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A Perugia nel ricordo dei colleghi uccisi e per la sicurezza degli inviati nel mondo

 

La Giornata della Memoria dei giornalisti uccisi dalle mafie e dal terrorismo è una ricorrenza che l’Unci celebra da sei anni  in collegamento con la Giornata mondiale della libertà di stampa, deliberata  20 anni fa dall’Onu. La Giornata mondiale quest’anno si tiene a San Josè di Costarica all’insegna dello slogan Safe to Speak : Sicuri quando si parla, garantire la libertà di espressione in tutti i Media. E’ un appuntamento inserito nel Piano di azione Onu sulla sicurezza dei giornalisti  e si focalizza sull’assicurare la sicurezza fisica – solo l’anno scorso sono stati 121  i colleghi uccisi in tutto il mondo – ma anche la sicurezza psicologica, contro l’alto livello di impunità per chi compie crimini contro la libertà di stampa. Anche noi siamo afflitti da questo grave problema, in questo particolare momento in Siria: del collega Domenico Quirico della Stampa non sia hanno notizie da più di 20 giorni, poco tempo fa sono stati liberati, fortunatamente incolumi, dopo un sequestro di una decina di giorni, Amedeo Ricucci, Elio Colavolpe, Andrea Vignali e Susan Dabbous.

A chiedere di  perseguire ovunque e in modo efficace i delitti contro i giornalisti, tutti e sempre,  sono in molti, a partire dal Segretario dell’Onu, Bang Ki-Moon, perchè riconoscono che “una stampa libera e indipendente è uno dei fondamenti della pace e della democrazia”.  In ripetute sentenze la Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo, e anche la nostra Cassazione, hanno definito i giornalisti come i “cani da guardia della democrazia”, e come tali da sostenere e tutelare nella loro attività.

Questa di Perugia è una Giornata di impegno e mobilitazione: il doveroso omaggio ai colleghi che alla libertà dell’informazione hanno sacrificato la vita, o sono stati gravemente feriti, si coniuga con il sostegno ai molti, troppi, giornalisti che nella loro attività quotidiana, al Sud, al Centro e anche al Nord, subiscono offese, minacce, intimidazioni, e con la rivendicazione del pieno e libero esercizio della professione e del diritto dei cittadini ad essere informati in modo corretto, completo e tempestivo di tutto ciò che accade nel Paese, secondo quanto riconosce loro la Costituzione. E ai colleghi che all’estero sono stati uccisi o corrono gravi rischi.

La Giornata è nata perché ci siamo resi conto che non esisteva in Italia un’unica e unitaria commemorazione dei colleghi uccisi. A ciascuno sono dedicati premi, fondazioni, manifestazioni individuali. Mancava il senso corale del prezzo molto, troppo, alto che la professione ha pagato alla libertà di informazione e al diritto-dovere di cronaca.  La prima Giornata si è svolta a Roma, in Campidoglio, la seconda a Napoli, poi siamo stati a Milano, Genova, Palermo. Quest’anno a Perugia grazie all’impegno dei cronisti umbri e dell’Associazione Stampa e dell’Ordine dei giornalisti dell’Umbria.

La tutela dell’informazione  è essenziale perchè, è il caso di puntualizzarlo, non ha altro scopo, altra missione, che di informare i cittadini di ciò che accade, in modo che possano fare le loro scelte di cittadini essendo informati. Il presidente Oscar Luigi Scalfaro  ci ha ripetuto decine di volte che il valore sociale del giornalista sta nel riferire “il fatto”, senza appesantirlo, ne tantomeno, pennellarlo di rosa. “Il fatto è il fatto – diceva- e neanche DomineDio può cambiarlo”, se vi attenete ai fatti sarete in grado di “mantenere la spina dorsale dritta”.

Quello della verità e della giustizia per i delitti contro i giornalisti è un tema aperto anche in Italia. Molti, troppi crimini sono rimasti impuniti. E molti, veramente troppi, sono stati i colleghi vittime della violenza.  Il loro è stato un impegno e un sacrificio estremo. Nessuno aveva la vocazione dell’eroe, ma tutti non si sono mai accontentati della versione ufficiale o di comodo degli avvenimenti. Hanno fatto giornalismo d’inchiesta, sono andati a vedere di persona, hanno raccontato cose che gli altri non vedevano o non volevano vedere. Sono stati animati da carica ideale ed etica e da passione civile. Hanno interpretato il giornalismo come  veicolo e  garanzia di progresso sociale e democratico.

