Nella Chiesa della sinodalità, del “Todos, todos, todos!” e delle braccia spalancate in particolare verso gli ultimi, don Gabriele Vecchione, fondatore della comunità “San Filippo Neri – E poi?” e cappellano presso l’Università La Sapienza, si presenta come un giovane e valoroso testimone della parola di Dio. Quel Dio d’Avvento che non giudica e sa parlare alla coscienza degli esseri umani, quel Dio che non lancia anatemi, non scaglia maledizioni e non sconfina mai nel paganesimo. Quel Dio che parla, invece, di collettività, di incontro e di passione per il prossimo. Il Dio di Francesco e Leone, per l’appunto, della Chiesa che viene incontro ai giovani ed è riconosciuta da essi come una guida, a differenza della politica, anche perché non si limita a condannare l’intelligenza artificiale e lo strapotere dei social ma propone soluzioni sensate per regolamentarli e sfruttarne al meglio le potenzialità. La Chiesa di don Gabriele ci parla di vita, insomma, di amore, di inclusione e persino di fallimento, visto non come una dannazione, come si tende purtroppo a fare oggi, ma come un passaggio necessario di crescita e comprensione di se stessi e degli altri. C’è tanta bellezza nell’animo di questo giovane sacerdote, autore per Piemme di un libro intitolato “Vorrei che fossi qui. Variazioni sulla Settimana Santa”. E soprattutto c’è tanto contrasto agli orrori contemporanei che stanno rendendo il mondo invivibile.
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