Quando ho letto la notizia della conferma degli ergastoli inflitti a Giuseppe Graviano e a Rocco Santo Filippone nell’appello bis celebrato a Reggio Calabria, a seguito della sentenza con la quale la Cassazione nel Novembre del 2024 aveva annullato con rinvio la precedente condanna, a sua volta conforme a quella comminata in primo grado, ho pensato agli omonimi lontanissimi tra loro: Giuseppe Lombardo e Giuseppe Graviano.
Giuseppe Lombardo è il Pubblico Ministero titolare fin dall’inizio del procedimento penale denominato ‘Nandragheta Stragista, a lui ed a coloro che in tutti questi anni certamente complicati, soprattutto dopo l’annullamento in Cassazione, lo hanno coadiuvato va il nostro più sentito apprezzamento: se nel nostro Paese resiste ancora una speranza di giustizia, che passa attraverso il necessario accertamento della verità, la si deve soprattutto a uomini e donne come il dott. Lombardo che per “spirito di servizio” (come ebbe a dire Giovani Falcone), nel rispetto della Costituzione e della Legge, lontani dai riflettori e da tornaconti personali, continuano a lavorare perché l’abuso di potere non resti impunito.
Giuseppe Graviano, detto “madre natura”, è uno dei “crocevia” più significativi degli ultimi quarant’anni di storia italiana ed è, questo almeno è quello che penso, lui stesso oggi come non mai al “crocevia”.
Del ruolo avuto da Giuseppe Graviano in quel volgere tragico di anni (1992-1994) sappiamo quasi tutto, sappiamo in quali circostanze non completamente chiarite si concluse a Milano la sua latitanza, insieme a quella del fratello Filippo, sappiamo che negli anni si è limitato a mandare di tanto in tanto dei “messaggi” a suoi ipotizzabili sponsor, sappiamo che uno dei “palcoscenici” preferiti ultimamente è stata proprio l’aula delle udienze del processo ‘ndrangheta stragista, ma sappiamo anche che mai fino ad oggi Giuseppe Graviano si sia determinato a collaborare veramente con la Giustizia.
Dei fratelli Graviano sappiamo anche che la posta in gioco è la loro almeno parziale liberazione, essendo in carcere dal 1994, una speranza coltivata anche per interposta persona attraverso le mosse anch’esse non chiarite del tutto del già favoreggiatore Salvatore Baiardo, che tra le fine del 2022 e l’inizio del 2023 fu protagonista, insieme al giornalista Massimo Giletti, di quella clamorosa vicenda mass-mediatica iniziata con la precisa profezia sull’arresto di Matteo Messina Denaro e terminata con la chiusura del programma di Giletti, Non è l’Arena (su La7) e con l’apertura di un processo a Firenze per calunnia aggravata a carico di Baiardo, nel quale Giletti è parte offesa.
Sullo sfondo di quelle mosse agiva anche la Corte Costituzionale che stava per fare sentenza sulla legittimità costituzionale dell’art. 4 bis ovvero sul così detto “ergastolo ostativo” (basato sulla presunzione assoluta di pericolosità sociale del condannato per mafia che non collabori con la giustizia) ed il tempestivo decreto legge del Governo Meloni da poco insediato (il famoso decreto “rave”), che legiferando in materia (fissando criteri non proprio inaggirabili per il superamento della presunzione assoluta di pericolosità pur in assenza di collaborazione) rese inutile il pronunciamento della Corte Costituzionale, che in fatti si arrestò. Ma questa nuova condanna all’ergastolo, qualora fosse definitivamente confermata dalla Cassazione (!), potrebbe essere la pietra tombale sulle aspettative dei Graviano di vedersi riconosciuto qualche beneficio come viatico per la ritrovata libertà. Per tutto questo ed ammesso che la Cassazione confermi, forse ai fratelli Graviano ed in particolare a Giuseppe oggi, come mai prima, resta una carta soltanto nel mazzo: la collaborazione con la giustizia.
