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Papa Francesco. “La fine del mondo” per la Chiesa di Roma?

 

I segni spesso sono fondamentali e premonitori. Non tanto le profezie di Malachia e di Nostradamus, che vanno decodificate e interpretate, fino a sciorinare segreti ancora più ermetici: il tutto e il contrario di tutto! Il nuovo Vescovo di Roma, colui che viene “dalla fine del mondo”, come si è definito Papa Francesco, l’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, ha fatto la sua apparizione “urbi et orbi” dal balcone centrale di San Pietro esponendo alcuni segni/segnali inequivocabili del suo pontificato.

Si è affacciato senza stola e mozzetta, paramenti storici del potere papale, ma vestito di bianco, evidenziando quindi non una “regalità”, tipica del Sommo Pontefice, sovrano a vita, indiscusso “Papa-re” che dal trono di Pietro sentenzia la sua infallibilità. Al collo un semplice crocifisso di acciaio e non d’oro, come vuole la tradizione della Compagnia di Gesù, cui lui appartiene. Si è proclamato il “Vescovo di Roma” e ha chiesto l’aiuto del suo vicario, che ha voluto presente sul balcone, evento mai accaduto finora.

Ha invocato, inchinandosi, la benedizione del suo “popolo” romano, prima di dare lui stesso la benedizione con l’indulgenza plenaria. Segno indiscutibile di essere il “pescatore” al timone della barca/Chiesa insieme ai fratelli pescatori: sarà lui a guidare e a far gettare le reti, ma saranno anche gli altri ad aiutarlo nella “pesca delle anime”.
Ha pregato prima ancora di iniziare il suo pontificato. Ecco, in questo atto sta il significato più recondito di questo Papa Francesco. Quando alcuni cristiani si incontrano nel mondo, tra le traversie terrene che intendono affrontare insieme, quello investito della missione sacerdotale, come per chiedere aiuto a Dio e rinforzare l’identità della comunità, invoca il Padrenostro. Francesco ha voluto lanciare un messaggio: di fronte alle difficoltà chela Chiesasi trova ad affrontare, agli scandali interni della Curia vaticana, all’aggravarsi delle ingiustizie e della povertà nel mondo, la comunità cristiana (non solo i cattolici, quindi!) si riunisca attorno alla preghiera fondamentale che li accomuna.

Da qui un cammino ecumenico, guidato dal Vescovo di Roma e dalla sua comunità insieme alle altre  “comunità sorelle”, che finora non riconoscevano la supremazia del Papa, ma che di fronte ad un “Primus inter pares”, ad un Vescovo scevro dei paramenti pontifici, potranno affrontare il difficile cammino della riunificazione, fin qui bloccata proprio da secoli di simbologia ostativa vaticana e curiale.
Su questo cammino “cristologico”, Francesco intende quindi seguire la strada tracciata dal suo predecessore Papa Ratzinger, dimessosi proprio perché impossibilitato a riformare dalle fondamenta la Chiesa e che, prima di “abdicare”, ha richiamato tutta la comunità cattolica a riprendere il significato e i valori autentici del Concilio Ecumenico Vaticano II.

Anche il suo invito rivolto al rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, perché sia presente alla messa d’incoronazione il 19 marzo, Festa di San Giuseppe (il più “ebreo” dei santi cristiani), racchiude in sé un messaggio ecumenico nelle parole e nelle sue convinzioni. I “fratelli maggiori”, come lì definì Giovanni Paolo II, chiedendo scusa per le persecuzioni al popolo di Israele, sono nell’immaginario di questo Papa i nostri semi di vita, le nostre radici, tanto da “venerare” un quadro simbolico di Marc Chagall, la “Crocefissione bianca” del 1938, dove un Cristo in croce sconfitto, campeggia al centro di più eventi drammatici che ricordano i pogrom e preconizzano la futura Shoah. Un Cristo umanizzato e reso ancor più “ebreo” in quanto indossa una  tunica bianca con le righe nere, tipico della religione giudaica.

Segnali di discontinuità con la liturgia e le ritualità passate che Francesco ha lanciato anche durante la prima messa “di ringraziamento” ai “confratelli cardinali” dentro la cappella Sistina, rinunciando al trono e pronunciando l’omelia non dalla sedia pontificale, ma dal semplice scranno riservato ai padri concelebranti.
Altri due simboli, infine, hanno la loro forza di penetrazione nell’immaginario collettivo: la scelta del nome, Francesco, in onore del “Poverello di Assisi”, e la provenienza dalla Compagnia di Gesù.

