L’automazione robotica nel laboratorio di PMA per ridurre le variabili inter-operatore e la selezione embrionaria multimodale guidata da AI sono già una realtà. Se ne è discusso al Congresso Nazionale della SIFES-MR 2026 tenuto a Riccione dal 21 al 23 maggio. Ma per il futuro molte altre innovazioni bollono in pentola.
La letteratura internazionale fa sognare ed offre molti spunti per la ricerca, basti pensare all’editing embrionale, cioè la correzione del genoma embrionale “malato” con un tratto equivalente “sano”, attraverso un sistema genetico molecolare di taglia e incolla. La tecnica si chiama CRISPR ed è stata mutuata da un meccanismo di difesa che i batteri utilizzano da milioni di anni per difendersi dai virus. Quando subiscono un’infezione virale, infatti, i batteri ne memorizzano il codice genetico e se il virus li attacca di nuovo, usano il sistema CRISPR per riconoscerlo e distruggerlo, tagliandone il DNA. Attualmente la tecnica non è consentita sull’uomo, sebbene siano nate due gemelle trattate con CRISPR nel 2018 con condanna unanime della comunità scientifica mondiale. La tecnica non è ancora sicura e pertanto necessita di tempo per essere affinata, ma il suo campo d’impiego lascia tante speranze per la cura di malattie gravi come le emoglobinopatie (anemia falciforme, beta talassemia), le malattie monogeniche del fegato e dell’occhio tipo la distrofia retinica.
In futuro, molto probabilmente, scompariranno le fecondazioni eterologhe, cioè il ricorso a donatori e/o donatrici poiché sono in fase di ricerca avanzata gli studi sul modello animale per ricavare gameti partendo dalle cellule staminali pluripotenti o iPSC (induced pluripotent stem cells). Si tratta di cellule staminali indotte a partire da cellule somatiche adulte (es. fibroblasti cutanei o cellule del sangue), riprogrammate in laboratorio ad uno stato “tipo staminale embrionale”, capaci di auto-rinnovarsi e di differenziarsi in cellule dei tre foglietti germinativi: endoderma, mesoderma ed ectoderma.
La ricerca sui “gameti artificiali” (in vitro gametogenesis, IVG) è consolidata nel topo, con nati vivi, ma nell’uomo è ancora pre-clinica: si ottengono soprattutto stadi germinali precoci/inizio meiosi, senza gameti umani funzionali per uso riproduttivo.
Un altro capitolo affascinante nel campo della riproduzione umana riguarda il destino dei feti altamente prematuri. Nei paesi sviluppati, la prematurità estrema è la principale causa di mortalità e morbilità neonatale. Si calcola che nel mondo muoiano ogni anno 660.000 neonati prematuri per complicanze legate alla nascita pre-termine. Nonostante nell’ultimo decennio si registri un calo significativo di questi decessi, l’indice di mortalità di feti nati tra la 24a e la 28a settimana rimane, però, alta.
In Australia la sopravvivenza a due anni per nati prima della 28a settimana è passata dal 53 al 73% ma sono ancora troppi i casi accompagnati a grave disabilità.
È evidente che non bastano gli attuali presidi disponibili nelle unità di terapia intensiva neonatale (TIN) per il controllo ventilatorio, emodinamico, termico e per la riduzione delle perdite evaporative che, in queste epoche di gravidanza così precoci, possono essere considerevoli.
Sebbene non esista ancora un utero artificiale disponibile per l’uso umano, oggi la ricerca in campo veterinario è avanzata nella ectogenesi parziale. Nel modello animale è stata creata una sorta di placenta artificiale che tiene in vita un feto di pecora rinchiuso in una sacca piena di fluido simil-amniotico (bio bag), collegato ai vasi ombelicali per gli scambi gassosi e nutritivi, mantenendo i polmoni “fluid filled”, in un circuito corporeo a bassa resistenza, senza pompa, guidato dal cuore fetale.
Le pecore trattate con questo dispositivo hanno mantenuto un’emodinamica stabile, parametri di emogasanalisi ed ossigenazione normali, mostrando una crescita somatica e cerebrale normali così come una buona maturazione polmonare.
Il campo d’impiego di questo sistema è quello di rappresentare un ponte nella fascia gestazionale che va dalla 22° alla 26° settimana rispetto alla ventilazione neonatale convenzionale, ma non la gestazione completa.
Per quest’ultima ipotesi, definita ectogenesi completa, le prospettive di una possibile attuazione sono ancora lontane, anche perché gran parte del mondo scientifico la ritiene a rischio altamente speculativo. Esisterebbe comunque un vasto campo d’impiego nelle donne nate senza utero o in quelle che ne hanno subito l’asportazione chirurgica, o anche in quelle affette da gravi malattie incompatibili con lo stato gravidico. Si eliminerebbe, insomma, la gravidanza per altre, ribattezzata a fini dispregiativi con l’odioso termine di utero in affitto.
- Docente di Ginecologia e Parlamentare della XVI Legislatura.
