La legge truffa.
6 aprile 1924. Si tengono le elezioni politiche. Alla Camera dei deputati, il fascismo fa passare nei mesi precedenti la cosiddetta legge Acerbo. La lista vincente con almeno il 25% dei voti prende il 67% dei seggi. Il 33% viene diviso in modo proporzionale tra i partiti dell’opposizione. È la legge truffa.
La campagna elettorale si svolge in mezzo ad inaudite violenze, intimidazioni contro candidati delle opposizioni, brogli, frodi, minacce di ogni tipo, fin dentro i seggi. A Reggio Emilia il socialista Antonio Piccinini viene sequestrato e ucciso. La maggioranza va al listone governativo che impone 374 deputati, 275 fascisti. Gli altri 179 seggi vengono ripartiti tra popolari, socialisti riformisti, socialisti, lista di unità proletaria (comunisti, socialisti e l’indipendente Guido Picelli), democratici di opposizione, liberali, repubblicani, giolittiani, sardisti d’azione. Antonio Gramsci, eletto in Veneto, può rientrare da Vienna dove era fuggito per scampare alle persecuzioni fasciste.
La campagna elettorale si svolge in mezzo ad inaudite violenze, intimidazioni contro candidati delle opposizioni, brogli, frodi, minacce di ogni tipo, fin dentro i seggi. A Reggio Emilia il socialista Antonio Piccinini viene sequestrato e ucciso. La maggioranza va al listone governativo che impone 374 deputati, 275 fascisti. Gli altri 179 seggi vengono ripartiti tra popolari, socialisti riformisti, socialisti, lista di unità proletaria (comunisti, socialisti e l’indipendente Guido Picelli), democratici di opposizione, liberali, repubblicani, giolittiani, sardisti d’azione. Antonio Gramsci, eletto in Veneto, può rientrare da Vienna dove era fuggito per scampare alle persecuzioni fasciste.
La solitudine e il coraggio di Matteotti
Roma, 30 maggio 1924. Giacomo Matteotti, deputato socialista, in un appassionato intervento alla Camera dei deputati contesta la validità delle elezioni politiche.
Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni.
Dopo gli applausi dell’opposizione, Matteotti sussurra una frase lugubre ai suoi colleghi deputati socialisti.
Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.
In quelle ore il duce ordina a uno dei suoi sicari, Amerigo Dumini, di uccidere Giacomo Matteotti, che viene sequestrato davanti alla sua abitazione il 10 giugno 1924. Dopo due giorni, familiari e parlamentari socialisti chiedono informazioni alle autorità. Il questore Cesare Bertini si rifiuta di aprire una indagine formale, ma confida in segreto al generale Emilio De Bono, comandante della Milizia e capo della Polizia, il nome del killer di Giacomo Matteotti. Un testimone oculare, la portinaia Ester D’Erasmi, diffonde alla stampa il numero di targa dell’automobile utilizzata dagli assassini (Roma 55-12169): appartiene al garage presso il quale deposita le sue macchine il quotidiano «Il Corriere Italiano», diretto dall’avvocato e giornalista fascista Filippo Filippelli.
Benito Mussolini è preoccupato: teme che vengano svelati i collegamenti tra Amerigo Dumini, Filippo Filippelli e Cesare Rossi, suo collaboratore e ideatore della cosiddetta “Ceka”, organizzazione segreta creata per colpire gli oppositori al regime. Il duce si presenta davanti alla Camera dei deputati e descrive in modo generico le indagini per ritrovare Giacomo Matteotti. Il suo discorso e la ricostruzione non convincono l’opposizione, che, nonostante le eterne divisioni, programma l’astensione dai lavori parlamentari e si riunisce per la prima volta sull’Aventino in segno di protesta contro il governo. L’iniziativa viene immediatamente neutralizzata dal duce, che chiude i lavori della Camera fino a tempo indeterminato. Subito dopo ordina l’arresto di Amerigo Dumini, chiede e ottiene le dimissioni del capo della Polizia Emilio De Bono e allontana Cesare Rossi. In quegli stessi giorni viene ritrovata l’automobile utilizzata per il rapimento e l’omicidio di Giacomo Matteotti. Si apre così l’istruttoria del magistrato Mauro Del Giudice, affiancato da Umberto Tancredi su indicazione del procuratore generale Vincenzo Crisafulli. Nel Paese si alzano sempre più le voci contrarie al fascismo. Antonio Gramsci auspica una sollevazione del popolo, ma il suo progetto viene contrastato dal socialista Filippo Turati. Scioperi e manifestazioni si susseguono ovunque. L’inchiesta sull’omicidio di Giacomo Matteotti è ora a una svolta. Filippelli accusa formalmente Dumini di aver eliminato Matteotti. La magistratura spicca mandati di cattura contro Giovanni Marinelli e Cesare Rossi, che si costituisce e consegna a Mauro Del Giudice un memoriale in cui accusa apertamente Mussolini del delitto.