Costituiscono un monito ma anche un ancoraggio per i cronisti e i giornalisti di oggi. Che in molte, troppe zone del nostro paese, sono sottoposti in modo quasi sistematico a intimidazioni, minacce e attentati. La loro tutela  in primo luogo nasce dalla conoscenza, letteralmente  dalla “messa in piazza” della loro vicenda. Ma questo ovviamente non basta: i cronisti sono additati spesso, in modo  falso e strumentale, come i responsabili di tutto ciò di male che accade in Italia. I cronisti non lo sono di certo. Hanno, come tutti, colpe e responsabilità, ma mediamente sono abbastanza onesti ed eticamente motivati. Il loro impegno ha prodotto e produce più risultati positivi di quelli negativi. Senza la libertà di stampa e l’esercizio coraggioso e determinato del diritto-dovere di cronaca, la nostra società sarebbe peggiore, più chiusa, più ingiusta.

E’ per questo che i cronisti, tutti i giornalisti e i loro organismi rappresentativi sono protesi a difendere strenuamente l’autonomia dell’informazione da tutti coloro che cercano di negarla o di piegarla ai propri interessi: criminalità organizzata e comune, potenti di ogni genere, legislatori occupati più a creare ostacoli al racconto della verità che a favorirlo, magistrati inquirenti che pretendono di regolare il rubinetto dell’informazione. Adesso si sono aggiunte frasi e atteggiamenti farneticanti di chi pretende di rappresentare l’intera Nazione perché ha qualche collegamento digitale e un pugno di parlamentari. Anche se fosse, chiunque deve rispettare l’educazione, l’opinione altrui, il lavoro dei tanti giornalisti che si impegnano onestamente nel loro compito determinante per una democrazia.

Spesso in risposta agli allarmi di Unci, Fnsi, Ordine, i politici, gli amministratori, coloro che detengono un qualche potere, economico, sociale, scrollano le spalle. E sbuffano: ma che vogliono questi giornalisti ? L’Italia è un Paradiso, tutti siamo liberi, i giornali scrivono quello che vogliono, le televisioni fanno programmi contro il governo, le radio vanno a voce libera. Ma le cose non stanno affatto così.

Nella graduatoria 2013 di Reporters sans frontieres l’Italia è collocata al 57/mo posto. Nel Newseum di Washington c’è un enorme pannello murale con le nazioni colorate a seconda del grado di libertà della stampa: l’Italia è in giallo, al livello intermedio,  come le Nazioni sudamericane e buona parte di quelle africane. Ecco perchè l’Unci rinnova e rafforza manifestazione dopo manifestazione il suo impegno a difendere il diritto-dovere di cronaca e la libertà di stampa contro i troppi che  dicendo di rispettarne il lavoro vorrebbero in realtà far tacere i giornalisti. In questo difficile compito l’Unci ha sempre trovato, e sono certo che continuerà a trovare, il sostegno di quanti tengono a preservare i fondamenti della nostra democrazia. Di coloro che intendono far sì che  la frase –   “Liberi di informare, liberi di sapere” – coniata dai cronisti lombardi per la dura lotta contro il ddl Alfano sulle intercettazioni mantenga tutta la sua validità. Anche adesso che , in modo inopinato la questione delle intercettazioni e della limitazione del diritto di cronaca torna d’attualità poiché secondo i Saggi nominati dal Presidente Napolitano “Le intercettazioni devono essere uno strumento di ricerca della prova e non del reato. Occorre inoltre porre limiti alla loro divulgazione, perché il diritto dei cittadini a essere informati non costituisca il pretesto per la lesione di diritti fondamentali della persona”.

La categoria su questi temi non ha fatto sconti a nessuno, né a Mastella, né ad Alfano. Non li farà neanche al prossimo proponente. E la presenza a Perugia di Giovanni Rossi e Franco Siddi, presidente e segretario generale della Fnsi, e di Giancarlo Ghirra, segretario dell’Ordine nazionale dei giornalisti, testimonia che su difesa dell’informazione e tutela dei colleghi l’intera categoria è unita e compatta

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