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E’ ferragosto anche per operai Cinecittà

 

Cinecittà è dal 4 luglio occupata dai suoi 220 lavoratori in sciopero. In apparenza può essere una delle tante proteste contro l’esternalizzazione, la divisione delle maestranze, una porta aperta alla chiusura delle tante attività. Ma con Cinecittà c’è molto di più: ci sono gli 8.000 lavoratori esterni, le 12.000 aziende che ruotano nella filiera. Poi c’è una parola che oggi non si vuole più sentire, una parola che non si può più pronunciare, sinonimo di remissione, di fallimento, di tempo perso: la Cultura.  Non esiste più la cultura, l’investimento su la cultura, la volontà politica di promuovere la cultura. E’ inutile rilanciare uno spazio come Cinecittà sinonimo non solo di cultura ma anche e soprattutto per Roma occupazione per il nostro territorio, quindi, viene rottamata.  Ma non basta, ricordiamoci, che Cinecittà, il marchio storico con 22 teatri di posa romani sorti nel 1937, è la storia del nostro Cinema italiano da Fellini a Visconti, di 3000 film da Francis Ford Coppola a Scorsese, di 47 Oscar e 100 candidati. Cinecittà, e non solo Roma, è il cinema italiano nel mondo. Negli Usa è il set di Ben-Hur, Cleopatra e di Gangs of New York.
La vita o la morte di Cinecittà è in mano al Dott. Luigi Abete, figlio di editori. Più che imprenditore, è una corporazione: presidente dei giovani industriali, di Confindustria, della Luiss e dell’UIR, degli Industriali romani. Onnipresente, dalla grande farmaceutica all’Abi, allo sport, la famiglia Abete, in politica è sopravvissuta a qualunque tempesta. Non è un produttore,  ma un grande mediatore, ha venduto Bnl, rimanendone presidente, a Paribas. Non ha nemici né a destra né a sinistra, sta raccogliendo, forse, la candidatura a futuro sindaco di Roma,  poi arrivato il problema di Cinecittà.  Con tutti gli sforzi fatti da L. Abete, gli studi e teatri di posa sono ancora del Ministero dello Sviluppo mentre il MiBac detiene il 20% degli Studios. Il Ministro Ornaghi e Passera timidamente si fanno da parte  chiedendo di cessare l’occupazione, lasciando il prefetto a pretendere i tavoli di colloquio prima, per poi disdirlo pochi giorni dopo.  Trovo folle che una Nazione come l’Italia non si interessi di un gioiello riconosciuto in tutto il mondo. Abete, forse non è il suo lavoro, non ci sarebbe niente di male ammettere che un grande mediatore non sia all’altezza di risolvere  l’imprenditoria cinematografica.  Dal 1997 hamonopolizzato Cinecittà, la ex De Laurentiis, Papigno a Terni e l’Uneur, non credo che interessi l’occupazione del settore oggi, quanto non avere avuto la capacità e la volontà produttiva del settore. Il cinema prodotto sostiene la cultura e poi l’intrattenimento e non il contrario. Il Cinema non è soltanto un lavoro è anche una passione, non si può gestire come un azione bancaria.  In tutto questo, 220 operai sono a Cinecittà anche il giorno di ferragosto, senza ferie e senza stipendio. Ma con l’orgoglio e la fierezza di difendere non solo il posto di lavoro a poco più di 1000 Euro al mese, ma di lottare anche per la cultura della fantasia che la politica, incapace, vuole togliere alle nuove generazioni.
Una delegazione dell’RSU di Cinecittà sarà accolta nei primi giorni di settembre al Festival di Venezia per avere la possibilità di dimostrare al mondo intero quanto gli uomini in Italia sono cechi e non sanno difendere ne incentivare quello che hanno.  Un forte abbraccio a tutti gli operai che rimangono a Cinecittà per un 15 agosto da leoni.

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