Emfa, la grande incompiuta

Marguerite Duras.La passione sospesa: la scrittrice si racconta

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Quest’ anno ricorre il trentesimo anniversario della morte di Marguerite Duras (1914 – 1996), una scrittrice molto letta e amata negli anni Ottanta e Novanta e forse oggi un po’ dimenticata. Per l’occasione leggendo e rileggendo alcuni suoi libri mi sono imbattuta nel libro “Marguerite Duras. La passione sospesa. Intervista con Leopoldina Pallotta della Torre”, Archinto 2013. Nel 1989 Leopoldina Pallotta  della Torrre , allora giovane giornalista, ottenne, grazie all’intervento  di Inge Feltrinelli, il consenso della scrittrice a un’intervista. Inizialmente non fu facile stabilire un rapporto con Duras, ma progressivamente, forse incuriosita dalla giovane età  dell’intervistatrice e dal fatto che fosse straniera,  accettò di incontrare più volte la giornalista  “Seguirono poi pomeriggi lunghi di chiacchiere e di conversazioni, complice l’intimità che nel tempo ( inevitabilmente, forse) si stabilisce tra due donne”.  La giornalista si trovò infine in possesso di un vasto materiale, a volte senza nessi così come procedono talvolta le conversazioni, che fu necessario  riordinare e rimettere insieme. Ne nacque un libro, pubblicato nel 1989 da La Tartaruga, che spazia dalla biografia alle opere della scrittrice, al suo rapporto con la scrittura, la letteratura, la critica, la sua produzione cinematografica e teatrale, la passione, le donne, i luoghi. Il tutto orientato dalle domande puntuali dell’intervistatrice e scandito dal ritmo fluente della conversazione. Dopo quindici anni dalla pubblicazione il libro attirò l’attenzione dello scrittore e traduttore René Ceccanty il quale, nonostante Duras avesse concesso  molte interviste alla stampa scritta, radiofonica e televisiva, ritenne che “non esisteva in Francia nulla di simile all’intervista di Leopoldina Pallotta della Torre, che si prefiggeva di tratteggiare in maniera esaustiva la vita e la carriera della scrittrice in un unico libro parlato. Leopoldina Pallotta della Torre aveva in effetti come modello esplicito il libro di conversazioni di Marguerite Yoursenar con Matthieu Galey, “Ad occhi aperti”(Bompiani, Milano1996), da lei citato a più riprese nelle sue domande”. Si arrivò così nel 2013 alla ripubblicazione del testo in Francia per le Editions du Seuil e in Italia per Archinto. Nel 2019 il libro, trasformato in opera teatrale, debuttò a Parigi con enorme successo e repliche fino al 2020 nel Téatre dell’OEvre. Il regista Bertrand Marcos colse la straordinaria libertà con cui Duras si confessava in quelle pagine e capì che quel flusso di parole aveva un’intrinseca forza teatrale. Per dare voce alla Duras fu  scelta Fanny Ardant, che era stata per vent’anni amica della scrittrice e anche per quel suo tono di voce roco e appassionato che evocava quello della Duras.

Marguerite Duras,  il cui vero nome è Marguerite Germaine Marie Donnadieu, è nata  a Gia  – Dihn, a pochi chilometri da Saigon; dopo innumerevoli trasferimenti insieme alla sua famiglia – Vihn – Long, Sadec – ha vissuto fino a diciotto anni in Vietnam, allora colonia francese. Nell’intervista rievoca la sua infanzia e adolescenza vietnamita, così come le ha tratteggiate nei suoi libri La diga sul Pacifico e L’amante. Quell’infanzia selvaggia solitaria, gravata dal senso di mistero e di pericolo della foresta sono stati un referente indispensabile al suo immaginario. Il rapporto complesso e ambivalente con la famiglia – “C’era qualcosa di nobile e di brutale… nel modo in cui si viveva” – la opprimeva e per uscire dal silenzio e dalla solitudine a dodici anni cominciò a scrivere. Descrive la madre  come “Esuberante, folle come solo le madri sanno esserlo; nell’esistenza di una persona, credo che la madre è in assoluto la persona più strana, imprevedibile che si incontra. Lei era grande, dura, ma sempre pronta a preservarci dagli aspetti di quella vita squallida che pure conducevamo”.  Straordinaria narratrice, la madre l’ha segnata con la sua follia e il suo pessimismo, ma, afferma, da bambina sarebbe morta se fosse morta lei, così come afferma di non essersi più ripresa dopo che si separarono. Duras  appena compiuti i diciotto anni lasciò il suo Paese e partì sola per Parigi, portando con sé per sempre lo smarrimento dell’esule. Si iscrisse all’Università e frequentò gli ambienti studenteschi, poi un grande amore le fece conoscere la musica , i luoghi e i libri  di cui non sapeva niente. In quegli anni l’impegno politico era lontano da lei, ma  con il matrimonio con Robert Antelme e poco prima dello scoppio della guerra si iscrisse al partito comunista “Avevo bisogno di uscire dalla solitudine – una diaspora – in cui mi ero gettata, per entrare in un gruppo, in una coscienza collettiva  e condivisibile”. Nel 1950 fu espulsa dal partito per “deviazionismo” e “insolenza”. Tuttavia  il suo impegno politico, che si fece di nuovo intenso nel ’68, continuò nell’attività giornalistica e risvolti politici sono presenti nelle sue opere  (Abahan Sabana David , romanzo breve del ‘70   e L’amore del ’71; il romanzo e il film Distruggere, ella disse, rispettivamente 1969 e 1970).

