Da Roma a Bologna, da Firenze a Genova, da Milano a Bari, da Napoli a Padova fino ai portici di Torino e decine di altre città, la risposta del governo all’esasperazione sociale ha un nome: repressione, decreti e manganelli. Hanno provato a svuotare le strade prima ancora che i ragazzi potessero occuparle. Hanno schedato, perquisito a tappeto e criminalizzato chiunque osasse denunciare salari da fame, affitti impossibili e scuole al collasso. Trattano gli studenti come terroristi perché la democrazia, per chi comanda oggi, è un disturbo che non possono tollerare.
Ma la marea umana ha sfondato il blocco.
A Milano, mentre i collettivi marciano, gli estremisti di destra, quattro in tutto, vomitano insulti e minacce sotto lo sguardo di chi dovrebbe garantire la legalità. A Roma, i cordoni della polizia indietreggiano sotto la spinta di un corteo che non si ferma, che rompe le dighe dell’intimidazione.
E poi c’è Torino. È lì che lo Stato mostra il suo volto più truce. Non bastano le cariche sproporzionate, non bastano i manganelli che colpiscono i corpi dei manifestanti. C’è l’affronto definitivo, quello più vile: calpestare sotto gli stivali dei reparti in assetto antisommossa la bandiera della Resistenza e i ragazzi che la difendevano. Una violenza cieca che però ha trovato la risposta della rabbia e del coraggio civile di chi faccia a faccia con gli scudi antisommossa ha ricordato che la nostra è un Repubblica democratica e antifascista.
Il governo può riempire i verbali, blindare i ministeri e mandare avanti i reparti speciali. Ma la paura, adesso, ha cambiato di campo.
(Foto Ig: @giacomo_cosua)