Il cadavere di Matteotti.
Il ritrovamento del cadavere di Matteotti nel bosco della Quartarella, a Roma, rinnova lo sdegno popolare, ma il regime ancora una volta regge, aiutato dal Vaticano e dagli industriali del Nord che temono una nuova ondata di scioperi da parte degli operai.
A quel punto, il 3 gennaio 1925, Mussolini assume la responsabilità politica e morale, ma non penale, dell’assassinio di Giacomo Matteotti, e ottiene dal re la prerogativa di sciogliere le Camere. Ora il fascismo diventa regime.
Roma, 30 maggio 1924. Giacomo Matteotti, deputato socialista, in un appassionato intervento alla Camera dei deputati contesta la validità delle elezioni politiche.
Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni.
Dopo gli applausi dell’opposizione, Matteotti sussurra una frase lugubre ai suoi colleghi deputati socialisti.
Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.
In quelle ore il duce ordina a uno dei suoi sicari, Amerigo Dumini, di uccidere Giacomo Matteotti, che viene sequestrato davanti alla sua abitazione il 10 giugno 1924. Dopo due giorni, familiari e parlamentari socialisti chiedono informazioni alle autorità. Il questore Cesare Bertini si rifiuta di aprire una indagine formale, ma confida in segreto al generale Emilio De Bono, comandante della Milizia e capo della Polizia, il nome del killer di Giacomo Matteotti. Un testimone oculare, la portinaia Ester D’Erasmi, diffonde alla stampa il numero di targa dell’automobile utilizzata dagli assassini (Roma 55-12169): appartiene al garage presso il quale deposita le sue macchine il quotidiano «Il Corriere Italiano», diretto dall’avvocato e giornalista fascista Filippo Filippelli.
Benito Mussolini è preoccupato: teme che vengano svelati i collegamenti tra Amerigo Dumini, Filippo Filippelli e Cesare Rossi, suo collaboratore e ideatore della cosiddetta “Ceka”, organizzazione segreta creata per colpire gli oppositori al regime. Il duce si presenta davanti alla Camera dei deputati e descrive in modo generico le indagini per ritrovare Giacomo Matteotti. Il suo discorso e la ricostruzione non convincono l’opposizione, che, nonostante le eterne divisioni, programma l’astensione dai lavori parlamentari e si riunisce per la prima volta sull’Aventino in segno di protesta contro il governo. L’iniziativa viene immediatamente neutralizzata dal duce, che chiude i lavori della Camera fino a tempo indeterminato. Subito dopo ordina l’arresto di Amerigo Dumini, chiede e ottiene le dimissioni del capo della Polizia Emilio De Bono e allontana Cesare Rossi. In quegli stessi giorni viene ritrovata l’automobile utilizzata per il rapimento e l’omicidio di Giacomo Matteotti. Si apre così l’istruttoria del magistrato Mauro Del Giudice, affiancato da Umberto Tancredi su indicazione del procuratore generale Vincenzo Crisafulli. Nel Paese si alzano sempre più le voci contrarie al fascismo. Antonio Gramsci auspica una sollevazione del popolo, ma il suo progetto viene contrastato dal socialista Filippo Turati. Scioperi e manifestazioni si susseguono ovunque. L’inchiesta sull’omicidio di Giacomo Matteotti è ora a una svolta. Filippelli accusa formalmente Dumini di aver eliminato Matteotti. La magistratura spicca mandati di cattura contro Giovanni Marinelli e Cesare Rossi, che si costituisce e consegna a Mauro Del Giudice un memoriale in cui accusa apertamente Mussolini del delitto.