Molto articolati e puntuali nelle domande sono i due capitoli sui percorsi di scrittura dell’autrice e sulla sua visione della letteratura. Duras afferma che ciò che l’ha indotta a scrivere è stato il bisogno di rendere sulla pagina qualcosa di cui sentiva l’urgenza senza avere la forza di farlo completamente. Analizza poi ogni sua opera. Ribadisce che  non sa spiegare ciò che induce la gente, e dunque lei stessa, a scrivere se non la solitudine  di un’infanzia. Secondo Duras tutti gli scrittori  non parlano altro che di se stessi; anche quando apparentemente raccontano cose diverse, sono il loro io e le loro ossessioni ad essere implicati nella scrittura. Lo scrittore deve fare il vuoto dentro di sé per rintracciare ciò che già esiste in lui ad uno stato primario, indecifrabile agli altri, in quello che chiama “il luogo della passione”, il luogo d’ombra dove si ammassa tutto il vissuto. Ciò che emerge da questo processo va riconosciuto, sistemato e arginato dal linguaggio.

Al tempo dell’intervista Duras aveva realizzato una ventina di romanzi e circa altrettanti film,  dunque denso è anche  il capitolo in cui la scrittrice descrive molti dei suoi film più importanti, giudica altri registi, racconta il suo rapporto molto stretto con gli attori, l’attenzione alla loro recitazione e l’amicizia intercorsa con diverse attrici. Racconta come girare film fosse diventato per lei un diversivo importante tra un romanzo e un altro. Si era avvicinata al cinema con l’intento di delineare un cinema Duras, un linguaggio suo, che non potesse essere ricondotto ai suoi maestri. Credeva nella possibilità di un cinema altro, in cui voleva tradurre sulla pellicola le suggestioni del testo, renderne “ il silenzio, un silenzio vivo , ricco”.  Aveva scoperto che ciò che scriveva conteneva già in sé la sua immagine. “Filmarla era come proseguire, allargare il discorso”. Il suo cinema – spiega nell’intervista- non intende ritrarre la realtà come il cinema classico, non rimuove ciò che non è  funzionale per l’unità espressiva della fiction , “semmai è fatto di lacerazioni, sovrapposizioni, sfasature continue del materiale, scarti, dissolvenze: tutto quell’immaginario che renda l’eterogeneità e l’irriducibilità del vivere”.  Per quanto riguarda i film di altri registi tratti da suoi romanzi o sceneggiature confessa di aver iniziato a fare film perché, a parte Resnais, riteneva che fare peggio di loro fosse impossibile.

Uno dei capitoli più interessanti è quello che mette a tema la passione, che è al centro dell’universo e dell’opera durassiana. Secondo l’autrice l’amore è la sola cosa che conta. Il tema amoroso è il soggetto principale di tutte le arti, ma nulla è stato mai così difficile da dire e descrivere per la relazione complessa e ambigua che corre tra amore e passione. La passione per Duras si manifesta come una forza distruttiva e assoluta che travolge i personaggi e li spoglia della loro identità. La passione così come si realizza negli amori, segnati da contingenze, ostacoli storici, sociali geografici  rivela la sua ambiguità  in opere come in Hiroshima mon amour  o L’amante, dove l’amore si manifesta come desiderio di possedere l’altro al punto di volerlo divorare. L’amore che la scrittrice rappresenta nei suoi scritti  è una ricerca di assoluto, ma in quanto tale non può  risolversi che nell’assenza , come in Nave Nigth  o nella morte come in Testi segreti, Moderato cantabile. L’amore dunque esiste per pochi istanti, poi si dilegua nella sua impossibilità di cambiare il corso di una vita. Ciò conduce al tema dell’incomunicabilità “<<L’altro>> che ciascuno di noi tenta di raggiungere non esiste. O c’è solo per negare la nostra realtà. Una grande distanza separa gli amanti, ognuno resta murato al fondo di se stesso”. Duras risponde poi  a domande sull’ l’importanza del sesso, ma sottolinea che  ancora  più’importante è ciò che sta all’origine dell’erotismo, il desiderio. Esso è un’attività latente che muove da una ferita  profonda, originaria che conduce sia all’esperienza amorosa che alla scrittura. Duras si esprime  anche su ciò che pensa degli uomini, del matrimonio, dell’omosessualità e parla del suo lungo sodalizio con Yann Andréa, omosessuale e molto più giovane di lei “La passione fu tragica, come tutte: nacque proprio da quella non coincidenza, da quella irrealizzazione del nostro desiderio”.


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