avrebbe sentito il bisogno di porre sulla via dei “revisori” il macigno del 138: proprio perché il passo cadenzato del riformatore porta lontano e risparmia, se possibile, scivolate. Sappiamo che la  legge istitutiva della commissione bicamerale, approvata dal Senato, dovrebbe avere il sì della Camera entro luglio. Una “procedura da urgenza”, mentre tutti sappiamo che molte riforme istituzionali poterebbero cominciare dagli interna corporis. Caso tipico: l’immediato taglio delle spese parlamentari). Invece si preferisce contraddire la stessa filosofia del 138 e la vigilanza democratica. E aggiungiamo che materie escluse dalle competenze bicamerali, come quelle sulla giustizia, tornano alla bersagliera in parlamento e in qualche referendum, aprendo problemi non risolti:  per esempio, come si concilierebbe la responsabilità civile del magistrato con la terzietà del giudice? La Costituzione – ci ricorda Gallo –definisce “l’identità di un popolo”. E se talvolta sembra perderla (vedi catastrofe dello Stato di diritto e delle guarantigie nella deportazione delle due donne kazake), è necessario ricordargli d’aver messo (male) le mani nella propria identità, invece di eccitarlo a dare altri colpi, come nell’arena dei tori. Intanto, fra i componenti della commissioni quelli entrati “presidenzialisti” erano il 70 per cento, ora si sarebbero ristretti al 40. A conferma che non si può supplire alle deficienze del presente immaginando miracoli futuri, ma migliorando (subito) quel che c’è.

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