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“Assassini…” Lo straziante grido di dolore di Oriana-Monica

 

Quando il sipario si alza la vedi lì, quasi eterea, icona di una donna che all’intelligenza ha sempre abbinato un’inconfondibile sensualità. La finestra sul mondo che lei aveva visto tante volte si apre con la proiezione di un video, il famoso augurio di buon compleanno che Marilyn Monroe rivolse al presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy davanti a milioni di persone. Poi appare lei. Cappotto lungo maculato e occhialoni scuri pronta a sputare veleno sui potenti della terra (ma “c’è una bella differenza – precisa alla giornalista che la incalza con le domande – tra potenti e uomini al potere”) che ha intervistato: “Tra i cinque stronzi più potenti che ho intervistato metto Kissinger, che un giorno affermò che l’unico errore della sua carriera fu l’intervista alla Fallaci”.

Eccola Oriana Fallaci. Eccola, grazie a chi riesce a infonderle ancora vita sul palcoscenico: Monica Guerritore, meravigliosa interprete, regista e autrice di “Mi chiedete di parlare”, in scena al Teatro Eliseo di Roma fino al 26 maggio (con Lucilla Mininno, ricerca e raccolta materiali biografici Emilia Costantini, collaborazione alla regia e autore video Enrico Zaccheo, luci Pietro Sperduti). Un simbolo del coraggio al femminile, una donna, una giornalista e una scrittrice che fece del suo lavoro una missione. E che, in nome di quello stesso lavoro, ha sacrificato talvolta i suoi affetti più cari, calpestando territori insanguinati dalle guerre in ogni parte del mondo. Ma senza mai abbassare la testa, nemmeno quando si ritrovò a guardare negli occhi – gambe incrociate, penna e taccuino in mano – uno dei più grandi dittatori della terra. Si rivede –Oriana-Monica – nella tenda di Khomeini, dove le impongono di mettere il velo. “Me lo strappai, come a significare: non mi metterete un cencio sulla faccia!”. “Perché – continua rivolgendosi al pubblico femminile – quando sei una donna devi combattere di più e devi vedere di più, pensare di più, essere sempre di più…è una questione di sopravvivenza”.

Una vita avventurosa, quella dell’autrice di tanti best seller, invisa a molti per la sua caparbietà, per la forza della denuncia, per l’odio verso il fondamentalismo islamico che la Guerritore fa rivivere non solo nella naturale esteticità che la fa assomigliare in maniera impressionante alla Fallaci, ma soprattutto nell’animo, nel lato più spiccatamente umano di una giornalista che è stata scomoda per molti. “Tutto nella mia vita è stato avventura”, ricorda. E, in primo piano, la straordinaria capacità di far vedere alla gente ciò che lei stessa vide coi suoi occhi: “A quello che vedo cerco di ridare corpo, sapore, anima”. La Fallaci della Guerritore è, infatti, quella che racconta finanche dell’odore dei limoni usati come disinfettanti in un obitorio di un paese in guerra. “Quella per me è la realtà, non la fotografia piatta di un fatto che non significa nulla”. Parole che invitano a riflettere su cosa dovrebbe essere il giornalismo, spesso solo una sterile ricostruzione di fatti, luoghi e persone.

La regista-interprete rende alla perfezione questo pensiero. E lo fa con l’umanitas che sprigiona dal cuore di Oriana, che afferma: “Racconto la storia nell’istante in cui accade”. Non semplice inviata di guerra, ma testimone in prima persona di “tante fottutissime guerre che hanno seviziato la mia vita”, rimarca con forza. Una forza che le è stata inculcata sin da piccola, come sottolinea nel dolce ricordo del padre: “Una bambina non piange”, le diceva. “Da allora – ricorda lei – non ho mai più pianto”. La professione si intreccia con la vita privata, quando si ammala di cancro dopo aver respirato il fumo dei pozzi di petrolio bruciati in Kuwait, la “nuvola nera” che cita più volte. O come toccante è la citazione di un passo di “Lettera a un bambino mai nato”, un atto d’amore per la vita intriso di dolore e rabbia: “Io temo il niente, il non esserci, il dover dire di non esserci stata, sia pure per caso, sia pure per sbaglio, sia pure per l’altrui distrazione”. O quando ti trafigge il cuore il pathos nella voce della Guerritore nel raccontare l’orrore dei morti negli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001: “La gente per non morire bruciata viva rompeva i vetri delle finestre, le scavalcavano e si buttavano giù…Io pensavo di aver visto tutto della guerra, ma ho sempre visto gente che muore ammazzata non ammazzandosi…”.

Straziante è il grido di dolore di Oriana-Monica che commuove gli spettatori lanciando un urlo al cielo: “Assassini! In nome di quale Allah misericordioso massacrate migliaia di esseri umani?”. E ancora: “La rabbia è quello che avevo dentro, che volevo vomitare, e che poi ho imparato a dominare”. Il sipario si chiude con Oriana che svela agli spettatori il perché del suo nascondersi dopo la scoperta della malattia. Raggiante l’attrice-regista ringrazia il pubblico: “È stata una grande esperienza. In palcoscenico non si finge. Una donna non muore mai se un’altra donna le ridà respiro. Con questo spettacolo abbiamo ridato luce ai tanti piccoli angoli bui della vita di Oriana”. Allora, grazie signora Guerritore. Grazie per averci fatto “incontrare”, ancora una volta, Oriana Fallaci. E per aver fatto commuovere, per una volta, un giornalista. Ogni tanto succede anche a noi.

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