Nel 2126 un sociologo potrebbe raccontare che qualcosa è cambiato in Italia in questi giorni di ottobre. Noi che viviamo questi eventi probabilmente non riusciamo ad avere “la giusta distanza”.
Per esempio Milano.
Presentata dai media – troppo spesso diventati portavoce governativi – la giornata milanese andrebbe studiata come grande esperimento: un corteo davvero corposo, qualche migliaio di persone, a stragrande maggioranza giovanissime, spuntato senza alcuna organizzazione verticistica. Anche perché il presunto “organizzatore” – che al massimo è un millantatore, la pagina che dava le indicazioni è stata aperta il giorno dopo la jacquerie della scorsa settimana – è stato fermato poco prima del corteo.
Una manifestazione dove si mescolava il tricolore e la bandiera palestinese. Giuro: ho sentito con le mie orecchie cantare l’Inno di Mameli e subito dopo la richiesta di dimissioni di Meloni. Un cortocircuito a cui non avevo mai assistito.
E questo piccolo miracolo di libertà d’espressione politica è avvenuta grazie ad un comportamento assennato delle forze di polizia. Malgrado, ripeto malgrado, l’arrivo dei 500 parà, rinforzi arrivati da ogni parte d’Italia (che infatti imboccavano con le auto-civetta strade pedonali da cui non riuscivano ad uscire). La sensazione è che la Questura di Milano abbia ripreso in mano le redini della situazione, dopo una gestione esagitata, lacunosa e probabilmente eterodiretta dal Viminale dei riots di settimana scorsa.
Con una battuta si potrebbe dire che la giornata milanese è stata win-win. Con diverse luci e ombre. Tra le ombre: parecchia profilazione etnica, più volgarmente fermi tra chi ha la pelle scura e il borsello a tracolla. Ma anche un papà con bandiera palestinese che portava sulle spalle la propria bimba in un corpo a corpo un po’ teso con la polizia. Terza ombra: a Milano si sono presentati anche gruppi fascisti e/o tifosi. Volevano lo scontro, hanno trovato dei dirigenti della Digos che li hanno fermati dicendo “mo’ anche voi a rompere i c…oni?”
Morale? Una diffusione così capillare, spontanea, generazionale non è frutto di un account instagram, ma – per usare una metafora un po’ semplicistica – come una pentola a pressione che è esplosa. Poco interessata alle dinamiche politiche, senza rappresentanza. E la “generazione” con background migratorio, come un elastico, entra ed esce da queste mobilitazioni, perché spesso deve affrontare una doppia ingiustizia.
Saper raccontare tutto questo guazzabuglio richiede voglia di capire, desiderio di ascolto, rifuggire dal sensazionalismo. Tutte caratteristiche che sono mancate a buona parte del giornalismo italiano.
