Giornalismo sotto attacco in Italia

L’inchiesta senza giornaliste e i panel come fossili culturali

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C’è un fenomeno curioso che continua a infestare il dibattito pubblico italiano: si organizzano convegni sulla democrazia senza costituzionaliste, incontri sulla scienza senza ricercatrici, festival sull’innovazione senza giovani donne. Ma c’è una specialità tutta nazionale che merita un premio a parte: il festival di giornalismo d’inchiesta con un parterre composto esclusivamente da giornalisti uomini. Una scelta talmente anacronistica da sembrare una rievocazione storica. E invece no: accade nel 2026, nell’epoca in cui esistono decine di giornaliste d’inchiesta autorevoli, premiate, riconosciute a livello internazionale. Evidentemente, per alcuni organizzatori, il problema non è la qualità delle professioniste, ma la loro invisibilità selettiva.

L’assenza delle donne non è mai neutrale. È una scelta culturale, anche quando viene mascherata da fatalità organizzativa. L’eterna scusa del “non ne abbiamo trovate”, perché ogni volta il copione è identico: “Abbiamo invitato i migliori” o “Non guardiamo al genere”, o peggio “Conta solo il merito”. Frasi che, a furia di essere ripetute, hanno assunto la stessa credibilità de “il cane mi ha mangiato i compiti”. Perché la domanda è semplice: davvero, in svariate giornate di un festival nazionale dedicato al giornalismo d’inchiesta, non esiste una sola donna degna di salire su un palco?

Davvero nessuna professionista che abbia raccontato mafie, corruzione, criminalità economica, ambiente, diritti, politica, guerre, finanza, potere?

L’ipotesi alternativa è molto più plausibile: si continua a pescare sempre nello stesso bacino di relazioni, negli stessi numeri di telefono, negli stessi circoli professionali. Il risultato è un eterno remake: cambiano le locandine, restano gli stessi volti.

Il soffitto di cristallo ha imparato solo a fare la moderatrice. Virginia Woolf scriveva che “gli occhi degli altri sono le nostre prigioni”; oggi si potrebbe aggiornare la frase considerando le agende degli organizzatori come i nuovi confini dell’immaginabile.

Perché la rappresentazione produce realtà. Se il pubblico vede soltanto uomini discutere di inchieste, interiorizza inconsapevolmente l’idea che l’autorevolezza investigativa abbia un volto maschile. È un meccanismo studiato da anni nelle scienze sociali: ciò che non viene mostrato finisce per apparire inesistente.

Eppure le giornaliste italiane esistono eccome. Scrivono libri, realizzano podcast, conducono inchieste televisive, pubblicano reportage internazionali, ricevono premi, lavorano sul campo spesso in condizioni difficili. Esistono e producono eccellenza. Semplicemente, troppo spesso non vengono chiamate. Non è una questione di quote. È una questione di qualità democratica.

Chi continua a liquidare il tema come una battaglia ideologica commette un errore grossolano.

Un panel composto da persone con percorsi diversi genera discussioni migliori, domande migliori, punti di vista migliori. La pluralità non impoverisce il merito: lo rende più rigoroso.

Lo ricordava anche Norberto Bobbio quando sosteneva che la democrazia vive del confronto tra differenze e non dell’autoreferenzialità delle élite. Un festival che propone esclusivamente voci maschili non è semplicemente sbilanciato: è culturalmente più povero.

Le buone pratiche esistono. Basta volerle applicare.

Da anni il progetto No Women No Panel nato dalla volontà della collega Arianna Voto in Rai invita istituzioni, media e organizzatori a non partecipare a eventi privi di rappresentanza femminile. Non è censura, né imposizione.

È un principio di responsabilità: se il dibattito pubblico continua a escludere metà delle competenze disponibili, il problema non riguarda le donne ma la qualità del dibattito stesso.

Lo stesso lavoro di monitoraggio sugli stereotipi portato avanti dall’Osservatorio STEP dell’Università Sapienza dimostra quanto la rappresentazione pubblica continui a riprodurre squilibri consolidati, mentre GiULiA Giornaliste lavora quotidianamente per contrastare stereotipi, linguaggi discriminatori e invisibilizzazione delle professioniste dell’informazione, tanto da aver contribuito al data base delle 100 esperte, disponibile a tutti in rete.

Sono strumenti, dati, pratiche. Non slogan.

C’è una sottile ironia nel vedere un festival dedicato all’inchiesta totalmente incapace di indagare il proprio riflesso: il giornalismo dovrebbe interrogare il potere, mettere in discussione le consuetudini, smascherare le narrazioni dominanti. E invece alcuni eventi finiscono per replicare esattamente il modello che dovrebbero criticare: una cerchia ristretta di uomini che parlano ad altri uomini, mentre le donne restano fuori dall’inquadratura.

Forse è arrivato il momento di introdurre una nuova regola elementare. Prima ancora di chiedersi chi sia il relatore più famoso, bisognerebbe domandarsi: chi manca? Perché un palco senza donne non racconta soltanto una gigantesca assenza. Racconta una mancanza di immaginazione, di curiosità, di responsabilità. E soprattutto racconta una grande occasione persa: quella di costruire un giornalismo capace di rappresentare davvero la complessità del Paese che pretende di raccontare.

Con buona pace di chi continua a sostenere che sia soltanto una coincidenza. Ma, dopo l’ennesimo evento di soli uomini, la coincidenza somiglia sempre più a una brutta abitudine e a un pessimo metodo che rende questi panel al maschile, i cosiddetti manel, dei meri fossili culturali.


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