Dopo quasi mille anni, lo spirito di San Francesco entra nella Chiesa di Roma, sotto le sembianze del Papa. Quella Chiesa che osteggiò in vita Francesco e che poi ne accettò la dura “Regola”, ma che sempre ha messo ai margini gli ideali e  le scelte “politiche” dei francescani. Dopo mille anni,la Chiesatenta una riconciliazione con la fraternità più schiva, più “povera fra i poveri”; quella che si è sempre battuta per la pace e la convivenza con le altre religioni monoteistiche, a partire dall’Islam; quella che predica umiltà, carità e  povertà. San Francesco vendette tutti i suoi beni, prima di farsi frate. Forse è giunto il momento di sciogliere anche il “nodo gordiano” dello strapotere dello IOR?

Intanto, il cardinal Bergoglio ha venduto i beni del suo vescovado, a Buenos Aires dorme in un appartamento in affitto e circola in bus, metro e utilitarie. E ha chiesto di pagare il conto del soggiorno nella residenza di Santa Marta!

Ecco, poi, quello che gli alchimisti di profezie potrebbero interpretare, romanzando, come “la fine della chiesa di Roma e del mondo”: il Papa è espressione della Compagnia di Gesù, presieduta dal cosiddetto “Papa nero”, il provinciale generale dei 18 mila “soldati di Gesù”. Il primo gesuita a diventare Papa non può che portare scompiglio nella Curia di Roma. Un tempo erano gli “inquisitori principi”, ma anche il “braccio armato” della Chiesa nel mondo. Fu grazie a loro che l’America latina fu evangelizzata, anche con violenza, insieme ai Conquistadores. Ma furono anche coloro che cercarono di fermare in tutti i modi le brutalità contro le popolazioni indigene. E furono sempre i gesuiti che “scoprirono”  il Giappone e la Cina, avviando un interscambio culturale e politico che ancora oggi fa della Compagnia il canale privilegiato della diplomazia vaticana in quello scacchiere ora diventato strategico anche per i risvolti economici e finanziari. Era il “Papa nero” che spesso nell’oscurità del confessionale ascoltava i segreti e assolveva dai suoi peccati il “Papa bianco”, come riportano alcuni.

E la Compagnia di Gesù si è sempre dimostrata autonoma e a volte in conflitto con i dettati della Curia, tanto da essere stata ridotta quasi in “silenzio dottrinale” da Giovanni Paolo II, ostile alle idee “rivoluzionarie” dei gesuiti e geloso della loro storica indipendenza.

Accusati di essere la culla ideologica del movimento dei “preti rivoluzionari” latino-americani, propugnatori della Teologia della liberazione, i gesuiti non hanno avuto vita facile durante i decenni di dittature militari proprio in America Latina. Qualcuno adombra anche una macchia sul passato del cardinale Bergoglio (nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni indaga sul periodo più tragico dell’Argentina), anche se nel 2006 con una pubblica enciclica  “Ricordare il passato per costruire saggiamente il presente”, chiese il perdono per le colpe della chiesa argentina durante la dittatura militare.

Non c’è dubbio, che i gesuiti sono rimasti fuori, comunque, dalle guerre intestine scatenate dalle varie lobbies che hanno infestato finora la Curiadi Roma, quelle stesse lobbies che si sono ritrovate rappresentate anche in parte dentro al Conclave: Opus Dei, Comunione e Liberazione, Cavalieri di Colombo, Focolarini, Legionari di Cristo. Confraternite-centri di potere più o meno autoreferenziali che hanno giocato un ruolo nella decadenza della Curia e che hanno condotto Benedetto XVI a gettare la spugna.

Ora Francesco dovrà riuscire là dove il suo predecessore non è riuscito a fare, anche per il venire meno delle energie fisiche. L’età non gioca a suo favore, certo. Ma l’indipendenza come gesuita e il suo rigore morale potranno aiutarlo. Spesso nella storia il conservatore nello spirito e nella fede, si rivela poi un grande riformatore per la struttura e la dottrina sociale della Chiesa. Giovanni XXIII non era certo un vescovo rivoluzionario, ma impresse una spinta alla più grande Riforma, dopo il concilio di Trento. Giovanni Paolo II, fu al contrario in qualche modo rivoluzionario dal punto di vista della politica (si pensi al suo ruolo nell’abbattimento dell’impero sovietico), ma reazionario sul lato dottrinario e della struttura curiale. Papa Ratzinger, capo del Sant’Uffizio, era un conservatore, ma ha spintola Chiesa di Roma ad interrogarsi sulla sua storia, il suo destino e ha contribuito a disvelare i lati oscuri del Vaticano.

Il suo successore, Francesco, dovrà riuscire a coniugare innovazione e conservazione, carità ed ecumenismo, apertura verso il nuovo e difesa dei valori proto cristiani. Ma si sa che i gesuiti sono dei combattenti fino ad immolarsi!

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