Il cadavere di Matteotti.
Il ritrovamento del cadavere di Matteotti nel bosco della Quartarella, a Roma, rinnova lo sdegno popolare, ma il regime ancora una volta regge, aiutato dal Vaticano e dagli industriali del Nord che temono una nuova ondata di scioperi da parte degli operai.
A quel punto, il 3 gennaio 1925, Mussolini assume la responsabilità politica e morale, ma non penale, dell’assassinio di Giacomo Matteotti, e ottiene dal re la prerogativa di sciogliere le Camere. Ora il fascismo diventa regime.
Il fascismo diventa regime
Dal 1925, il regime fascista sopprime giorno dopo giorno diritti civili, elezioni, libertà di stampa. Benito Mussolini sfrutta anche quattro falliti attentati ai suoi danni per promulgare leggi eccezionali. Roma, 4 novembre 1925. Il deputato socialista Tito Zaniboni si apposta con un fucile alla finestra di una stanza dell’albergo Dragoni, davanti al balcone di Palazzo Chigi, dove è previsto un discorso di Mussolini. La polizia viene avvertita da un confidente e lo arresta. Roma, 7 aprile 1926. Mussolini esce dal Palazzo del Campidoglio. Violet Gibson, una nobildonna inglese, gli spara da distanza ravvicinata e lo ferisce lievemente al naso. Roma, 11 settembre 1926. Mussolini esce dalla sua abitazione. Gino Lucetti, anarchico di Carrara, lancia una bomba a mano che colpisce il tetto dell’auto del duce e ferisce otto persone.
Bologna, 31 ottobre 1926. Mussolini inaugura il nuovo stadio sportivo, il Littoriale. Mentre raggiunge la stazione su una macchina scoperta, un colpo di pistola gli lacera la sciarpa dell’Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro. Gli squadristi, guidati da Leandro Arpinati, intercettano il presunto attentatore e lo uccidono con coltelli, spranghe, colpi di pistola, in un vero e proprio linciaggio. È Anteo Zamboni, quindici anni, un anarchico. L’attentato sembra però organizzato da un gruppo di fascisti emiliani (Farinacci, Balbo, Arpinati e Federzoni), contrari alla normalizzazione inaugurata da Mussolini, ostile ad ulteriori eccessi rivoluzionari e allo strapotere delle formazioni squadriste. In pochi giorni vengono sciolti tutti i partiti antifascisti e le associazioni, chiusi i circoli, le Camere del Lavoro e i giornali dell’opposizione, annullati i passaporti per l’estero, comminate pene gravissime per l’espatrio clandestino, istituiti il confino di polizia e la pena di morte per chiunque commetta un fatto diretto contro la vita, l’integrità o la libertà personale del re, della regina, del principe ereditario e del capo del governo. Vengono dichiarati decaduti 120 parlamentari dell’opposizione, i cosiddetti “aventiniani”. Il fascismo colpisce ovunque. Piero Gobetti, giovane giornalista torinese e animatore della rivista «La Rivoluzione Liberale», viene aggredito dai fascisti e successivamente muore a Neuilly-sur-Seine, in Francia, il 15 febbraio 1926, in seguito a scompensi derivati dalle violenze. A Cannes, in Francia, il 17 aprile 1926 si chiudono per sempre gli occhi di Giovanni Amendola, esponente liberaldemocratico e giornalista, aggredito da una squadra fascista a Pieve a Nievole (Pistoia). Viene ritenuto responsabile dell’ideazione del Manifesto degli intellettuali antifascisti.
