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L’agenda rossa di Borsellino e altri misteri

 

Il mistero se possibile a distanza di ventun anni si infittisce. Perché non si tratta ormai solo di sapere che fine abbia fatto l’agenda rossa da cui Paolo Borsellino non si separava mai. Si tratta ora di sapere perché e da chi è stata fatta sparire. Nel corso del processo per la strage di via D’Amelio che costò la vita al magistrato e alla sua scorta, sono stati mostrati spezzoni di filmato amatoriale dove emerge chiaramente che un ufficiale dei carabinieri, il colonnello Giovanni Arcangioli prende in consegna la borsa del magistrato: “Non so dire come e perché avessi la borsa del giudice Borsellino”, dice Arcangioli, e sostiene che ricorda molto poco di quei momenti convulsi.

Già, ma il filmato mostra che Arcangioli porge la borsa ad un’altra persona, presumibilmente un collega, o comunque funzionario di qualche apparato statale; la stessa  borsa che poi viene ritrovata – vuota – dentro la carcassa dell’automobile del magistrato. Questo via vai della borsa già di per sé fa pensare: la si prende in consegna, la si dà a qualcuno che non si sa bene chi sia, e poi ricompare esattamente là, da dove era stata presa… Ad ogni modo diamo pur per buono quanto dice Arcangioli che ha smarrito la memoria di quei momenti, che si dice frastornato e confuso, che solo ricorda “l’odore e la desolazione. Poi ho solo dei flash”. Ma chi da lui ha ricevuto la borsa non può aver dimenticato questo particolare importante; eppure per ben ventun anni ha taciuto. E continua a tacere. Perché lo ha fatto e lo fa, e che fine abbia fatto l’agenda, è l’interrogativo che attende di essere sciolto. Cosa c’era scritto in quell’agenda, così grave da farla sparire?

A proposito di borse. Anche il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ne aveva una, dalla quale non si separava mai. Probabilmente l’ha con sé anche la sera del 3 settembre 1982, quando viene ucciso assieme alla moglie e all’agente di scorta. Cosa conteneva quella borsa, e soprattutto che fine ha fatto? La prima domanda non ha risposta. La seconda sì. L’hanno trovata, qualche settimana fa, in un ufficio del tribunale di Palermo. Vuota. Cosa abbastanza normale: il contenuto di quella borsa è logico che sia stato attentamente valutato, ove vi fosse qualcosa al momento della consegna della borsa in procura. Ma deve pur esistere – e non dev’essere difficile trovarlo – un verbale dove si reperta il contenuto della borsa, o quantomeno si mette nero su bianco chi l’ha consegnata, e che non conteneva nulla…E’ rischioso andare appresso agli anonimi ma si ricorderà che della borsa parla un dossier anonimo fatto circolare tempo fa: vi si sostiene che sarebbe stato un carabiniere a trafugare la borsa, con dentro documenti scottanti relativi a indagini condotte da Dalla Chiesa. L’anonimo appare molto bene informato, ed è ancora da capire se si tratta dell’ennesimo mistero o di un polverone per occultare altro.

Borse e misteri. Recava con sé cinque borse Aldo Moro, quando venne rapito. Alcune le presero i brigatisti; di altre si è persa traccia. Mistero, si ricorderà, anche la borsa di Roberto Calvi, in fuga in Inghilterra dopo lo scandalo del Banco Ambrosiano. Si è favoleggiato di documenti in grado di provocare un terremoto politico-finanziario. La borsa viene poi ritrovata dal senatore missino Giorgio Pisanò, e consegnata a Enzo Biagi che la mostra durante una puntata di una sua trasmissione televisiva. Naturalmente qualcuno l’aveva prima svuotata.

Dell’agenda rossa abbiamo detto; ma non è la sola cosa scomparsa: per esempio non si sa che fine abbiano fatto i file e la memoria dei computer di Giovanni Falcone lasciati nel suo ufficio al ministero di Giustizia e in quello dell’abitazione palermitana…

Borse che scompaiono e ricompaiono, vuote; agende sparite, documenti che chissà che fine hanno fatto. Più che per l’accumulo dei fatti, metodo caro a coloro che un tempo venivano definiti “pistaioli”, siamo convinti che il metodo da seguire sia quello della loro scarnificazione, eliminare via via quello che non regge, e concentrarsi così sull’essenziale. Però la sola cronologia dei fatti cui abbiamo fatto cenno (e sicuramente qualcun altro ne abbiamo dimenticato) non può che inquietare e lasciare l’amaro in bocca.

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