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Trieste, quando la solidarietà diventa un problema: l’umanità lasciata ai margini

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A Trieste, la Questura, d’intesa con la Prefettura, nei giorni scorsi ha stabilito che le associazioni di volontariato possano assistere in piazza Libertà le persone migranti provenienti dalla Rotta balcanica soltanto nei giorni feriali, dalle 18 alle 20, escludendo i fine settimana e i giorni festivi.

Le motivazioni del provvedimento sono due e vanno distinte. La prima riguarda la sicurezza e l’ordine pubblico. La Questura riferisce di un progressivo degrado della situazione nella piazza, con episodi di violenza ai danni degli stessi cittadini stranieri, spaccio di stupefacenti e aggressioni a due giornalisti e a volontari impegnati nell’assistenza. Ricorda inoltre l’intensificazione dei servizi di presidio avviata da aprile, che avrebbe comportato l’impiego complessivo di 36 funzionari, 106 operatori dei presidi territoriali e 1.740 operatori dei reparti mobili.

Sono fatti e preoccupazioni che non possono essere sottovalutati. La sicurezza di tutti coloro che frequentano la piazza è un dovere delle istituzioni. Proprio per questo, però, occorre domandarsi se limitare l’assistenza sia lo strumento più adeguato a contrastare violenze e reati, oppure se si rischi di intervenire sulle manifestazioni del problema senza risolverne le cause. Anzi, lasciando forse spazio libero affinché realtà criminose possano con più facilità insinuarsi e prendere possesso della piazza.

La seconda motivazione riguarda la vivibilità urbana. In particolare per il fine settimana, le restrizioni sono giustificate con la necessità di garantire «il regolare svolgimento delle attività di socialità, intrattenimento e svago». È un passaggio che merita particolare attenzione: la possibilità di offrire assistenza a persone in condizioni di estrema vulnerabilità viene limitata anche in funzione delle attività ricreative degli altri frequentatori più che della piazza, di chi vi passa davanti (essendo la porta d’accesso al centro città).

Naturalmente, la convivenza urbana richiede di contemperare esigenze diverse. Ma quale gerarchia di valori emerge quando il bisogno di un pasto, di cure o di un riparo deve arretrare per lasciare spazio alla socialità e allo svago? La questione non è contrapporre chi si diverte a chi soffre, ma chiedersi se la sofferenza possa essere relegata ai margini per non disturbare la normalità di chi è più fortunato.

La fame non conosce il calendario degli uffici. Le ferite non rispettano gli orari della città e dei suoi aperitivi. La dignità umana non può essere sospesa nei giorni festivi, anche qualora le piazze fossero occupate da gazebo e mercatini.

La Questura dichiara che l’obiettivo è «garantire lo svolgimento delle attività di assistenza» in condizioni di sicurezza, attraverso una regolamentazione proporzionata alle esigenze riscontrate, salvaguardando al contempo la prevenzione dei reati e la tenuta del dispositivo di sicurezza. Precisa inoltre che le misure non sono rivolte contro le finalità solidaristiche, il cui valore «non è in discussione».

È un’affermazione importante, ma che va misurata sulle conseguenze concrete del provvedimento. Riconoscere il valore della solidarietà significa anche interrogarsi su ciò che accade quando i volontari non possono intervenire. Se l’obiettivo è garantire l’assistenza, come si risponde ai bisogni che si manifestano nei giorni e negli orari esclusi? E quali alternative effettive sono previste?

La lettera aperta al Questore e al Prefetto, sottoscritta da migliaia di persone da tutt’Italia, chiede di riconsiderare le disposizioni e affrontare le criticità attraverso il confronto e soluzioni concrete. Non nega le esigenze di sicurezza, ma contesta che la loro tutela possa tradursi in una limitazione sproporzionata della solidarietà. È una richiesta che merita una risposta altrettanto concreta.

Intorno a questa vicenda si confrontano due narrazioni giornalistiche discutibili. La prima sostiene che l’intervento delle associazioni sia inutile, perché esisterebbero già soggetti incaricati di occuparsi dei migranti. La seconda attribuisce quasi esclusivamente a Linea d’Ombra e ai Fornelli Resistenti il compito di assisterli.

Entrambe restituiscono una realtà incompleta.

Nella prima, l’esistenza di servizi e responsabilità istituzionali non dimostra che ogni bisogno sia soddisfatto. Chi opera sul campo conosce la distanza tra i diritti riconosciuti e la possibilità concreta di esercitarli, tra ciò che è previsto e ciò che accade. È in questo scarto che il volontariato interviene: non per sostituirsi alle istituzioni, ma per rispondere ai bisogni incontrati e segnalare quelli che, colpevolmente e irresponsabilmente per una società civile e democratica, rimangono senza risposta.