Antonio Gramsci viene arrestato l’8 novembre 1926 in violazione dell’immunità parlamentare e tradotto nel carcere romano di Regina Coeli. Il 25 novembre 1926 viene istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, composto da un presidente scelto tra gli ufficiali dell’esercito, della narina, dell’aeronautica e della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, dalla quale provengono altri cinque giudici e un relatore scelto tra il personale della Giustizia militare. La repressione è pianificata con grande cura dei particolari e giustificata così da Benito Mussolini nel cosiddetto “discorso dell’Ascensione” alla Camera dei deputati:
Matteotti, un lascito morale e politico
Dal 1925, il regime fascista sopprime giorno dopo giorno diritti civili, elezioni, libertà di stampa. Benito Mussolini sfrutta anche quattro falliti attentati ai suoi danni per promulgare leggi eccezionali. Roma, 4 novembre 1925. Il deputato socialista Tito Zaniboni si apposta con un fucile alla finestra di una stanza dell’albergo Dragoni, davanti al balcone di Palazzo Chigi, dove è previsto un discorso di Mussolini. La polizia viene avvertita da un confidente e lo arresta. Roma, 7 aprile 1926. Mussolini esce dal Palazzo del Campidoglio. Violet Gibson, una nobildonna inglese, gli spara da distanza ravvicinata e lo ferisce lievemente al naso. Roma, 11 settembre 1926. Mussolini esce dalla sua abitazione. Gino Lucetti, anarchico di Carrara, lancia una bomba a mano che colpisce il tetto dell’auto del duce e ferisce otto persone.
Bologna, 31 ottobre 1926. Mussolini inaugura il nuovo stadio sportivo, il Littoriale. Mentre raggiunge la stazione su una macchina scoperta, un colpo di pistola gli lacera la sciarpa dell’Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro. Gli squadristi, guidati da Leandro Arpinati, intercettano il presunto attentatore e lo uccidono con coltelli, spranghe, colpi di pistola, in un vero e proprio linciaggio. È Anteo Zamboni, quindici anni, un anarchico. L’attentato sembra però organizzato da un gruppo di fascisti emiliani (Farinacci, Balbo, Arpinati e Federzoni), contrari alla normalizzazione inaugurata da Mussolini, ostile ad ulteriori eccessi rivoluzionari e allo strapotere delle formazioni squadriste. In pochi giorni vengono sciolti tutti i partiti antifascisti e le associazioni, chiusi i circoli, le Camere del Lavoro e i giornali dell’opposizione, annullati i passaporti per l’estero, comminate pene gravissime per l’espatrio clandestino, istituiti il confino di polizia e la pena di morte per chiunque commetta un fatto diretto contro la vita, l’integrità o la libertà personale del re, della regina, del principe ereditario e del capo del governo. Vengono dichiarati decaduti 120 parlamentari dell’opposizione, i cosiddetti “aventiniani”. Il fascismo colpisce ovunque. Piero Gobetti, giovane giornalista torinese e animatore della rivista «La Rivoluzione Liberale», viene aggredito dai fascisti e successivamente muore a Neuilly-sur-Seine, in Francia, il 15 febbraio 1926, in seguito a scompensi derivati dalle violenze. A Cannes, in Francia, il 17 aprile 1926 si chiudono per sempre gli occhi di Giovanni Amendola, esponente liberaldemocratico e giornalista, aggredito da una squadra fascista a Pieve a Nievole (Pistoia). Viene ritenuto responsabile dell’ideazione del Manifesto degli intellettuali antifascisti.
Antonio Gramsci viene arrestato l’8 novembre 1926 in violazione dell’immunità parlamentare e tradotto nel carcere romano di Regina Coeli. Il 25 novembre 1926 viene istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, composto da un presidente scelto tra gli ufficiali dell’esercito, della narina, dell’aeronautica e della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, dalla quale provengono altri cinque giudici e un relatore scelto tra il personale della Giustizia militare. La repressione è pianificata con grande cura dei particolari e giustificata così da Benito Mussolini nel cosiddetto “discorso dell’Ascensione” alla Camera dei deputati:
Matteotti, un lascito morale e politico
1924-2026. Riavvolgiamo il nastro.
Il 10 giugno 1924, centodue anni fa, il deputato socialista Giacomo Matteotti viene sequestrato, torturato, ucciso da un commando fascista capeggiato dallo squadrista Amerigo Dumini, su ordine diretto di Benito Mussolini.
Il corpo di Matteotti viene ritrovato circa due mesi dopo l’omicidio, il 16 agosto 1924.
Tre anni prima, nel 1921, Matteotti pubblica l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia, in cui denuncia, per la prima volta, le violenze delle squadre d’azione fasciste durante la campagna elettorale delle elezioni del 1921.
Nell’ottobre del 1922 Matteotti viene espulso dal Partito Socialista Italiano insieme alla corrente riformista legata a Filippo Turati.
I fuoriusciti fondano il nuovo Partito Socialista Unitario, di cui Matteotti diviene segretario.
Pochi mesi dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti, il 3 gennaio 1925, di fronte alla Camera dei deputati, Benito Mussolini si assume pubblicamente la “responsabilità politica, morale e storica” del clima nel quale l’assassinio si era verificato.
Nel 1926, in pochi giorni vengono sciolti tutti i partiti antifascisti e le associazioni, chiusi i circoli, le Camere del Lavoro e i giornali dell’opposizione, annullati i passaporti per l’estero, comminate pene gravissime per l’espatrio clandestino, istituiti il confino di polizia e la pena di morte per chiunque commetta un fatto diretto contro la vita, l’integrità o la libertà personale del re, della regina, del principe ereditario e del capo del governo. Vengono dichiarati decaduti 120 parlamentari dell’opposizione, i cosiddetti “aventiniani”.
Il 25 novembre 1926 viene istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato.
Migliaia di persone sono arrestate e processate. Solo nel primo decennio di applicazione delle leggi eccezionali (1926-1936), furono condannati 2.977 antifascisti a 14.458 anni di carcere.
Dopo Matteotti, la violenza fascista colpisce i fratelli Carlo e Nello Rosselli, Pietro Gobetti, Giovanni Amendola, porta alla morte Antonio Gramsci, arrestato l’8 novembre 1926.
Matteotti viene lasciato solo in quella primavera 1924, e il suo sacrificio resta ancora oggi una testimonianza importante per tutti gli antifascisti, l’eredità di un uomo libero che per primo aveva visto montare nel Paese un clima di odio, di violenza, di sopraffazione, nato anche dall’indifferenza di larga parte del popolo italiano, e dal sostegno di imprenditori, latifondisti, consorterie e comitati d’affari.
Il 10 giugno 1924, centodue anni fa, il deputato socialista Giacomo Matteotti viene sequestrato, torturato, ucciso da un commando fascista capeggiato dallo squadrista Amerigo Dumini, su ordine diretto di Benito Mussolini.
Il corpo di Matteotti viene ritrovato circa due mesi dopo l’omicidio, il 16 agosto 1924.
Tre anni prima, nel 1921, Matteotti pubblica l’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia, in cui denuncia, per la prima volta, le violenze delle squadre d’azione fasciste durante la campagna elettorale delle elezioni del 1921.
Nell’ottobre del 1922 Matteotti viene espulso dal Partito Socialista Italiano insieme alla corrente riformista legata a Filippo Turati.
I fuoriusciti fondano il nuovo Partito Socialista Unitario, di cui Matteotti diviene segretario.
Pochi mesi dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti, il 3 gennaio 1925, di fronte alla Camera dei deputati, Benito Mussolini si assume pubblicamente la “responsabilità politica, morale e storica” del clima nel quale l’assassinio si era verificato.
Nel 1926, in pochi giorni vengono sciolti tutti i partiti antifascisti e le associazioni, chiusi i circoli, le Camere del Lavoro e i giornali dell’opposizione, annullati i passaporti per l’estero, comminate pene gravissime per l’espatrio clandestino, istituiti il confino di polizia e la pena di morte per chiunque commetta un fatto diretto contro la vita, l’integrità o la libertà personale del re, della regina, del principe ereditario e del capo del governo. Vengono dichiarati decaduti 120 parlamentari dell’opposizione, i cosiddetti “aventiniani”.
Il 25 novembre 1926 viene istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato.
Migliaia di persone sono arrestate e processate. Solo nel primo decennio di applicazione delle leggi eccezionali (1926-1936), furono condannati 2.977 antifascisti a 14.458 anni di carcere.
Dopo Matteotti, la violenza fascista colpisce i fratelli Carlo e Nello Rosselli, Pietro Gobetti, Giovanni Amendola, porta alla morte Antonio Gramsci, arrestato l’8 novembre 1926.
Matteotti viene lasciato solo in quella primavera 1924, e il suo sacrificio resta ancora oggi una testimonianza importante per tutti gli antifascisti, l’eredità di un uomo libero che per primo aveva visto montare nel Paese un clima di odio, di violenza, di sopraffazione, nato anche dall’indifferenza di larga parte del popolo italiano, e dal sostegno di imprenditori, latifondisti, consorterie e comitati d’affari.