Se tutti ricevessero l’assistenza necessaria, sarebbe una buona notizia. Ma questa condizione va verificata nella realtà, non proclamata per rendere superfluo chi continua a offrire aiuto. Il giornalismo ha il dovere di verificare l’operato delle associazioni e interrogare le istituzioni, non di nascondere le zone d’ombra dietro la rassicurante affermazione che qualcun altro provvederà.

Nella seconda narrazione, il lavoro di Linea d’Ombra e dei Fornelli Resistenti, fondamentale e meritevole di riconoscimento, non esaurisce la solidarietà triestina. Accanto a loro operano, con competenze e modalità differenti, contribuendo all’assistenza, all’orientamento e all’accompagnamento delle persone in difficoltà, Caritas diocesana, Donk Humanitarian Medicine, Consorzio Italiano di Solidarietà, Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin, Comunità di San Martino al Campo, Comunità di Sant’Egidio, frati di Montuzza, ResQ, Emergency e gruppi legati alle diverse comunità religiose presenti in città.

Non tutte queste realtà svolgono le stesse attività o operano negli stessi luoghi e negli stessi orari. Proprio per questo occorre raccontarne le differenze e le complementarità, senza ridurre a pochi nomi una rete più ampia. La solidarietà non è una competizione per la visibilità: è un lavoro collettivo, spesso silenzioso, che integra risposte diverse a bisogni complessi.

Tornando alla sicurezza, ci sentiamo di aggiungere che essa non può e non deve essere contrapposta alla solidarietà. Chi commette un reato deve risponderne; chi ha bisogno di cure non può essere trattato come se la sua stessa presenza costituisse una colpa.

La sicurezza si costruisce anche attraverso servizi accessibili, assistenza sanitaria, informazione, mediazione e percorsi di accoglienza. Richiede di affrontare le cause delle tensioni, non soltanto di limitarne la visibilità.

Una piazza non è soltanto uno spazio da mantenere decoroso e funzionale alle attività economiche e ricreative. È anche il luogo in cui si manifesta il modo in cui una comunità considera chi non ha una casa, chi non parla la nostra lingua e chi non trova un posto in cui sentirsi al sicuro.

Limitare l’attività delle associazioni senza chiarire come saranno soddisfatti i bisogni nei periodi esclusi non elimina quei bisogni e rischia di lasciarli più scoperti. La domanda non è soltanto come rendere meno problematica la presenza dei migranti in piazza Libertà, ma come evitare che quel luogo diventi il punto in cui si concentrano, senza risposte sufficienti, le conseguenze di un’accoglienza inadeguata.

L’emblematica vicenda di Trieste ci interroga, infine, sul tipo di società che stiamo diventando.

Una società è allo sbando quando non distingue più tra una persona che soffre e il disagio che la sua sofferenza provoca in chi la guarda. Quando la presenza di chi ha bisogno viene percepita soprattutto come un intralcio alla normalità. Quando la tranquillità di chi ha una residenza stabile e confortante prevale sulle necessità di chi non ha un riparo e non sa a chi rivolgersi.

Non occorre essere apertamente indifferenti per contribuire a questa deriva. A volte basta abituarsi al girarsi dall’altra parte: alle persone che dormono all’aperto, alle ferite, alle storie che non ascoltiamo più. Così la sofferenza diventa ordinaria, le persone si trasformano in presenze da regolare e i loro volti scompaiono dietro la categoria dei problemi da contenere.

Ma i diritti umani non sono una concessione riservata a chi ci somiglia, parla la nostra lingua o non disturba le nostre abitudini. Sono il fondamento della convivenza proprio perché appartengono a ogni essere umano, soprattutto quando riconoscerli richiede fatica e mette in discussione il nostro benessere e il nostro stesso stile di vita.

Non dobbiamo scegliere tra una città sicura e una città umana. Dobbiamo pretendere politiche capaci di garantire entrambe, senza trasformare i più vulnerabili nel prezzo da pagare per la tranquillità degli altri.

Le istituzioni devono garantire sicurezza e risposte efficaci; le associazioni devono poter svolgere responsabilmente il proprio lavoro; l’informazione deve raccontare la complessità senza cedere a semplificazioni comode e fuorvianti. E la cittadinanza non può delegare interamente ad altri la propria coscienza.

Una società non si misura soltanto da quanto protegge la tranquillità di chi è già al sicuro, ma da quanto sa tutelare la dignità di chi non lo è.

A Trieste non si discute, dunque, soltanto degli orari in cui distribuire un pasto o medicare una ferita. Si discute del posto che siamo disposti a riservare all’umanità quando incontra la paura, il disagio e la sofferenza.

E allora la domanda decisiva è questa: che cosa resta dei diritti umani quando cominciamo a considerarli un ostacolo alla nostra tranquillità?

Articolo21 Fvg


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